Come un ladro

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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario Anno A

Siamo in un tempo particolare dell’anno liturgico, che apre e rende vicino il destino ultimo di ciascuno di noi: la vita eterna. Non sappiamo qualificarla in altro modo che con un aggettivo che lascia solo intuire ma non può definire il valore pieno di quello che ci attende. Sì, perché non abbiamo esperienza di una realtà eterna, se non attraverso attimi fugaci di bellezza e felicità che vorremmo non finissero mai. Ma è proprio questo il significato di questa parola? Qualcosa che semplicemente non finisce? La liturgia di oggi ci porta a riflettere sulle realtà ultime della vita, cioè quelle che si trovano al fondo di tutto, già nel nostro oggi, su quell’”ultimo” che è il senso di ciò che viviamo e facciamo nel presente e si svelerà pienamente alla fine dei tempi. Già ora, però, si lascia intravvedere e gustare. Un anticipo che richiede un cuore e uno sguardo allenati, attenti, vigilanti, sensibili alla dimensione spirituale dell’esistenza.

Paolo ci dice proprio questo: il giorno del Signore giungerà improvviso, come un ladro, e molti saranno sorpresi, non pronti a riconoscerlo, ad accoglierlo. “Ma voi…” ancora una volta una distinzione: la scorsa settimana abbiamo visto che Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a non essere come gli altri “che non hanno speranza”, ora dice: ma voi non siete nelle tenebre… Bellissima questa lettera ai Tessalonicesi che ci fa vedere quanto sia marcata la differenza tra una vita illuminata da Cristo e una vita che, invece, non l’ha incontrato. Un abisso, un modo di affrontare l’esistenza di ogni giorno totalmente diverso. Non si tratta di essere “migliori”, ma di una novità di vita che mai ci si potrebbe dare da soli: figli della luce, figli del giorno.

Nessuno sa quando il Signore tornerà, nessuno conosce il giorno e non è proprio dato di conoscerlo, ma è certo che verrà. Non si sa quando, ma si sa che verrà. Come un ladro, che non avvisa della sua venuta, così sarà per il Signore. Bisogna vegliare, stare attenti, attenderlo, perché la sua venuta non è incerta, in dubbio, è sicuro, e dobbiamo essere pronti, in qualunque momento. Viene come un ladro, certo, ma è lo Sposo, e l’attesa è animata e sorretta dal desiderio dell’incontro. Parole che smascherano la nostra ambiguità: temiamo il giorno del Signore, non desideriamo che venga presto, si tratti del giorno della morte o del giorno del ritorno definitivo di Cristo. Ma, nello stesso tempo, vengono a darci la prospettiva giusta da cui guardare le cose tutte: il giorno della Sua venuta è un giorno da desiderare. È il giorno per il quale siamo al mondo: quello del compimento pieno.

Noi tendiamo ad ascoltare chi ci rassicura “C’è pace e sicurezza”, a dirci che possiamo stare tranquilli, che non succederà nulla ma, ci dice Paolo, queste parole sono menzognere, spengono la nostra attesa, mentre dobbiamo ricordarci che il Signore verrà, è certo. Le parole apparentemente rassicuranti chiudono l’orizzonte alle realtà di questo mondo, danno l’illusione di un “eterno” che non esiste. Non c’è pace e sicurezza, e lo vediamo drammaticamente in questo tempo. L’atteggiamento cristiano, ma anche quello umanamente più intelligente, è di attendere dentro la nostra umanità ferita e dolorante, il ritorno dello Sposo, di Colui che solo può dare una speranza che – continuamente lo vediamo – l’uomo da solo non sa e non può darsi.

Il cristiano è ormai rigenerato per la vita nuova, in virtù del Battesimo, è “figlio della luce”, appartiene al Giorno, viviamo nella luce, siamo della luce.

Nell’Enciclica “Lumen Fidei” leggiamo:

È urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita.” (Lumen Fidei, 4)

La luce che illumina il cammino è la fede, essere figli del giorno e figli della luce significa essere rigenerati alla vita di fede, è questa che permette di vedere di più, più lontano, più in profondità. E la fede, lo sappiamo, è relazione viva e amorosa con il Signore. Anche il Vangelo, con la famosa parabola dei talenti, ci parla di questo. I servi possono mettere in gioco i talenti ricevuti – che nel Vangelo non sono i doni di cui una persona è dotata, ma la carità – perché hanno una relazione di fiducia con il padrone. Ce lo dice bene il servo che, invece di trafficarlo, ha nascosto il suo sotto terra: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Non si fida del padrone perché non lo conosce. Sembra quasi di riascoltare le parole di Adamo dopo il peccato: nascondere… paura… La sua visione di Dio è stravolta, il volto del Padre diventa quello di un padrone duro, esigente, ingiusto. Non c’è fiducia, e la vista si annebbia. Non si riconosce più la verità dell’Altro, ma si vedono solo le ombre gettate dall’oscurità del cuore. Questa parabola, inoltre, come anche la prima lettura, ci aiutano a vedere come l’attesa del Signore, dell’incontro definitivo con Lui ci motiva a vivere fino in fondo, pienamente il presente, a trafficare i talenti più preziosi che ci sono stati affidati: quelli dell’amore speso, messo in circolazione, diffuso, trafficato, messo in gioco. Sembra, da questa parabola, che il guadagno di un simile traffico è sicuro. Si rischia solo se si trattiene, ma se si dà, se si spende, il talento si moltiplica.

Questa è la luce, questo significa essere figli della luce.

Usciamo, allora, dalle sicurezze dove ci siamo rintanati e mettiamo in gioco il nostro Battesimo, viviamo da figli della Luce, trafficando, rischiando il talento dell’amore. Se non lo fanno i cristiani, non può farlo nessun altro, perché il talento dell’amore non è filantropia, ma è amore pieno a Cristo, in chi mi sta accanto, amore che abbraccia la persona integralmente nella sua vita presente, ma in vista di un’eternità che è certa. Amare l’uomo e amare il fine per il quale l’uomo esiste e verso il quale cammina.

Foto di George Becker da Pexels
 

Clarisse Monteluce S. Erminio

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