Così è il regno di Dio…

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13 maggio 2021 – XI Domenica del tempo ordinario

L’inizio prima che nel seme, è nella terra, quando tutto e determinato dall’attesa e l’uomo non ha in mano niente, neanche il seme da gettare dentro l’orto e perciò è alla mercè dell’onnipotenza del Mistero che fa tutte le cose. L’attesa è il luogo di chi ha fame e sete, e stende la mano: attende, tende a ciò che lo fa vivere, a ciò per cui potrà vivere.

Ma come sarà il Regno di Dio? 

 Gesù non lo dice. Non lo descrive, usa un’altra tattica per parlare di questa realtà nella quale siamo immersi e, contemporaneamente, ci attende: parla della sua dinamica, della logica che lo anima. Una realtà viva, sempre in crescita, che attiva una dinamica di vita di chi lo accoglie e vi entra. 

Nella prima delle due parabole che la liturgia di oggi ci offre, il Regno è descritto nel processo che va dalla semina alla mietitura. È una parabola dall’apparenza semplice, comprensibile, ma in realtà continua ad essere oggetto di studi e interpretazioni. La Parola di Dio non si esaurisce mai in nessuna spiegazione, perchè è viva, sfugge a qualsiasi definizione che voglia racchiuderla in un “significa questo, è così”. No, anche una parabola che utilizza un’immagine molto evocativa ha sempre uno spazio di rivelazione che non si esaurisce mai, e parla alla vita di ciascuno in modo unico e personale.

Nella nostra parabola, un uomo non meglio identificato getta del seme sulla terra, poi scompare fin quando manderà la falce al momento della sua maturazione. Tra questi due momenti non fa nulla. Scompare, per ricomparire a processo terminato. Affida il seme alla terra, e ciò che avviene gli è sconosciuto. Non partecipa alla crescita, non in modo attivo almeno. Vi partecipa, però, nell’attesa paziente e sapiente, fiduciosa. Il tempo misterioso della crescita, in cui il seme sviluppa appieno la sua potenza di fecondità e di vita, è il tempo dell’opera nascosta di Dio.  L’uomo ha un atteggiamento molto importante: si fida. Affidando il seme alla terra, dimostra la sua fiducia nel seme stesso, nella terra, nel tempo che intercorrerà e che sarà custode del mistero della vita che sboccerà.

La terra, continua la parabola, produce spontaneamente lo stelo, la spiga, il chicco pieno nella spiga. È un’immagine molto bella, di ordine, armonia, di un processo orientato verso un fine, un obiettivo, che è raggiunto senza sforzo ma per una dinamica interna al seme stesso e attivata dall’incontro con la terra. Quando il processo è maturato, allora c’è la raccolta. 

Quanto tempo è passato? Non si sa, ma la parabola lascia intravvedere il lento cammino del seme, nascosto nel cuore della terra, fino al suo riaffacciarsi al suolo nel germoglio. La pazienza dell’uomo, il suo saper attendere permette al seme di far sbocciare la vita. 

Una pazienza che conosciamo bene: quante volte nostra vita ci sembra che i semi gettati siano sepolti e non producano nulla? Quante volte la fiducia nella forza della vita, del bene, della bellezza è messa alla prova, e sembra che non nasca nulla… La pazienza non è inerte attesa, ma sapienza di vita di chi sa che non tutto dipende da sè, dal proprio fare, molto è dono gratuito di un mistero di amore che si manifesta lì dove noi lo lasciamo agire.

Ciò che non appare è nascosto nella terra, ma non è inerte. Ciò che seminiamo ha bisogno del suo tempo, talvolta lungo per noi, ma il suo frutto è certo. Non è l’apparente insuccesso, l’apparente fallimento a dire la verità di ciò che sta accadendo: c’è una logica interna nel seme che sfugge al contadino, ma è questa a garantire il frutto. A noi è chiesta la fiducia serena nel seme, nella terra…

Nella seconda parabola di oggi, ecco il granello di senape, più piccolo di tutti i semi, che diventa un albero grande, più grande di tutti gli ortaggi…

La dinamica della crescita qui è ancora più evidente, nella sproporzione tra l’inizio e il compimento, tra il poco che, però, contiene già l’albero che diventerà. Il seme accolto nella terra, sarà capace di diventare accoglienza per gli uccelli del cielo.

Se prendete in mano dei semi di senape, soprattutto della sinapis nigra, difficilmente li distinguete da polvere che, caduta a terra, si confonde con il terreno. Eppure è da questa realtà microscopica che nasce un albero grande. È così che “funziona” il Regno di Dio: come un piccolo seme, ma con una promessa di fecondità che non possiamo misurare. Una fecondità che è certa e che è già tutta contenuta nel seme, e che non si può dedurre se si considera il seme in se stesso.

Il più piccolo diventa il più grande: una piccolezza infinitesimale che contiene una potenzialità inimmaginabile. È questa la logica del Regno, e questa parola viene a raggiungerci oggi, nel nostro quotidiano, forse povero, forse apparentemente anonimo come un piccolo seme, ma è proprio questa vita che contiene in sé una potenza misteriosa ma certa: la potenza del Vangelo, la potenza del Regno, la potenza della presenza umile e nascosta del Signore Gesù. È lui che semina nella nostra vita, nel nostro cuore, semina, infaticabile, largamente, smisuratamente il Vangelo, certo che porterà il suo frutto. La sua fiducia certa è la nostra speranza, perché non cessa mai di credere nella terra che noi siamo, e non ci fa mai mancare il seme della Vita nuova.

Apriti, apriamoci, oggi, ad accoglierlo.

Clarisse Monteluce S. Erminio

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