Quaresima con i Padri – V Domenica

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21 marzo 2021 – Quinta domenica di Quaresima anno B

Il discepolo è discepolo se viene crocifisso col suo Signore

L’invito a seguire Gesù è congiunto con l’annunzio della passione di Gesù. Gesù Cristo deve patire ed essere respinto. È la necessità della promessa di Dio, affinché le Scritture si adempiano. Patire ed essere respinti non è lo stesso. Gesù anche nella passione poteva ancora essere il Cristo festeggiato. La passione poteva essere ancora causa di profonda compassione e ammirazione da parte del mondo. La passione nella sua tragicità potrebbe ancora avere un valore intrinseco, una gloria e dignità intrinseche. Ma Gesù è il Cristo respinto nella passione. Il fatto di essere respinto toglie alla passione ogni dignità e gloria. Deve essere una passione infame.

Patire ed essere respinto è l’espressione che riassume la croce di Gesù. Morire sulla croce significa patire e morire essendo respinto, espulso. Gesù deve patire ed essere respinto per necessità divina. Ogni tentativo di impedire ciò che deve accadere è diabolico, anche e proprio se proviene dalla cerchia dei discepoli, perché non vuole permettere che Cristo sia il Cristo. Il fatto che proprio Pietro, la roccia della Chiesa, qui si renda colpevole immediatamente dopo la confessione di fede in Gesù Cristo e dopo la sua consacrazione da parte di questo, indica che la Chiesa stessa, fin dall’inizio, si è scandalizzata del Cristo sofferente. Non vuole un Signore simile, e come Chiesa di Cristo non vuole lasciarsi imporre la legge della passione. La protesta di Pietro deriva dal suo rifiuto di accettare il dolore. E così Satana è penetrato nella Chiesa; vuole strapparla dalla croce del suo Signore.

Perciò Gesù deve ora riferire la necessità della passione chiaramente e inequivocabilmente anche ai suoi discepoli. Come Cristo è il Cristo solo se patisce ed è respinto, così il discepolo è discepolo solo se patisce ed è respinto, se viene crocifisso con il suo Signore. Seguire Gesù, cioè essere legato alla persona di Gesù Cristo, vuol dire, per chi lo segue, essere posto sotto la legge di Cristo, cioè sotto la croce.

L’annuncio, ai discepoli, di questa verità inalienabile incomincia stranamente con la concessione della piena libertà. Gesù dice: «Se uno vuol venire dietro di me»… Non è cosa ovvia nemmeno per i discepoli. Nessuno può essere costretto; anzi, veramente non lo si può nemmeno aspettare da qualcuno. «Se uno», malgrado tutte le altre offerte che gli vengono fatte, vuole seguire Gesù… Ancora una volta tutto dipende dalla decisione; mentre i discepoli si trovano già al seguito di Gesù, ancora una volta tutto è interrotto, tutto resta aperto, non ci si attende nulla, non si impone nulla; tanto radicale è ciò che ora sarà detto. Dunque, ancora una volta, prima che venga annunziata la legge dell’obbedienza, i discepoli devono riavere la loro piena libertà.

Dietrich Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1971, pp. 67-69

Inizio della vita spirituale

La vita spirituale ha origine in un avvenimento che viene chiamato «conversione».

Un tempo indimenticabile: come una festa illuminata da mille luci, mostra in Dio il volto sorridente del Padre che esce incontro al figlio.

Questo tempo ha breve durata. Il volto del Padre prende l’aspetto del Figlio e la sua croce getta su noi dal di dentro la sua ombra. Si profila chiaramente la nostra croce e non vi sono ritorni possibili alla fede semplice e infantile di un tempo. (…) L’esperienza brutale delle cadute e dell’impotenza può gettare ai margini della disperazione.

È grande la tentazione di gridare all’ingiustizia, di dire che Dio ci chiede troppo, che la nostra croce è più pesante di quella degli altri. Una storia antica racconta una rivolta di questo genere da parte di un uomo semplice e sincero. L’angelo lo conduce allora verso un mucchio di croci di misura diversa e gli propone di sceglierne una; l’uomo trova la più leggera, ma allora si accorge che era la sua! L’uomo non è mai tentato al di là delle sue forze.

Dio ci attende al varco di questo momento decisivo. Aspetta dalla nostra fede un atto virile, la piena e consapevole accettazione del nostro destino, e ci chiede di assumerlo liberamente. (…)

«Ama il tuo prossimo come te stesso» (Mt 19,19): questa parola implica un certo amore di sé. È l’appello ad amare la nostra croce; accettarsi come si è può voler dire l’atto più difficile. È noto che proprio gli esseri più orgogliosi, più assetati d’amor proprio, sono quelli che si sentono a disagio con se stessi, che si odiano segretamente. Il grave momento dell’incontro con se stessi esige la messa a nudo, la visione immediata e totale di sé nelle pieghe più segrete del proprio essere.

«Chi sa vedersi com’è, è più grande di chi risuscita i morti», dicono gli spirituali, sottolineando così l’importanza di questo atto. La visione è sempre tremenda; allora si deve contemplare Cristo. È l’esperienza di san Paolo e di ogni cristiano: «Volendo fare il bene, faccio il male… Povero me! chi mi trarrà da questo corpo di morte?… Gesù Cristo, nostro Signore» (Rm 7,15-25).

Nel momento pesante della solitudine, soltanto una profonda umiltà può soccorrerci, riconoscendo l’impotenza radicale dell’essere umano naturale: essa dispone l’uomo a deporre tutto il suo essere ai piedi della croce e allora improvvisamente quel peso schiacciante è Cristo che lo solleva al posto nostro: «Imparate da me… il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,29-30).

Scaturisce così il «fiat»: «Sia fatta la tua volontà», io l’accetto come mia, vi scopro ciò che Dio ha pensato di me, vi riconosco il mio destino. L’uomo non è più al centro, è ora felice e leggero: «Sono la serva del Signore», «l’amico dello Sposo esulta di gioia alla voce dello sposo; questa mia gioia è perciò completa» (Gv 3,29).

Paul Evdokimov, Le età della vita spirituale, Bologna 1968, pp. 74-76

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