Tu che punisci il peccato e volentieri perdoni
Dio! Io l’ho amato questo popolo.
Di aver portato le sue vergogne e i pesi suoi
e di aver visto la sua salvezza – questo mi basta.
Bonhoeffer D., La morte di Mosè, in Poesie, Magnano, 1999, 79.
L’uomo, creatura di Dio, è tra tutte le sue opere la più amata, l’unica che porta il sigillo della sua immagine, l’unica che Dio ha creato perché partecipi della pienezza della sua vita, del suo amore, della sua beatitudine.
“Egli stesso, è l’autore dell’intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui «fatta »1.
Ma, lo sappiamo bene, proprio questo essere che Dio ha fatto “poco meno degli angeli”2 si è fidato della menzogna piuttosto che della verità, ha rifiutato la sua dipendenza dal Creatore e così è sprofondato nella morte3. La Scrittura racconta la storia di infedeltà dell’uomo, di Israele e della misericordia di Dio che continuamente soccorre il suo popolo, lo salva, rinnova l’Alleanza ferita e tradita, proprio perché Dio è un “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”4. A differenza degli altri popoli, Israele impara a conoscere il suo Dio come un Dio unico che non solo è Creatore del cielo e della terra, ma anche ama il suo popolo, lo sceglie, lo conduce: è un’esperienza che coinvolge sia Israele nella sua globalità, sia ogni singolo israelita. Ognuno può ricorrere alla misericordia di Dio, nel suo peccato, nella sofferenza, perché essa non rimane un attributo che riguarda solo il concetto di Dio, ma entra nella vita di ogni uomo, diventa il contenuto del rapporto unico e personale che ciascuno ha con il suo Signore. È una misericordia nella quale si manifestano “tutte le sfumature dell’amore”5: Dio è loro padre, ma si presenta anche con le caratteristiche dell’amore materno6, è poi ancora Colui che ama il popolo con la passione di uno sposo per la sposa: è la dimensione dell’eros di Dio per l’uomo, presente soprattutto nei profeti Osea ed Ezechiele, che ci dicono così che l’eros è in Dio stesso. Ma la sposa, Israele, è adultera e infedele. Dio, invece di abbandonarla, manifesta il suo amore di agape nel perdono, ed ecco che «Non-amata»7 diventa «Amata»8: “L’amore appassionato di Dio per il suo popolo – per l’uomo – è nello stesso tempo un amore che perdona”9 .
La Scrittura non ci presenta una riflessione sulla misericordia, ma ci trasmette l’esperienza storica, concreta dell’amore di Dio. È interessante notare che si tratta di “storia della salvezza” e non di “storia dell’infedeltà o del peccato di Israele”, perché il centro non è l’uomo, ma Dio. E’ lui che tesse la storia, intrecciando i fili del nostro peccato con quelli del suo perdono, che sa trarre il bene dal male. La fiducia nel suo amore è ciò che ha permesso a Israele, nelle più diverse situazioni e anche nei momenti più tragici della sua vita, di rivolgersi al Signore.
Sono molti i termini ebraici con la quale la Scrittura indica la misericordia, approfonditamente presentati da Giovanni Paolo II alla nota n. 52 della Dives in misericordia. Soffermiamoci brevemente sul primo, hesed, che indica un atteggiamento di bontà, di benevolenza fra due persone in forza anche di “una fedeltà verso se stessi”, dando a questa parola un valore che supera di molto l’obbligo giuridico di fedeltà a un patto. Quand’anche Dio non fosse più vincolato al suo patto perché Israele lo ha tradito, in forza dell’hesed, rimane fedele a se stesso, al suo amore per la sua creatura, che diventa pura gratuità, puro dono. Questo concetto è ripreso da Benedetto XVI quando afferma che l’amore di Dio “è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso”10. Dio paga di persona: e questo volgersi contro se stesso, che già nell’Antico Testamento annuncia velatamente la Croce, si compirà nella morte in croce di Cristo.
Clarisse Monteluce S. Erminio

