Contemplare il Tuo volto

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22 novembre 2020 – Solennità di Cristo Re dell’Universo

1925. Risale a questa data l’istituzione della solennità di Cristo Re dell’Universo. Al termine dell’anno santo, con la Lettera Enciclica Quas Primas, il Papa Pio XI stabilì la festa all’ultima domenica di ottobre. La motivazione era il desiderio di affermare e mettere in evidenza l’autorità di Cristo, la sua sovranità fin dalle pagine dell’Antico Testamento, per dare un argine al laicismo, inteso come allontanamento dalla fede

“…vi furono quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso”,

come scrisse il Santo Padre nella Lettera. È interessante la motivazione che lo spinse a istituire una festa

“Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia sì che essi servano al progresso della sua vita spirituale.”

Celebrare una festa liturgica aiuta a crescere nella fede, tocca il cuore del popolo di Dio più di un documento. Molto bello e importante lo spazio riconosciuto alla celebrazione liturgica per la vita di fede.

Nell’ordinamento attuale della liturgia, la festa ha cambiato un po’ carattere, assumendone uno più escatologico e spirituale, ma non per questo meno forte. Anzi, la collocazione alla fine dell’anno liturgico mette in evidenza la meta, il punto verso cui tutto converge: Cristo. I diversi cicli domenicali (A, B, C) ne evidenziano tratti diversi: l’anno A presenta Cristo come Pastore e Giudice del mondo; l’anno B mette al centro il titolo messianico di Re; nell’anno C si evidenzia la regalità di Cristo sulla Croce.

Entriamo allora in questa importante solennità dell’anno con il desiderio di lasciarci interiormente coinvolgere da ciò che la liturgia ci fa vivere, e lo faremo attraverso lo sguardo. Vogliamo infatti soffermarci a contemplare l’icona del Cristo Pantocrator, Colui che tutto sostiene, l’Onnipotente, icona propria di questa grande festa.

L’icona del Cristo Pantocrator

 

L’icona del Pantocrator domina l’abside di molte Chiese.

Immagini maestose, grandi, che sembrano avvolgere in un abbraccio il fedele.

È un’icona molto antica, che prende origine da un particolare – la figura di Cristo – dell’icona dell’Ascensione.

Gli Atti degli Apostoli mettono sulla bocca degli angeli la promessa del ritorno di Cristo: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». (At 1, 11). L’icona rappresenta questo momento della storia della salvezza; essa nasce nella Chiesa come memoria della Persona di Cristo, del mistero della sua Ascensione e della promessa del suo ritorno.

Il Pantocrator attinge anche a un’altra immagine, che è la più antica: il Mandilion, detta Acheropita, non dipinta da mano di uomo.

Il Mandilion trae origine dal racconto tramandatoci dalla tradizione, secondo il quale il re di Edessa, Abgar, che era lebbroso, sentendo parlare delle guarigioni che Gesù compiva, gli mandò un emissario affinché lo conducesse da lui.
Gesù, invece di andare, concesse all’emissario – abile nell’arte della pittura –  di dipingere il suo volto. Ma questi non riusciva, perché il volto di Gesù era troppo luminoso. Mosso allora a compassione, Gesù stesso appoggiò la tela sul suo volto e vi impresse i suoi tratti da inviare al re di Abgar.

 

Ci sono delle immagini che raffigurano la scena in cui il re di Edessa riceve il panno con impresso il santo Volto. Con questa tradizione si vuole anche testimoniare il passaggio della sindone dalla città di Edessa.

 

Sempre secondo la tradizione, durante l’invasione turca la sindone venne murata per paura che fosse profanata. Nacque allora una tipologia di icona detta Keramion, dove il volto della sindone non è più impresso sul telo ma sul mattone che lo nascondeva. La tradizione ha soprattutto un valore teologico, e vuole evidenziare il dono di Cristo al mondo. Egli è l’acheropita, non fatto da mano d’uomo ma rivelato dal Padre. Tutta l’iconografia del volto di Gesù ha qui la sua origine.

L’icona del Pantocratore ci fa contemplare Cristo, il Re, che verrà a giudicare il mondo nell’ultimo giorno, e la Chiesa, la venera proprio come memoria del destino cui è chiamata.

Durante i secoli, la riflessione teologica si è approfondita, arricchendo di nuovi significati anche l’iconografia. Così le frasi scritte sul libro che il Pantocratore tiene in mano non sono più solo relative al giudizio, ma contengono diverse affermazioni cristologiche, ad es. “Io sono la luce del mondo”.

Esistono due grandi tipologie di Pantocrator:

1) CRISTO IN TRONO: è quella più legata alla regalità e al giudizio. Ha il libro aperto, perché è il Leone di Giuda che ha il potere di aprire i sigilli del libro della vita (“Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli»”. Ap 5,5). Il Cristo è vestito con la tunica porpora a indicare la sua regalità, e il manto azzurro per l’umanità. Non bisogna, però, enfatizzare la simbologia dei colori, perché non sono sempre uguali, mentre rimane sempre vera la dimensione della regalità e dell’umanità, al di là del colore in senso stretto. Può anche essere rivestito di una tunica e di un abito in assist: le vesti sono delineate con l’oro come fili di luce, a indicare la divinità, la luce che emana dalla persona di Cristo. L’iconografia di Cristo diventa tipologica per tutte le icone, anche quelle della Madre di Dio e dei santi che, nella tradizione orientale, sono chiamati “somigliantissimi”. Esse non hanno un punto di luce esterno, ma – come il Cristo Pantocrator – la luce trapela dall’interiorità abitata dalla presenza di Dio. È la luce di Cristo che traspare dal volto della Madre di Dio o dei santi.

Normalmente il Pantocrator occupa interamente la scena, ci sono però altri tipi di raffigurazione:  

Cristo tra le potenze: Il trono di Cristo è formato dalle potenze angeliche. L’immagine si rifà alla Merkavah della visione di Ezechiele (Ez 1).

Iconostasi: all’icona del Pantocrator viene accostata la composizione della Deesis, dell’intercessione. Accanto a Cristo, al centro in trono, ci sono la Madre di Dio, Giovanni Battista, gli arcangeli Gabriele e Raffaele, gli apostoli, Pietro e Paolo, e tutti i santi.

Nell’iconostasi la Madre di Dio e i santi sono intercessori presso Cristo giudice.

2) CRISTO A MEZZO BUSTO: è la seconda tipologia di Pantocrator.

Il Cristo ha la mano destra in atteggiamento benedicente, e la posizione delle dita indica il nome di Gesù secondo le lettere greche.

 

Oppure – secondo la retorica dell’epoca – con la mano sta richiamando l’attenzione:
è il giudice che viene sulle nubi e deve essere ascoltato.

Il contesto in cui nasce l’icona è quello liturgico. Successivamente confluirà anche nell’ambito della preghiera personale, ma lo spazio liturgico rimane centrale. Nasce nella Chiesa e per la Chiesa che, con la benedizione, la rende spazio sacramentale che favorisce l’incontro dell’orante con il suo Signore. L’icona non è quindi una semplice immagine religiosa, è invece strettamente legata, in modo simbolico, a chi è raffigurato. Non è naturalistica, non è un ritratto, ma attraverso canoni ben precisi, rende sacramentalmente presente (non è un sacramento perché non c’è una presenza reale, ma simbolica) chi è già nella gloria del cielo, nella santità di Dio. L’icona è una finestra aperta sul mistero celeste di Dio, è il luogo della preghiera, della contemplazione. Ancor più profondamente, è lo spazio in cui fare esperienza dello sguardo di Dio: guardando, contemplando, lasciarsi guardare, lasciarsi incontrare, lasciarsi toccare dall’amore di Dio.

È quello che siamo chiamati a vivere questa domenica di Cristo Re dell’Universo:stare sotto lo sguardo del Pantocrator, lasciare che prenda spazio in noi, nella nostra persona, perché possa diventare il Re della nostra vita.

 

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