Un abisso invalicabile

Lazzaro e il ricco

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Lazzaro e il ricco
Abazia di Moissac - Timpano - Lazzaro e il ricco - XI sec

La liturgia di questa XXVI Domenica del tempo Ordinario, riprende i temi di domenica scorsa: come amministriamo la grazia incommensurabile della nostra vita, grazia che è un dono e che non viene da noi?

Domenica scorsa Luca ci aveva presentato un amministratore, oggi due personaggi ci accompagnano nella lettura orante della Parola: un ricco gaudente, anonimo, e un povero di cui si ricorda il nome, Lazzaro.

Già questa scelta narrativa ci dà un primo indizio sullo svolgimento della parabola di Gesù. Il nome, nella Bibbia ha una grande importanza, perché ha a che fare con l’identità di una persona e con il suo compito nella storia e nel mondo, e qui, a differenza di come avremmo scritto la storia noi, è il povero ad avere un nome.

Pensiamo che chi fa la storia siano i ricchi e i potenti di questa terra, ma, se solleviamo appena un poco il lembo dell’apparenza che abbaglia i nostri occhi e ci toglie la possibilità di guardare veramente, in profondità, la storia, vediamo che coloro che hanno un “nome” nel cuore di Dio (“il seno si Abramo” della parabola) sono coloro che vivendo nella marginalità, nella povertà, nell’indigenza, non desiderano bramosamente un cambio di posizione, ma rimangono nella fiducia piena in Lui, che, come dice Maria di Nazareth nel Magnificat: “rovescia i potenti dai troni e innalza i poveri… ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote”. San Francesco proprio questo aveva intuito nella sua scelta della povertà: non una mancanza di tutto o di qualcosa, ma un scegliere “Tutto” lasciando perdere “qualcosa”. Egli in una sua preghiera bellissima diceva al Signore: “Tu sei ogni ricchezza a sufficienza”.

Questa parabola, però, non è semplicemente un “manifesto sociale” per un riscatto dalla povertà. Qui Gesù vuole farci entrare nello spessore della nostra storia quotidiana, lì dove viviamo le nostre relazioni, lì dove spesso siamo noi stessi a costruire un abisso invalicabile, dove non vediamo più l’altro, chiusi nel nostro daffare, nel nostro correre per “farci un nome”…

Quell’abisso invalicabile di cui ci parla la parabola, che ci pare una durezza da parte di Dio nei confronti del ricco gaudente, in fondo se lo è scavato lui stesso nei confronti del povero Lazzaro che stava alla sua porta e che mai si è degnato semplicemente neppure di guardare. Egli, con la sua autosufficienza ha chiuso la sua porta a qualsiasi relazione, si è “murato” dentro al suo apparentemente felice godimento dei suoi beni.

Quante volte i nostri muri, costruiti per conservare le nostre comodità, si sono poi, col tempo trasformati in prigioni, dove l’arsura della solitudine e dell’isolamento ci hanno creato sofferenze insopportabili?

Solitudine e isolamento

Gesù, con questa parabola, viene per illuminare il nostro oggi, perché attraverso l’ascolto quotidiano della Parola di Dio, attraverso la partecipazione attiva ai sacramenti, possiamo aprirci alla comunione e alla condivisione di ciò che gratuitamente ogni giorno riceviamo e che è il dono immenso della vita, con tutto ciò che questa porta con sé.

Gesù oggi ricorda a ciascuno di noi: tu sei nel cuore del Padre, sei continuamente generato e rigenerato a vita nuova, non chiuderti e non appropriarti dei doni che hai ricevuto, ma nella condivisione scopri la gioia immensa della fraternità. Oggi apri la porta del cuore a chi hai vicino e scopri che non sei solo e non devi difenderti: l’altro è un fratello, perché l’Altro – Dio – in Gesù si è fatto nostro fratello e attende di incontrare i tuoi occhi e le tue mani per donarti la pienezza della gioia.

Nella mano del Padre

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