Quaresima con i Padri – Domenica delle Palme

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Domenica delle Palme. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è un giorno di grande festa ma i toni sono fortemente drammatici. Si sta preparando la sua passione e morte, e Gesù, entrando come Re nella città santa, entra in realtà nella sua consegna libera, voluta. Gesù consegna se stesso con la dignità regale del Figlio che dà tutto se stesso per amore, per vincere il peccato che tiene prigioniero l’uomo. 

Commento al Vangelo di Marco di San Beda il Venerabile

Leggiamo nel Vangelo di Giovanni che le folle, ristorate con i cinque pani e i due pesci, volevano rapire Gesù e proclamarlo re, ma che Gesù, per evitare che questo avvenisse, fuggì sul monte a pregare. Ora invece, mentre viene a Gerusalemme ove subirà la passione, non sfugge a coloro che lo proclamano re, che in schiera osannante e cantando canzoni degne del re e del Figlio di Dio lo conducono alla città regale, non impone il silenzio a quanti insie­me cantano la restaurazione in lui del regno del patriarca David, e la riconquista dei doni dell’antica benedizione.

Per qual motivo ciò che prima rifiutò fuggendo, ora l’accoglie volentieri, e il regno che non volle accettare quando ancora doveva riportare la sua vittoria nel mondo, ora che sta per abbandonare il mondo patendo la croce, ora questo regno non lo rifiuta? Certo per insegnare apertamente che egli è il re di un impero non tempora­neo e terreno ma eterno nei cieli, di un regno al quale perverrà con il disprezzo della morte, con la gloria della risurrezione e il trionfo dell’ascensione. Ecco perché apparendo ai discepoli dopo la risurre­zione dirà: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18). Dobbiamo osservare peraltro quanta somiglianza vi sia tra le parole della folla che loda in coro il Signore e quella di Gabriele che lo annunzia alla Vergine madre dicendo: «Egli sarà grande e sa­rà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di David, suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe» (Le 1,32-33). Il Signore accettò il trono e il regno di David per chiama­re al regno celeste e immortale e introdurre nella stessa visione di Dio Padre con fatti, parole, doni e promesse degne soltanto del Me­diatore tra Dio e gli uomini, quel popolo al quale un tempo David aveva offerto l’organizzazione di un regno temporale insieme con esempi di giustizia, e che egli soleva spingere all’amore e alla fede nel suo Creatore con le melodie dei suoi salmi spirituali. (…)

Ma, approssimandosi il tempo della passione, il Signore volle avvicinarsi al luogo stesso della sua sofferenza, e ad esso rimanere vicino in modo da poter essere facilmente trovato, nel momento stabilito e prefissato ab aeterno, da coloro per la cui mano doveva essere compiuta la passione. Anzi egli fece ciò per far comprende­re contemporaneamente, a chi ne sentirà parlare, che egli non ha subito la morte suo malgrado, come gli increduli hanno creduto, ma liberamente e spontaneamente. Avvicinandosi l’ora della mor­te, intrepidamente si dirige verso il luogo dove dovrà subirla, co­me per sua bocca e per bocca dei suoi profeti aveva da tanto tem­po predetto.

Dal Commento al Vangelo di Giovanni di Sant’Agostino

«Prima della festa di Pasqua, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).

La parola Pasqua, fratelli, non è come alcuni credono, una pa­rola greca, ma ebraica: ma c’è un singolare rapporto in questa pa­rola tra le due lingue. Soffrire, in greco, si dice pàschein e per que­sto Pasqua è considerata sinonimo di passione, come se essa traes­se la sua etimologia appunto da passione; mentre nella sua lingua, l’ebraico, Pasqua significa passaggio, e la ragione di questo nome sta nel fatto che il popolo di Dio celebrò la prima Pasqua quando, fuggendo dall’Egitto, attraversò il Mar Rosso. Ora, questa imma­gine profetica ha trovato il suo compimento nella verità, quando Cristo fu condotto al macello come una pecora. È allora che con il suo sangue egli ha segnato le porte delle nostre case, cioè con il segno della sua croce sono state segnate le nostre fronti e con tale segno siamo liberati dalla schiavitù di questo mondo, rappresen­tata, nella allegoria profetica, dalla prigionia in Egitto. E noi com­piamo un passaggio alla salvezza, passiamo a Cristo, da questo mondo incostante e instabile nel suo regno, le cui fondamenta so­no indistruttibili. Perciò dunque facciamo il passaggio a Dio im­mutabile, per non finire anche noi col mondo che muore. A pro­posito di questa grazia che abbiamo ricevuta, l’Apostolo, elevando lodi a Dio, dice: «Egli ci ha sottratto dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del Figlio e della sua carità» (Col 1,13).

L’evangelista vuole appunto darci questa spiegazione della Pa­squa, che, come ho detto, significa passaggio: «Prima della festa di Pasqua – egli dice – sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…». Ecco la Pasqua, ecco il pas­saggio. Da dove e per dove? «Da questo mondo al Padre». (…)

«Sapendo – dunque – Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Voleva cioè che essi, da questo mondo dove si trovavano, passassero al loro capo che da questo mondo era passato, per mezzo dell’amore che egli portava loro. Che significano infatti le parole: «sino alla fine», se non fino a Cristo? «Il termine della legge è Cristo – dice l’Apostolo – a giusti­ficazione di ogni credente» (Rm 10,4). Si tratta della fine che per­feziona, non della fine che uccide: la fine è la meta verso cui sia­mo diretti, non la fine dove troveremo la morte. È proprio in que­sto senso che si debbono intendere le altre parole dell’Apostolo: «La nostra Pasqua è Cristo che è stato immolato» (ICor 5,7). Egli è la nostra meta, il nostro passaggio è verso di lui.

Photo by Sander Crombach on Unsplash

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