La grazia della Professione Solenne

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La grazia della Professione solenne nella vita religiosa è innanzitutto un dono di Dio dinanzi al quale chi professa può solo aprire le mani e accogliere, lasciandosi inondare dalla Sua infinita Misericordia.

È così che mi sento, consapevole della mia povertà e inadeguatezza nel pronunciare e cercare di vivere promesse tanto alte e ardue. L’uomo non è capace di un amore totale, gratuito e duraturo, ma Dio nella sua grande tenerezza si piega verso di noi e ci fa essere suoi, creature nuove abitate dal Suo amore divino, il solo che è fedele, eterno, disinteressato.

Solo lasciandomi abitare ogni giorno dalla Sua Presenza amorosa, rimuovendo con umiltà ogni ostacolo che nel cuore possa prendere il Suo posto, posso essere riempita e trovare compimento e felicità vera, non vivere più io, determinata da tutti i miei limiti e le mie insufficienze, ma lasciar vivere e amare Lui in me e attraverso di me, perché, servendosi della mia misera persona, Cristo Gesù possa raggiungere tutti, come Lui vuole e desidera con profondo ardore.

Sì perché quello che il Signore ha operato in me e opera nei suoi consacrati, cioè l’unione intima, sponsale ed eterna, desidera operarlo in tutti; Lui brama la vicinanza, l’amicizia e l’affetto di ogni uomo.

Noi consacrati, nella vita religiosa, siamo chiamati solo ad essere piccolo segno di questo desiderio che Dio ha per tutti gli uomini. E il desiderio di Dio non ha confini e non si lascia frenare da nulla, nemmeno dal nostro ripetuto allontanamento, tradimento o rifiuto.

Nella immaginetta a ricordo della Professione ho scelto un particolare   dell’“Ultima Cena” di Andrea di Bartolo, in cui Gesù dona il suo corpo a Giuda che lo tradisce, così come fa con Giovanni, il discepolo amato che si china con affetto sul suo petto, o con Pietro, l’irruento e a volte violento primo discepolo, che lo rinnegherà tre volte. 

Mi sento guardata così da Gesù, che mi ama sempre sia che io sia come Giovanni, come Pietro o come Giuda, perché in noi abita anche l’infedeltà e il tradimento, il rinnegamento, e dobbiamo esserne consapevoli; ma non è tanto questo che ci definisce, quanto il Suo sguardo sempre benevolo, sempre benedicente, sempre desiderante e amante.

Chiedo che la mia vita possa essere memoria perenne e testimonianza di questo suo sguardo e avendo ricevuto tutto da Colui che è il Tutto e che tutto si è donato, possa anche io fare della mia vita un’Eucaristia, un rendimento di grazie perenne e un offerta gradita a Dio nel solco della tradizione francescana, sulle orme della Madre Santa Chiara, insieme alle mie sorelle, la porzione di Chiesa con cui il Signore si rende vicino alla mia esistenza concreta e attraverso cui vuole trasformarmi per essere sempre più ciò che Lui vuole, ciò che sono chiamata ad essere: figlia, sposa, madre del mio Signore.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato e mi accompagnano con il loro affetto e la loro preghiera e dono la mia vita per ciascuno,

in comunione,

in Cristo Gesù, sr. Agnese Benedetta

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