Amministratori di una multiforme grazia di Dio

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Nel Vangelo di questa XXV Domenica del Tempo Ordinario la Liturgia della Chiesa ci propone la parabola di un amministratore che, chiamato dal suo signore, a rendere conto della sua cattiva amministrazione, viene licenziato. Trovandosi in seria difficoltà, l’amministratore cerca una strategia per assicurarsi il futuro e sconta ai debitori del suo padrone parte del debito, rendendoli così suoi debitori, nella speranza di un aiuto da parte loro, per l’avvenire.

La scaltrezza di quest’uomo, che si ingegna in tutti i modi per garantirsi il futuro e fa di tutto per assicurarselo, riceve le lodi di Gesù che indica ai suoi discepoli di imitarlo in questo (e non certo nel suo agire disonesto).

Il nostro futuro non è semplicemente sulla scena di questo mondo, che passa e finisce con la morte; il nostro orizzonte è il Regno eterno di Dio: ci pensiamo mai? Lavoriamo per e in vista del Regno? Oppure rimaniamo chiusi sull’oggi e su un benessere piccolo e immediato, senza un senso e un respiro più ampio, senza l’orizzonte della vita eterna, a cui Dio ci chiama? Certo se è vero che non possiamo conquistarci il Paradiso con le nostre sole forze, perché esso rimane ultimamente un dono, una grazia, dobbiamo però accogliere la sua logica, averlo come criterio, senso delle nostre scelte quotidiane e come sfondo del nostro futuro. Siamo scaltri, usiamo la nostra intelligenza e i nostri mezzi per raggiungere in tutti i modi la nostra meta celeste! I beni materiali che possediamo e i talenti che abbiamo ricevuto ci sono dati perché li orientiamo e li mettiamo a servizio del Regno di Dio, che è un tesoro incorruttibile, troppo prezioso perché rischiamo di perderlo, è il compimento vero, pieno e definitivo della nostra persona, ciò per cui siamo creati e che il nostro cuore desidera nel profondo.

Un secondo scopo di questo passo del Vangelo di Luca, è illustrare il buono e cattivo uso delle ricchezze.

AI tempo, in Palestina, chi amministrava beni per conto di un altro non era pagato, ma traeva il suo guadagno alterando l’importo delle ricevute del prestito e trattenendo per sé la differenza, e questo era di uso comune e tollerato. Ciascuno decideva di quanto alterare e quindi quanto guadagnare sui prestiti del padrone.

L’amministratore della parabola aveva sempre vissuto in modo disonesto, accaparrando avidamente ricchezze per se stesso e agendo da usuraio; in questo consiste la sua precedente ingiustizia, nel farsi padrone di ciò che non era suo e nello sfruttare gli altri per un proprio guadagno (è la logica del mondo che accumula ricchezze chiamate da Luca “ingiuste” perché ammassate egoisticamente, contro il volere di Dio che vuole siano condivise e distribuite).

Alla notizia del licenziamento, preso dalla preoccupazione, egli cambia modo di agire e decide di investire sulle relazioni (anche se queste rimangono tuttavia equivoche, non gratuite), comincia a rinunciare al suo utile immediato, per farsi degli amici che lo possano aiutare nel futuro, rinuncia alla sua avidità per entrare nella logica del dono, la logica di Dio.

E noi, figli della luce, ci procuriamo amici che ci accolgano nelle dimore eterne, che intercedano per noi al momento della nostra morte, perché abbiamo fatto loro del bene, donando qualcosa di noi stessi, facendo della nostra stessa vita un dono? Così facendo il Signore potrà dirci: “Venite benedetti dal Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. (Mt 25,35)

Tutti noi siamo semplici amministratori dei beni che possediamo, perché tutto ciò che abbiamo lo abbiamo ricevuto; tutto ciò che è creato è un dono del Creatore, del Padre delle misericordie che tutto dona largamente e con provvidenza: il nostro stesso esserci, il poter lavorare, la salute  e l’intelligenza per farlo, i beni della nostra vita…  Il volere del Padre è che viviamo da figli, consapevoli che abbiamo bisogno di ricevere tutto dal Padre nostro che è nei cieli, (“dacci oggi il nostro pane quotidiano”) e disposti a condividere i suoi doni con i nostri fratelli, vivendo nella comunione. Questo è il modo giusto di amministrare le ricchezze che riceviamo sulla terra, accoglierle come dono e condividerle, senza trattenerle. I cristiani non demonizzano i beni di questo mondo e il denaro, ma li usano come mezzo e non come fine, per edificare il regno dell’Amore e della Comunione, già su questa terra, e vivere in Cristo Gesù, da fratelli, come parte della grande famiglia umana e come parte del Suo Corpo nel quale tutte le membra ci appartengono.

Amministrando debitamente la realtà terrestre (chiamata “il minimo”, “l’ingiusto mammona, “ciò che è altrui”) ci procuriamo quella celeste (“il molto”, “la cosa vera”, “ciò che è vostro”). I beni terreni non vanno né demonizzati né assolutizzati, ma Dio è l’unico Signore e deve esserlo in realtà. La fede in Dio si gioca nella fedeltà in ciò che Egli ci ha affidato. C’è una falsa astuzia che fa porre la fiducia, invece che nel Creatore, nelle creature. È una perversione che fa dei mezzi il fine e ci riduce a servire essi invece che servircene. La vera astuzia è di chi sa che tutto ciò che c’è è dono di Dio ed è un mezzo per entrare in comunione con Lui e con i fratelli. Per questo vive nel rendimento di grazie e in spirito di condivisione. I beni che l’uomo stima di tanto valore sono una cosa minima rispetto al vero bene. D’altra parte sono necessari per conseguirlo: il nostro futuro si decide qui ed ora nell’uso corretto che ne facciamo. In questo, più che nei pii sentimenti, si esprime la nostra fedeltà a Dio. Il fallimento dell’uomo consiste nell’amare ciò che non è l’oggetto del suo cuore, cioè il suo bene vero e ultimo”.
(Silvano Fausti)

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