Lettura dell’icona del Figlio Prodigo

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Per il cammino quaresimale, in questa quarta domenica dell'anno C, vorremmo proporre la lettura dell’icona della «Parabola del figlio prodigo», parabola che viene proposta come Vangelo di questa domenica.

Quella che proponiamo è un’icona moderna che ripercorre la parabola nei suoi elementi fondamentali.

Già la sua costruzione sottolinea l’elemento dinamico: la conversione non è un fatto statico, semplicemente un cambiamento dai peccati a una vita virtuosa. La conversione, secondo la Bibbia, è sempre un  cammino di ritorno a casa. Un cammino che dura tutta la vita e che coinvolge tutta la vita.

Iniziamo la lettura dell’icona dalla sinistra in basso. Qui troviamo il figlio minore costretto a pascolare i porci e a nutrirsi delle carrube.

In alto vediamo la città nella quale ha dissipato tutto il patrimonio del Padre: egli si trova fuori, in una condizione non più umana. Egli ha perso la sua dignità, non solo di figlio, ma anche di uomo, ridotto a pascolare porci e a nutrirsi come loro. Una condizione di impurità che lo pone al loro stesso livello. Fa l’esperienza della fame, di una fame che nulla di ciò che offre il mondo può saziare e che può essere soddisfatta solo dal cibo dato nella casa paterna. 

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Sant'Ambrogio, nel suo commento all'evangelo di Luca, paragona le carrube, cibo che all'inizio sembra saziare ma che poi ci lascia più vuoti di prima perché privo di sostanza, al «pane di vita, quello che Gesù, il dispensiere del Padre», ci dona continuamente. Così il vitello grasso diviene immagine di Cristo, l'Agnello immolato: il figlio confessa apertamente al Padre il proprio peccato, e «restituito dal sacramento alla comunione dei misteri, egli potrà nutrirsi della carne del Signore».

Appoggiato al bastone da pastore, egli riflette sulla sua situazione. Questa esclusione dal consesso umano, lo fa rientrare in se stesso, gli fa considerare quanto  sia sceso in basso. A volte solo toccando il fondo può esserci di nuovo la nostalgia del ritorno.

Egli allora ripensa alla sua condizione di prima, nella casa del Padre, ma ormai crede di non essere più degno di venire reintegrato nella dignità di figlio, ma se anche fosse accettato come schiavo, sarebbe comunque una risalita dalla china in cui è sceso.

Si rimette così in cammino, un cammino di ritorno, carico soltanto del suo rimorso e desideroso di ottenere una condizione migliore di vita. Egli ancora non considera un vero ritorno al Padre come figlio, ma un passaggio da un disagio a uno stato migliore.

E lungo il cammino si prepara il discorso da fare al Padre, mentre passo dopo passo si riavvicina a casa.

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A questo punto rivolgiamo la nostra attenzione alla destra dell’icona. L’abbraccio.

Il Padre esce dalla casa – che si intravvede in alto a destra – per correre incontro al figlio perduto. Non ascolta quasi il discorso che il figlio si è preparato per chiedere il perdono. Gli basta che sia tornato per reintegrarlo completamente nella dignità di figlio (i sandali, la veste, l’anello, il vitello grasso, la festa…). In quell’abbraccio vediamo tutta la misericordia del Padre.

Un particolare interessante è che nell’icona il padre della parabola è raffigurato da Gesù Cristo: Lui è la misericordia del Padre, attraverso di Lui la misericordia raggiunge ciascuno di noi. Lui è la via che riconduce a casa, come vediamo nell’icona, dove da Cristo parte una strada che raggiunge la casa.

Anche lo sfondo fatto di rocce indica la differenza e la distanza dalle due condizioni del peccato prima e dell’abbraccio che rende di nuovo figli.

Questa icona è un rifacimento moderno di icone più antiche. Come possiamo vedere a destra: un icona del XVI sec. E qui sotto un affresco – sempre del XVI sec. – nel Monastero di Kilandari sul Monte Athos.

Gli elementi, seppur disposti diversamente si ritrovano in entrambe le immagini.

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Questa tipologia riporta poi un elemento che non è presente nel testo della parabola evangelica, ma che aiuta a leggerla in una dimensione biblica.

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Troviamo, infatti, al centro, della composizione i tre arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele e quello che nella visione del profeta Ezechiele è chiamato il carro di fuoco che porta la gloria di Dio. Questo elemento lo troviamo anche nelle icone più antiche come elemento costitutivo dell’icona stessa.

Ripercorriamo brevemente il contenuto della visione e del messaggio di Ezechiele.

Egli, in un primo tempo, vede la gloria di Dio uscire dal santuario a causa dei peccati del popolo, non c’è più speranza per il Tempio, Gerusalemme sta per essere distrutta e la Presenza di Dio si allontana dal Santuario. Dio abbandona la dimora edificata da Israele e manda il popolo in esilio.

Il profeta, tuttavia, vede anche che Dio, pur in mancanza del Tempio, non resterà completamente inaccessibile agli Israeliti dispersi, ma li seguirà nel loro esilio come un mikdash me’at (“piccolo santuario”):

«Di' loro dunque: Dice il Signore Dio: Se li ho mandati lontano fra le nazioni, se li ho dispersi in terre straniere, nelle terre dove sono andati sarò per loro come un piccolo santuario» (Ez 11,16).

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Vincenzo Maria Coronelli - Stampa veneziana del XVII secolo - carro celeste visone di Ezechiele
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All’afflizione dell’esilio seguirà, in futuro, un ritorno nella terra dei padri, come dichiara il versetto seguente:

«Riferisci: Così dice il Signore Dio: Vi raccoglierò in mezzo alle genti e vi radunerò dalle terre in cui siete stati dispersi e vi darò la terra d'Israele» (Ez 11,17).

Infatti, nella sezione conclusiva del suo libro, Ezechiele racconta di aver visto nuovamente il carro celeste:

«Mi condusse allora verso la porta che guarda a oriente 2 ed ecco che la gloria del Dio d'Israele giungeva dalla via orientale e il suo rumore era come il rumore delle grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria.  3 La visione che io vidi era simile a quella che avevo visto quando andai per distruggere la città e simile a quella che avevo visto presso il fiume Chebar. Io caddi con la faccia a terra.  4 La gloria del Signore entrò nel tempio per la porta che guarda a oriente 5 Lo spirito mi prese e mi condusse nel cortile interno: ecco, la gloria del Signore riempiva il tempio» (Ez 43,1-5).

Possiamo chiederci cosa significa questo richiamo all’AT nell’icona della parabola del Figlio prodigo. Il messaggio è chiaro: c’è il peccato del popolo che rifiuta Dio come Signore e si prostituisce ad altri idoli e viene portato in esilio, in una condizione di non-popolo, così come il Figlio sperimenta la condizione di non-uomo.

Particolarmente significativo a questo riguardo è il fatto che, nella liturgia Orientale, nel mattutino, le rubriche prevedano il canto del salmo 136 (Lungo i fiumi di Babilonia), cosa che avviene per sole tre domeniche l'anno: questa e la due successive. 
È il salmo dell'esilio. Gli ebrei lo cantavano durante la loro prigionia a Babilonia, pensando a Gerusalemme, la loro città santa. È il canto dell'uomo consapevole del suo esilio lontano da Dio: non può sentirsi pienamente appagato da nessuna cosa in questo mondo, perché si sente attratto dall'Assoluto.

Dio, però, non abbandona il popolo a se stesso, egli lo accompagna in esilio, e sarà per lui «come un piccolo santuario».

Allo stesso modo il padre della parabola, non dimentica il figlio, egli è sempre davanti ai suoi occhi, egli non gli ha chiuso la porta alle spalle, anzi, appena vede di lontano una figura che si staglia all’orizzonte, subito lo riconosce e gli corre incontro per riabbracciarlo e ricondurlo nella casa paterna, nella sua terra, dove da sempre il suo posto è rimasto pronto per lui.

Gesù è quel «piccolo santuario» che segue il figlio fin nei suoi inferni per trarlo fuori, dando la sua stessa vita per riportarlo a casa, così come il pastore cerca la sua pecora negli anfratti della roccia per riportarla alla comunione piena. È lui che ricopre la grande distanza per venire ad abbracciarci, vestirci, nutrirci, e riportarci nella casa del Padre.

C’è gioia nel cielo tra gli angeli di Dio, e gli angeli dell’icona stanno proprio a testimoniare la gioia di tutto il paradiso perché il Padre ha riavuto il suo figlio che era morto ed è tornato in vita.

Tu che volontariamente ti sei fatto povero per me,
arricchiscimi, o Signore,
ora che sono divenuto povero di ogni opera buona,
con l'abbondanza dei beni.
Pur nella consapevolezza del mio stato
ho la fiduciosa speranza nella Tua misericordia:
Guarda, o Cristo, la tribolazione del mio cuore,
guarda alla mia conversione, guarda le mie lacrime,
o Salvatore, e non mi disprezzare.
Nella tua amorosa compassione,
accoglimi di nuovo nelle tue braccia,
associandomi alla moltitudine degli eletti.
Come il ladrone ti dico: ricordati di me!
Come il pubblicano confuso
mi batto il petto e grido: siimi propizio!
Come il figliol prodigo,
liberami, o pietosissimo, da tutti i miei mali.

(Dalla Liturgia orientale della Domenica del Figlio Prodigo)