Sei Tu il mio Dio

1 marzo 2020 – Prima domenica di Quaresima 
Mt 4, 1-11

Un testo al quale non possiamo, noi cristiani, non essere profondamente legati. È il brano delle tentazioni, che la liturgia ci fa ascoltare nella prima domenica di quaresima, comune a tutti e tre i cicli di letture, secondo i diversi racconti dei sinottici.

Racconto di un episodio della vita di Gesù, prima dell’inizio del suo ministero pubblico e subito dopo il battesimo nel Giordano, che per quanto sia spiegato dagli studiosi, rimane sempre con una parte di significato che non si può comprendere fino in fondo, ma solo intuire. Sì, perché talvolta ci fermiamo a rileggere le singole tentazioni – cosa che faremo, importante e necessaria – ma non ci soffermiamo a considerare che stiamo parlando del Figlio di Dio. Stiamo parlando dell’amore di Dio per noi che si è fatto uomo, che è entrato così profondamente nella nostra umanità ferita, da mettersi di fronte al tentatore, lasciandosi colpire nella sua identità: il rapporto con il Padre. Come cambierebbe la nostra vita se la consapevolezza dell’amore con il quale siamo amati penetrasse così tanto il nostro cuore, la nostra mente, da diventare in noi la certezza più grande! “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente!” ci dice l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera.

Contempliamo l’amore di Dio per noi, e accanto a questo “per” ciascuno dovrebbe mettere il proprio nome. 

Colui che è Dio si abbassa così tanto da portare la propria divinità nel punto in cui l’uomo ha scelto di rinnegare Dio, di affermare che Dio non esiste, e, se esiste, non gli importa dell’uomo. Nel punto in cui l’umanità vuole ergersi a dio, chiudersi nel proprio orizzonte, chiudersi al Cielo. Lui ha accettato, anzi, ha scelto di arrivare nel punto più infimo per dire la parola più grande: “Figlio”, e ricucire lo strappo, riaprire la strada, percorrere lui la distanza dal Padre, così che noi, ora, non dobbiamo faticare, dobbiamo solo andargli dietro e Lui ci riporta a Casa.

Le tentazioni non sono una farsa, quasi Gesù fosse andato nel deserto per recitare una parte, assolvere a un dovere, quasi un “rito di iniziazione” prima del ministero pubblico. No, sono il consumarsi di un dramma il cui protagonista è Colui che sceglie di affermare il Padre, non se stesso. Di affermare l’importanza dell’uomo, di strapparlo dalle mani di chi lo vuole in suo potere blandendolo con la menzogna, per riconsegnarlo a Colui che lo ha creato e vuole dargli la vita vera.

Gesù entra nel deserto condotto da quello stesso Spirito che nel brano precedente era disceso su di Lui nel battesimo. Perché? Anche qui le interpretazioni sono molte, ma in linea con quanto detto finora possiamo intuire che l’esperienza di unione che Gesù ha sperimentato con il Padre durante il Battesimo, ora ha bisogno di essere vagliata nella carne, proprio perché è all’interno della condizione umana, fragile e fallibile, che la comunione con il Padre deve essere portata, deve ricevere il suo sigillo. L’opera dello Spirito è sempre un’opera di incarnazione, mentre noi siamo così avvezzi a dare alla dimensione spirituale l’accezione di disincarnato, immateriale. Lo Spirito entra nella realtà umana, nella carne, e la santifica. Ora conduce Gesù nel deserto, di fronte a colui che sempre si oppone all’opera di Dio, affinché Lui, il Figlio, possa dire nella sua carne la fedeltà assoluta al Padre.

Nella prima tentazione, il diavolo provoca Gesù invitandolo a manifestare la sua origine divina, ironizzando su quanto avvenuto al battesimo: tu sei figlio di Dio? Dimostralo. Trasforma le pietre in pane, fa’ vedere la tua potenza. In Mt 3,9 il Battista aveva detto che Dio poteva far sorgere figli di Abramo dalle pietre, ora tu almeno rendile pane, fai anche tu un piccolo miracolo.

Gesù risponde citando Dt 8

“Ma egli rispose: ‘Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’’’. Non significa, ovviamente, che si può vivere senza mangiare e solo leggendo la Parola di Dio, ma che è Dio, il Creatore di tutto, a stabilire ciò di cui l’uomo si nutre. La vita è dono suo, e solo suo. Dio dà la vita e si occupa di come mantenerti in vita. C’è un rapporto di dipendenza da Dio, che si manifesta anche nel rapporto con il cibo. Ecco, qui il diavolo vuole mettersi al posto di Dio, vuole possedere la vita dell’uomo.

Quante volte nella tua vita senti la stessa domanda del tentatore a Gesù: se tu sei veramente figlio/figlia di Dio, perché stai male? Perché ti succede questo? Su, forza, cerca una soluzione più facile, rinnegando Colui che si dice tuo padre e permette tutto questo. E’ una voce subdola, terribile, che si insinua nella debolezza, lì dove Gesù riafferma la sua dipendenza totale e filiale dal Padre.

Nella seconda tentazione, il diavolo tenta Gesù portandolo sul pinnacolo del tempio, che non è il punto più alto, ma il più visibile. Vuole che Gesù si mostri, si faccia vedere, manifesti la sua figliolanza in modo evidente, eclatante, spettacolare. Il diavolo provoca Gesù, e ciascuno di noi, a partire da qualcosa di vero (la necessità che Gesù venga riconosciuto e accolto) ma lo stravolge, mostrando un modo alternativo a quello scelto dal Padre, più allettante, più efficace. Se Gesù si buttasse giù e gli angeli accorressero a sostenerlo, non sarebbe forse una manifestazione chiara, evidente della sua figliolanza divina? La proposta di una strada alternativa, facile, che evita la croce e, di conseguenza, il dono della vita per amore. Ma Gesù ribadisce ancora chi è citando la Parola di Dio, il Deuteronomio: non tentare il Signore tuo Dio.

La ricerca del riconoscimento: quanto è profonda, radicata! Essere visti, valorizzati, riconosciuti nelle proprie capacità. La via della visibilità, anche nello spazio a volte modesto delle nostre esistenze. La tentazione di un’apparenza che ci rende accetti al mondo, ma ci fa allontanare dal nostro cuore… No, Gesù ci dice che la strada vera della vita è quella che Lui stesso ha percorso, quella dell’umiltà, della verità, dell’amore.

La terza tentazione raggiunge l’apice: qui il diavolo si pone apertamente come alternativa a Dio. Dopo essere stato condotto dal Padre al Giordano, il punto più basso della terra, il tentatore conduce Gesù su una monte altissimo. Invece dell’umiliazione, la gloria. Il diavolo vuole che Gesù, si pieghi a lui, lo  illude, offrendogli tutto quello che il Padre non gli ha dato. In cambio, l’adorazione a lui. Ecco, il tentatore agisce così nella nostra vita: non vuole il nostro bene, ci illude, in cambio della nostra adorazione. Ci offre una dignità più alta, una via gloriosa invece che umile, manifesta invece che nascosta, ci offre tutto ciò che, apparentemente, il Padre non ci ha dato. Quanto è forte questa tentazione! Quante volte vogliamo riscattarci dalla situazione di abbassamento, umiliazione, nascondimento in cui siamo, scelta e voluta dal Signore! E come avviene questo: con l’illusione del denaro, del possesso. Cosa interessa al tentatore? Prendere il posto Dio, avere adoratori, per rompere il nostro rapporto con Dio. È il suo continuo lavoro, riuscire a convincerci che possiamo fare a meno di Dio, che possiamo diventare autonomi, indipendenti, sia nei beni sia nella vita. Il diavolo sta cercando di creare una relazione con Gesù, di dividerlo dal Padre. Sappiamo che la parola greca diaballo significa divisore, ci divide dal Padre, ci divide gli uni dagli altri, ci divide dalla verità di noi stessi, da ciò che fa vivere davvero il nostro cuore. Si pone come allettante e facile alternativa, per distruggerci, noi che siamo l’opera più alta uscita dalle mani creatrici del Padre, così alta da essere a sua immagine.

Entriamo nella Quaresima passando per la porta delle tentazioni, nelle quali il Signore ci lascia passare per farci crescere, per diventare davvero e consapevolmente suoi figli. Non ci abbandona in esse, ci guida, ci mostra la via di uscita, lotta con noi.

Dove, quest’anno 2020, il Signore attende da te la consegna, l’obbedienza di Figlio? Dove stai facendo l’esperienza della tentazione, che vuole allontanarti da Lui?

Buon inizio cammino di Quaresima.

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