Il volto della misericordia

Il brano del Vangelo di Giovanni che la liturgia della V domenica di quaresima anno C ci presenta, ha nel suo centro l’incontro tra Gesù e una donna, di cui non si dice il nome, che non ha altra identità che quella che le viene data dal suo peccato: adultera


Sembra non essere altro che questo, una donna colta in flagrante adulterio, senza scusanti, senza possibilità di dubbio. Una donna peccatrice. È il suo peccato, e per questo peccato merita la morte.

E’ un brano a lungo discusso dagli esegeti, la cui autentica mano giovannea è messa in discussione, ma non la sua canonicità, e come tale lo riceviamo e proviamo a evidenziare alcuni tratti che possono essere anche una parola per la nostra vita e accompagnarci lungo questa settimana che ci prepara alla settimana santa.

Il brano si apre con una breve introduzione, nella quale Gesù ritorna nel tempio e riprende a insegnare. Non conosciamo il contenuto del suo insegnamento, l’autore del brano non lo specifica, forse perchè in realtà l’insegnamento è Gesù stesso, la sua persona. E’ lui la Parola.

Dopo l’introduzione, il brano presenta il dramma di questa donna, portata a Gesù da una folla inferocita che vuole lapidarla, ma la loro intenzione è anche un’altra: mettere alle strette Gesù, costringerlo in una situazione che permetta di mettere a morte lui, quest’uomo così scomodo, controverso, che sta mettendo in discussione le loro certezze e sicurezze. Proviamo a raffigurarci la scena:

Allora gli scribi e i farisei gli  condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e  gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.  Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».  Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Gv 8,3-6

La donna è posta nel mezzo, potremmo dire che è esposta nel mezzo, al giudizio di quest’uomo che non conosce, condannata da una Legge che mette a morte per questo genere di peccato, una Legge che condanna il peccato, ma di più non può fare. Non è in grado di salvare dal peccato, di liberare l’uomo: no, può solo eliminare il peccatore, ma la forza del peccato rimane intatta. Leggendo attentamente il brano, si evidenzia pian piano che il vero imputato è Gesù: la folla vuole mettere a morte due persone, utilizzare il peccato dell’una per uccidere anche l’altra. Ma, soprattutto, questi uomini hanno già emesso una sentenza, un giudizio di condanna per entrambi.

All’inizio del Vangelo, Gesù, durante l’incontro notturno con Nicodemo, aveva detto qual era la sua missione, il suo “programma”

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.  Gv 3,17 v. anche Gv 12,47

Che differenza! Gesù, seduto di fronte a questa donna come un giudice è l’unico che non condanna, ma salva. Gli uomini che la accerchiano e sono di fronte a Gesù con la loro violenza, invece, sanno solo condannare…

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Gli uomini che portano la donna – e possiamo immaginare con quale violenza questo avvenga e come lei poteva sentirsi – mettono Gesù di fronte a una scelta che è un vicolo cieco: andare contro la legge, oppure andare contro se stesso, contro le parole di misericordia dette fino a quel momento. Chissà, forse le pietre in mano a questi uomini erano lì, pronte per essere scagliate contro Gesù.

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Gesù non dice nulla, si china e comincia a scrivere a terra. Nessuno conosce ciò che Gesù ha scritto, le ipotesi sono infinite, ma quello che più conta è il suo abbassarsi fino a terra, il suo mettere il dito nella polvere, quella povere di cui è fatto l’uomo. Non si tira indietro, non teme di sporcarsi con la pochezza dell’uomo, con il suo peccato. Anzi, si china su questa povertà e la tocca, se ne impasta le mani, la fa sua.

Un tempo di silenzio, di attesa, di sospensione, mal tollerato dall’impazienza degli uomini che attendono la sua sentenza. Insistono, dice il testo. E Gesù, allora, così come si era chinato ora si alza: se il primo gesto ci diceva il suo abbassamento, ora questo ci dice la sua risurrezione, la sua potenza, la sua maestà. Si alza, e trasforma il suo atteso giudizio, un giudizio che ciascuno dovrà emettere su di sé: Chi non ha peccato, sia lui il primo a scagliare la pietra.
Gesù pone così ciascuno di fronte alla propria coscienza: vedi il male che c’è nel tuo cuore. Non puoi condannare nessuno, perché anche tu, come questa donna, hai bisogno di misericordia.
Queste parole di Gesù sono più forti della sentenza che questi uomini attendevano, parole che mettono di fronte alla verità del proprio cuore. E il giudizio si compie, nel momento in cui uno ad uno, se ne vanno.

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Quello che doveva essere l’incontro con la morte per questa donna, diventa l’incontro con la vita, con Colui che dà la vita. 

La folla che la circondava scompare, rimane sola, con Gesù. S. Agostino, commentando questo brano del vangelo, dice che «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia». Misericordia et misera. Rimane solo questo: l’incontro tra la misericordia e la miseria, tra la mia miseria e la misericordia infinita di Dio, tra il mio essere polvere, nella polvere, e il cuore di Dio che si china sulla mia miseria, che si fa vicino, si dona, si mette accanto alla mia miseria. Gesù la chiama “donna”, come sua Madre, come la Maddalena: le restituisce la sua dignità, fino in fondo, una dignità che era stata umiliata, svilita, ridotta a nulla. Gesù gliela restituisce insieme alla vita che non solo è ridata, ma è ricreata, una vita nuova: Gesù fa uscire questa donna dalla morte.

Le rivolge una domanda “nessuno ti ha condannata?” che è chiaramente retorica, per aiutarla a prendere consapevolezza di ciò che è accaduto, che è libera dalla condanna. È viva. Ora Gesù può emettere quella sentenza tanto attesa: neanche io ti condanno. Va’,  e d’ora in poi non peccare più.

Gesù non nasconde il peccato, lo riconosce, dice alla donna di non peccare più, di rimanere dentro la vita nuova che ha ricevuto, ma con il suo perdono la rimette in cammino, Va’. Ora può cambiare vita, ricominciare a partire dallo sguardo che ha salvato la sua esistenza.

Noi tutti siamo questa donna. L’adulterio nella bibbia è l’infedeltà, è l’idolatria. Tutti noi siamo dentro questo peccato: mettiamoci sotto lo sguardo della Sua misericordia, lasciamoci guardare, interrogare, smascherare, salvare da quello sguardo.
E impariamo da lui a guardare chi ci pone accanto: non siamo facili al giudizio, ricordiamoci che abbiamo tutti bisogno di essere accolti, rimessi in piedi, rimessi in cammino dalla Sua misericordia.

Papa Francesco, a conclusione dell’anno della misericordia, aveva scritto una lettera dal titolo “Misericordia et misera”, nella quale rilegge questo brano del Vangelo. Concludiamo questa nostra riflessione con alcune parole tratte dalla suddetta Lettera:

La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso (cfr Es 34,6), la sua misericordia dura in eterno (cfr Sal 136), di generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita.

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