8 marzo 2020 – II Domenica di Quaresima
Mt 17,1-9
La seconda domenica di Quaresima ci fa salire su un altro monte: dopo quello dell’ultima tentazione della scorsa settimana, il Tabor, monte della Trasfigurazione, della luce e dello stupore. Un evento importante nella vita di Gesù e dei suoi discepoli, che viene celebrato il 6 agosto in una festa propria. Inserito nel cammino quaresimale, assume un colore particolare. Abbiamo visto il diavolo tentare Gesù nella sua figliolanza, da Lui riaffermata con fedeltà assoluta e amorosa al Padre. Sul Tabor è il Padre stesso a proclamare Gesù “Figlio amato”,
Ci facciamo accompagnare nella riflessione da un biblista francescano, Frédéric Manns che ha scritto diversi libri, tra cui “Geù, Figlio di Davide”, Ed. Ancora. La parte che vi proponiamo è tratta dal paragrafo “La trasfigurazione”, pag, 169-172.
“La Scrittura cresce con quelli che la leggono”, ripetono i Padri della Chiesa. Tra la parola di Dio e il silenzio c’è un rapporto dialettico. La parola uscita dal silenzio deve ritornare al silenzio dell’ascolto. La scena della trasfigurazione, più delle altre, è comprensibile solo nella meditazione silenziosa.
Alcuni giorno dopo il primo annuncio della sua morte, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un monte. Là fu trasfigurato davanti ai loro occhi. La gloria di Dio brillò sul suo volto e sul suo corpo.
Nel suo insegnamento Gesù aveva presentato la vicinanza del regno di Dio sotto il velo della quotidianità. Dopo i primi successi in Galilea, Gesù aveva preso la strada che l’avrebbe condotto verso Gerusalemme. Là lo attendeva la sorte dei profeti. Bisognava preparare i discepoli a sopportare questo choc. Mediante la sofferenza e la morte egli doveva stabilire il regno con la sua forza di trasfigurazione. Condusse tre discepoli su una montagna.
Dio ha manifestato la sua luce proprio sulla cima delle montagne. Quello che il Sinai era per l’Antico Testamento, il monte della trasfigurazione lo è per il Nuovo Testamento. Montagne di luce, queste due cime sono diventate luoghi teologici.
Fare l’ascensione vuol dire intraprendere un pellegrinaggio spirituale nel profondo di se stessi. Infatti, in ogni cristiano è stato deposto un tesoro di luce grazie al battesimo, che i Padri della Chiesa chiamavano illuminazione. È proprio questa fiamma che va ravvivata.
Questo viaggio interiore permette di scoprire la vera dimensione della rivelazione divina e di vivere i grandi avvenimenti che riguardano Dio e l’uomo: la creazione della luce, la creazione dell’uomo a immagine di Dio-Luce, la reciproca ricerca di Dio e dell’uomo. (…)
Tutto il messaggio del Nuovo Testamento è teso verso la manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore, Gesù Cristo. Tutta la creazione aspira alla rivelazione della gloria che si manifesterà quando la nuova Gerusalemme discenderà dal cielo: «La gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap 21, 23).
Nel mistero della trasfigurazione di Gesù, questa gloria vien fatta vedere per un attimo a tre apostoli. Per esprimere questa irruzione della gloria di Dio, gli evangelisti non avevano altra possibilità che ricorrere a dei simboli, in particolare a quello della luce. Marco insiste sul candore delle vesti. Adamo era stato creato con un abito di luce. Gesù, nuovo Adamo, porta queste vesti bianche. Matteo approfondisce il significato della scena e sottolinea il parallelismo con l’esodo. Luca introduce la trasfigurazione nella storia della salvezza: Gesù parla con Mosè e con Elia della dipartita di Cristo, del suo esodo.
La luminosità straordinaria che irradia da Cristo richiama senza alcun dubbio le rappresentazioni apocalittiche della gloria celeste del Messia e dei giusti che brillano della luce di Dio.
Anche il simbolo della nube esprime la presenza di Dio. Nell’Antico Testamento, quando Dio si manifesta al suo popolo, usa la nube come luogo della gloria in cui egli abita. Matteo insiste, e la nomina, sulla nube luminosa, eco del fuoco che brillava nella nube in Esodo 40, 38. Sempre su questa stessa nube il Figlio dell’uomo apparirà alla fine dei tempi.
La testimonianza di Mosè e di Elia conferma la messianicità di Gesù. Nelle apocalissi, sono molti i passi che evocano l’apparizione di Mosè e di Elia al momento della venuta del Messia (…).
La tradizione attribuiva un’importanza speciale ai personaggi che, secondo la Scrittura, non sono morti, come Enoch ed Elia.
Elia, trasportato in cielo su un carro, doveva ritornare come precursore del Messia secondo le parole del profeta Malachia 3, 23:
Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri.
A giudicare dal testo di Matteo 11, 14 la credenza nel ritorno di Elia era molto popolare.
Mosè aveva ricevuto la legge sul Sinai. Si era intrattenuto con Dio per quaranta giorni e quaranta notti. Per merito suo il popolo aveva ricevuto la manna. Il Messia, come Mosè, doveva dare la manna al popolo. L’avrebbero riconosciuto da questo segno.
Così la legge e i profeti vengono accanto a Gesù a testimoniare che tutta la sua opera non è che una doxofania, cioè una rivelazione della gloria di Dio. Questa gloria risplenderà con intensità nella passione di Gesù. L’ora della teofania per eccellenza segna il libero dono che Cristo fa della propria vita. Gesù si consacra in piena lucidità per la gloria del Padre. La croce diventa così il segno della presenza luminosa di Dio. Gli stessi apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni ne saranno testimoni.
La trasfigurazione annuncia e prepara la risurrezione di Gesù. Deve rafforzare la fede ancora fragile dei discepoli. Si avvicinano ore oscure. La passione vedrà la dispersione del gregge. Gesù prende con sé tre discepoli per rassicurarli della sua messianicità. Oltre che annuncio della gloria pasquale, la trasfigurazione è anche annuncio della parusia. Luce e vesti bianche sono altrettante primizie escatologiche. La gloria, nella quale Cristo entra il terzo giorno, apparirà agli occhi del mondo al momento del suo ritorno sulla nube. Questa è l’attesa annunciata dalla Chiesa.
La rivelazione della luce divina accordata sul monte è testimone del passato, del presente e del futuro. Il disegno di Dio per tutti gli uomini e la loro partecipazione alla gloria divina vengono messi in evidenza e ratificati dal Messia.
La condizione umana, che è la condizione del pellegrino, non permette di montare la tenda e di vivere definitivamente nella profusione della luce. Gli apostoli che videro il Cristo trasfigurato discesero dal monte per andare verso i fratelli. Il Tabor non è il luogo dove si possa soggiornare, a meno che si abbia una grazia speciale.
La ricerca della luce interiore, sotto la mozione dello Spirito, rimane però la vocazione di ogni uomo. Solo a colui che si è stupito alla presenza della luce vien dato di trasfigurare l’universo, di sacralizzarlo e di affrettare l’avvento del regno. «I concetti creano idoli di Dio. Solo lo stupore coglie qualche cosa», diceva Gregorio di Nissa. Il Tabor è il monte della luce e dello stupore. La trasfigurazione fa tutt’uno con l’annuncio del regno; essa è questo annuncio che improvvisamente s’illumina nelle sue profondità, a partire da ciò che Gesù vive nel più intimo di se stesso, nella sua relazione con il Padre. Il potere trasfigurante del regno agisce là dove è più nascosto.

