“…una con le mie sorelle”

Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo” (NMI 43). Così si esprimeva san Giovanni Paolo II all’inizio del nuovo millennio. Parole che anche nel nostro tempo hanno un significato di una densità molto grande e alle quali fanno eco, ancora oggi, con freschezza, le parole che santa Chiara ha lasciato come testimonianza di un’intera esistenza vissuta alla luce del Vangelo, secondo il “modo di santa unità e altissima povertà”.

Possiamo cogliere alcuni semplici spunti per una riflessione nell’oggi su questa sfida a vivere e a sviluppare una spiritualità di comunione.

L’espressione che ci trasmette in modo efficace ciò che veniva vissuto a San Damiano è quello che più volte nella Regola Chiara ripete: “…una con le mie sorelle”. Nel cammino di sequela sulle orme di Cristo, Chiara non è una protagonista solitaria, ma è cosciente di essere una con le sue Sorelle. San Damiano ci appare veramente come quella “chiesa restaurata” a immagine della “Vergine fatta Chiesa” che, secondo le parole di san Francesco, è la Vergine Maria.

Chiara, donna ecclesiale, vive il mistero della comunione trinitaria. Lì c’è lo spazio della peculiarità della persona, vissuta non come individualismo, ma come comunione e condivisone reciproca di un unico cammino. È questo il modo in cui il Signore chiama, lei e le sue sorelle, a vivere il Santo Vangelo, dove il “senza nulla di proprio” diventa l’espressione massima e più eloquente dell’unità ad immagine dell’unità trinitaria.

Il metodo della formazione della prima comunità di damianite è un continuo confronto e condivisione sia delle debolezze e fragilità, sia delle prospettive di crescita comunitarie. Questo emerge dal cap. VI della Regola, dove si parla del Capitolo settimanale, la riunione di tutte le sorelle per dialogare insieme sul cammino percorso in vista di una progettualità per il futuro. Lì, in filigrana, si sente vibrare una vita, un lavorio continuo per conservarsi fedeli al primo proposito di sequela, in un costante confronto con quell’oggi che insieme erano chiamate ad affrontare.

A San Damiano non troviamo spazi privati ma, come si dice della prima comunità cristiana, “tutto era tra loro comune”. Anche le fragilità e i peccati vengono vissuti come una realtà da portare insieme: “L’abbadessa e le sue sorelle devono fare attenzione a non adirarsi e turbarsi a causa del peccato di qualcuna, perché l’ira e il turbamento impediscono la carità in lei e nelle altre”, al contrario “devono pregare finché il Signore disponga il suo cuore a penitenza” (RsC IX).

Ciascuna a San Damiano è “una con le sue sorelle”, perché il cuore della fraternità è Cristo, quell’unico necessario che solo può colmare il cuore di coloro che, “per mezzo della povertà e dell’umiltà”, si sono fatte spazio accogliente come il grembo della Vergine Maria. Spazio per l’Altro che diventa spazio per le altre, spazio per il mondo.

Non sono immagini idilliache. I capitoli della Regola e le testimonianze al Processo di canonizzazione ci testimoniano che anche per Chiara e le sue sorelle è stato un cammino, un itinerario in cui si sono lasciate costruire dallo Spirito del Signore, nonostante e attraverso le loro fragilità e debolezze.

La loro forza è stata la fermezza nel conservare – e nell’“obbligarsiinsieme a conservare – nella memoria quella luce della grazia che lo Spirito aveva acceso in loro attraverso la vita e l’insegnamento di Francesco. Per questo Chiara ammonisce di aver cura “di ciò che sopra ogni altra cosa debbono desiderare: avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione” (RsC X), perché è solo lo Spirito che può operare in loro la grazia della santa unità, rendendo ciascuna “una con le mie sorelle”.

Da queste brevi pennellate possiamo cogliere come l’esperienza vissuta a San Damiano sia attuale anche per noi oggi, come gli spazi della comunione debbano essere coltivati e dilatati con pazienza ogni giorno, nel tessuto della vita di ciascuna comunità sia religiosa, sia ecclesiale, ma anche familiare e sociale, perché il volto della Chiesa risplenda nel mondo della luce dell’amore che è nella santa Trinità.

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