VI Domenica di Pasqua

Image

VI Domenica di Pasqua

Il brano di questa VI domenica del tempo pasquale è una breve pericope di 7 versetti tratta dal ben più ampio cap. 14, di 31 versetti. Un capitolo a sua volta inserito nell’ampia sezione dei discorsi di Gesù prima della sua passione. Si può ben comprendere allora la difficoltà che si sperimenta di fronte a queste parole, carche di rimandi e collegamenti alle altre parti di questa sezione del Vangelo, ma in realtà all’intero Vangelo. Proviamo, allora, a cogliere alcuni tratti lasciando anche illuminare la pericope dal contesto liturgico in cui ci troviamo.

Siamo ormai a cammino inoltrato, il tempo pasquale sta giungendo a piena maturazione e volge sensibilmente verso l’Ascensione e la Pentecoste. È il tempo di un passaggio importante, cui Gesù sta preparando i suoi, e noi oggi. Già siamo passati dalla sequela e dal rapporto con Gesù prima della pasqua al nuovo rapporto con il Risorto. Nel tempo successivo alla resurrezione, Gesù ha aperto il cuore e la mente dei suoi alla comprensione delle Scritture (cf. Lc 24) e, quindi, di se stesso, del mistero della sua persona, della sua identità di Figlio di Dio, Messia e salvatore. Possiamo vedere i frutti di questo tempo negli Atti degli Apostoli, narrazione bellissima e affascinante della Chiesa nascente, dove lo stesso Pietro è trasformato. Il pescatore di Galilea diventa guida autorevole, punto di riferimento per i fratelli. Un uomo interiormente rinato nella pasqua di Gesù, nel suo peccato perdonato, nel suo passare dalla morte alla vita con il suo amato maestro. Gesù, ci dice Luca all’inizio della sua seconda opera, rimane con i suoi 40 giorni dopo la sua risurrezione, “apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il Regno di Dio” (At 1,3). È preziosissimo questo tempo; è tempo di promesse adempiute, di comprensione di quanto accaduto, di preparazione alla nuova missione. Potremmo vederlo come un tempo di consolidamento, di radicamento, di conferma nella fede e, nello stesso tempo, di rilancio verso nuove mete nel grande orizzonte del Regno. È così che il Signore compie le sue promesse: suscitando nuova vita, aprendo nuovi spazi, mostrando nuove strade da percorrere.

Ma quali sono queste strade? Queste mete? Qual è la vita che lui suscita dentro di noi? In una parola che potrebbe apparire quasi stucchevole, logorata, ma che abbiamo bisogno di ritrovare in tutta la sua bellezza e verità, possiamo dire: l’Amore. Sì, l’amore che lui è venuto a portarci, a manifestarci, l’amore che è comunione piena tra il Figlio, il Padre, nello Spirito e che ora coinvolge anche noi nel suo abbraccio. L’amore che si manifesta nel dare la vita, fino in fondo, fino alla fine, fino al suo compimento estremo.

Le strade dell’amore sono quelle percorse dagli Apostoli e che hanno portato il Vangelo fino a noi, nello spazio e nel tempo. Le mete sono quelle di una vita trasfigurata dall’amore, che diventa amore, con tutta la sua debolezza, i suoi limiti e peccati. Una vita che non si spegne mai, perché attinge alla sorgente inesauribile dell’amore, anche quando si è nel dolore, nella difficoltà: come Maria sa rimanere ritta nella speranza che, come ci dice S. Francesco, è sempre una speranza certa perché il Signore è fedele.

Possiamo dire questo perché Gesù dà un unico comando ai suoi: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35)

Un comando solo, che si declina e motiva però gli innumerevoli rivoli della quotidianità, delle relazioni, delle scelte, di tutto ciò che fa la nostra vita, per questo può parlare di comandamenti, al plurale, perché non c’è ambito che sia escluso dall’applicazione concreta dell’unico comandamento dell’amore.

Ed è dentro questo spazio di amore che il Signore sta parlando. I discorsi di addio, come è chiamata questa sezione del Vangelo di Giovanni, sono una ripetizione, un approfondimento, uno scavare dentro la profondità di questa parola/realtà dell’amore. Potremmo dire questi discorsi fanno sentire le diverse tonalità dell’eco prodotto da questa parola pronunciata da Gesù. Sì, perché pronunciata da lui o da noi, produce un suono diverso, e noi dobbiamo imparare ad ascoltare il suo suono e a ridirla con lui e come lui.

Proviamo a rileggere il brano di domenica con il contesto appena descritto come sottofondo. Come se fossimo in una sala di ascolto di musica, tutti avvolti dalla sinfonia, e ascoltiamo le parole che escono dalla bocca di Gesù: se mi amate… comandamenti… pregherò il Padre…

Non siamo di fronte a un elenco di istruzioni, di spiegazioni oscure di qualcosa che dovrà avvenire ma che per il momento non capiamo. Siamo di fronte a una dichiarazione di amore: Gesù ci sta dicendo in tutti i modi possibili che il suo amore non è solo suo, ma è l’amore del Padre, è l’amore dello Spirito, l’amore che è lo Spirito, e che l’oggetto di questo amore è l’uomo, quegli uomini precisi che sono di fronte a lui in quel momento e che non comprendono nulla di ciò che lui dice, quegli uomini precisi che siamo tutti noi oggi, e che come allora non comprendiamo l’amore con cui siamo amati. Quell’uomo, quella donna che sei tu.

Oppure sì, lo comprendiamo con la mente, ma fatichiamo a comprenderlo con la vita. Confondiamo l’amore con il “sentire amore”, con il provare qualcosa verso qualcuno, mentre l’amore è fatto di scelte, è realtà concreta perché è dono dello Spirito, e l’opera principale dello Spirito è l’Incarnazione. Fin dall’inizio della Scrittura lo Spirito è associato alla creazione: ha a che fare con la realtà concreta, non disincarnata. Amare non è sempre provare qualcosa per qualcuno, amare è mettere in gioco se stessi fino in fondo, per questo Gesù può dire chi mi ama osserverà i miei comandi, senza correre il rischio di un’osservanza esteriore, perché solo chi ama veramente si fida dell’amato e fa ciò che l’amato dice, perché sa che glielo dice per un bene più grande.

Noi, per cultura, siamo tanto allergici all’obbedienza a dei comandi, l’abbiamo visto anche nel tempo del lockdown, dove l’obbligo di rimanere a casa era sentito come una costrizione, quasi una punizione, e non come un dovere verso se stessi e gli altri per evitare la diffusione del contagio e di ammalarsi. Non sappiamo più fidarci di altri, ma solo di ciò che pensiamo noi. E questo lo facciamo e lo viviamo anche nel cammino di fede, dove dovremmo fidarci non di altri uomini come noi, ma di Dio, del Signore che ci ha amati fino alla fine, che ci riabbraccia ogni volta che torniamo a lui, che desidera – ed è l’unico che può farlo davvero nella libertà e nella gratuità – solo la nostra vera felicità.

Osservare i suoi comandi è lasciare che sia l’amore a dare forma al nostro vivere, al nostro cuore, al nostro pensare, allo sguardo che posiamo sugli altri e sulla realtà. Lasciare che sia la logica del Signore e non la nostra a guidare la nostra vita e quella degli altri. Noi dobbiamo solo seguire lui, sapendo che non ci lascia soli, che anche nel momento in cui si sta preparando a tornare al Padre, a portare la nostra carne risorta alla destra del Padre, ci parla di una presenza reale, non solo vicina ma dentro di noi. Non ci lascia orfani, possiamo davvero vivere oggi una vita nuova: lui è con noi, è in noi.

“…ama con tutta te stessa colui che tutto si è donato per amore tuo…”

S. Chiara

Clarisse S. Maria di Monteluce in S. Erminio