…donaci tempo per la penitenza

Nel ciclo dell’anno A, il più antico che traccia un chiaro percorso battesimale, si proclama il Vangelo della donna di Samaria, che viene riproposto in settimana per gli anni B e C. La liturgia dell’anno C, invece, l’attenzione viene focalizzata su due cardini della vita di fede: la misericordia e la conversione, ben raccolti e sintetizzati dalla prima antifona dei secondi vespri della stessa domenica:

«Per la gloria del tuo nome, Dio onnipotente, vieni a liberarci, donaci tempo per la penitenza».

Ormai ci siamo inoltrati nel cammino Quaresimale, ancora non si intravvede la meta, ma stiamo raggiungendo la svolta che avverrà con la IV domenica, dove la liturgia sposterà l’accento dal cammino penitenziale alla contemplazione del mistero pasquale, per portarci a riviverlo nei giorni della Settimana Santa. L’urgenza della conversione, allora, si fa impellente, ma forse abbiamo sperimentato tutti che i nostri propositi lasciano il tempo che trovano. Non è in nostro potere convertirci, e forse quello che noi pensiamo sia la conversione non è ciò che intende anche il Signore, ciò che egli attende da noi.

La preghiera di colletta dell’anno C ci fa pregare con queste parole:

«Padre santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo nome, infrangi la durezza della mente e del cuore, perché sappiamo cogliere con la semplicità dei fanciulli i tuoi insegnamenti, e portiamo frutti di vera e continua conversione». 

«Infrangi la durezza della mente e del cuore»: è questa la conversione che il Signore vuole compiere nella nostra vita. Una durezza che lascia spazio all’accoglienza, alla docilità, che si lascia condurre, che – soprattutto – si lascia educare nell’amare, imparando da Colui che è l’Amore. I “frutti di vera e continua conversione” non sono che i frutti dell’amore. Imparare ad amare, è questo il cammino della Quaresima, una vera e propria “Schola Amoris”, come anche ci mostrava il Santo Padre nella bellissima omelia del mercoledì delle Ceneri:

«Ecco dove ci invita a guardare la Quaresima: verso l’Alto, con la preghiera, che libera da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio. E poi verso l’altro, con la carità, che libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me. Infine, ci invita a guardarci dentro, col digiuno, che libera dagli attaccamenti alle cose, dalla mondanità che anestetizza il cuore. Preghiera, carità, digiuno: tre investimenti per un tesoro che dura».

La durezza del cuore e della mente ci fa ripiegare su noi stessi, ci consideriamo il centro dell’universo, dimentichiamo l’Altro e l’altro per far prevalere su tutto il mio io. La Quaresima ci scuote perché impariamo a guardare fuori di noi, e a guardare con verità dentro di noi. Un cammino possibile perché il Dio della misericordia è continuamente chinato su noi.

Nella prima lettura (Es 3,1-8a.13-15) l’iniziativa di Dio che ha sentito il grido del popolo oppresso in Egitto, dà l’avvio alla liberazione del popolo. Oppresso nella schiavitù da un faraone che non ha conosciuto Giuseppe e ha dimenticato la gratitudine verso l’uomo che lo ha salvato dalla carestia, il popolo geme, grida: non rivolge una preghiera al suo Dio, semplicemente grida la sua oppressione. Ma Dio lo sente e, ci dice la Scrittura, “se ne diede pensiero” (Es 2,25). La sofferenza del suo popolo lo muove a compassione, e questa misericordia diventa per Israele il grembo fecondo in cui è rigenerato alla libertà, alla vita.

Come per l’antico Israele, anche da noi sorge un grido di fronte ai tanti fatti di cronaca, agli eventi della vita di ciascuno: «Ma Dio dov’è… Perché non interviene? Perchè Dio ci punisce?».
Il Vangelo di oggi (Lc 13,1-9), colto nella sua attualità, non ignora le domande dell’uomo di fronte al dolore e alla morte, ma vuole dare una nuova speranza, una «speranza affidabile».

Dio è sempre chinato su ciascuno, egli «non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra» (Sap 1,13-14).

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 La morte è il frutto amaro della lontananza da Dio, che ha infettato con le sue radici l’opera bellissima della creazione. Dio, però non vuole lasciare l’uomo in balia di questo male, per questo ha mandato il suo Figlio Gesù a riprendere in mano il suo giardino, a lavorare la terra, a ridare concime e nutrimento, perché i suoi alberi possano di nuovo produrre frutti dolcissimi, i frutti dell’amore.

Dio offre a ciascuno il tempo del ritorno a Lui, il tempo per la conversione. E se i drammi della vita rimangono presenti, non sono una condanna, ma un richiamo a ritornare al Signore, «che largamente perdona», a Lui che ha preso su di sé il peccato e la morte e li ha vinti definitivamente.

La liturgia di questa domenica è un grande invito a tutta la Chiesa a non sprecare il tempo che le è dato, ma a lasciarsi “lavorare” dal Signore, per restituire a Lui il frutto dolcissimo di un’esistenza vissuta sotto il segno dell’amore.

campo arato

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