Perdono: parola dolce dell’amore

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VII Domenica del Tempo Ordinario

La riflessione di questa domenica sarà guidata da Mons. Ravasi, con un suo commento tratto da “Secondo le Scritture. Doppio commento alle letture della domenica” Ed. Piemme. Un commento che fa pensare, pone interrogativi, offre una buona preparazione al tempo della Quaresima che ci stiamo accingendo a vivere. 

La lettura evangelica odierna si collega rigorosamente a quella della precedente domenica: dobbiamo, perciò, riannodare il filo della continuità. Infatti, oggi si conclude la lettura delle cosiddette “sei antitesi” Attraverso le quali Gesù sviluppa il suo discorso sul senso della legge mostrando che lui non la vuole abolire, ma condurre verso un orizzonte di pienezza e di splendore. Ora è di scena il tema dell’amore della giustizia. Quest’ultima è rappresentata dalla celebre legge del taglione formulata sulla base di un passo del libro del esodo con la folgorante immagine dell’”occhio per occhio, dente per dente che, nell’originale del c. 21 dell’Esodo prosegue con questo inesorabile elenco: “vita per vita, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido” (vv. 23-25).

Vogliamo anche noi fissare la nostra attenzione oggi su questa nota spesso calunniata, ma dotata di un suo valore anche se certamente imperfetta, soprattutto quando è illuminata dalle parole del Cristo che proclama l’assoluta superiorità dell’amore rispetto alla pura e rigida giustizia vendicativa. La locuzione “legge del taglione” è stata coniata in epoca posteriore sulla base del latino ius talionis, pena consistente nell’infliggere al reo di lesioni personali una lesione (o “taglio”) uguale a quella da lui provocata in altri. La norma era già presente nell’antichissima legge romana detta delle “Dodici Tavole”.  Il concetto e la prassi del taglione erano però già note alla legislazione dell’Antico Oriente, come attestato dal famoso codice babilonese di Hammurabi, e imponevano un taglio fisico effettivo, cioè una mutilazione proporzionata al danno inferto all’avversario. La norma era entrata anche nella legislazione biblica che talora la presenta in forma cruda (…). In realtà (…) in Israele la morale del taglione era stata sensibilmente attenuata nel comportamento concreto. Sì giungeva di solito ad un accomodamento, come è attestato, ad esempio, da un comma del libro del l’Esodo secondo il quale in caso di ferita prodotta in una rissa si ammette la possibilità di un indennizzo pecuniario e di cure mediche (21,18-19).

Il ricorso alle ammende o ai risarcimenti sarà la prassi normale nel tardo giudaismo. Più rigorosa resterà l’applicazione della legge del taglione nei confronti dell’omicidio, perché la vita è il bene supremo da rispettare e non può essere comprata o pagata mentre il sangue versato profana la terra donata dal Signore a Israele (…).

Alla “rude” ma pur sempre giusta legge del taglione – che equilibra in negativo le mancanze personali e che in positivo invita a fare agli altri in bene quello che di bene si riceve – Gesù fa compiere un balzo decisivo che alla fine risulta un vero e proprio salto di qualità.

Egli porta la fredda e rigida giustizia distributiva sul “monte” del perdono, caloroso e generico, che nasce dall’amore. Egli invita il discepolo a rispondere con un atto di superiore generosità alla malvagità di chi l’ha offeso e alla grettezza di chi esige puntuali e implacabili vendette e risarcimenti. Eppure dobbiamo confessare che in molti casi il popolo di Dio e il singolo cristiano dovrebbero paradossalmente essere richiamati ad osservare almeno la legge del taglione tanto il loro odio e feroce e la voglia di vendetta cieca! (…) Purtroppo ciò che trionfa ai nostri giorni è molto spesso la “legge di Lamech”, il lugubre personaggio, discendente di Caino, che nel c. 4 della Genesi intona questo infame cantico: “Io uccido un uomo per una mia sola scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte è stato vendicato Caino; Lamech sarà vendicato settantasette volte!” Ad una violenza minima ricevuta si reagisce con una violenza spropositata e gratuita innestando un’infinita spirale di ingiustizia e di violenza.

Nella sua opera Il Mistero dei Santi Innocenti, il poeta francese Charles Péguy mette in bocca Dio questo impressionante soliloquio che ben esprime la delusione di Dio nei confronti dell’abbandono della giustizia e dell’equilibrio da parte dell’uomo: “Essi preparavano tali errori e mostruosità che io stesso, Dio, ne fui spaventato. Non ne potevo quasi sopportare l’idea. Ho dovuto perdere la pazienza, eppure io sono paziente perché eterno. Ma non ho potuto trattenermi. Era più forte di me. Io ho anche un volto di collera e di giustizia.

E Gesù, proprio alludendo al canto di Lamech, alla domanda di Pietro sul “quante volte si deve perdonare al fratello, fino a sette volte?” risponderà con questa frase lapidaria, vera e propria sintesi del vangelo odierno; “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. (Mt 18,21.22)

 

 

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