La XIV domenica del TO ci offre la continuazione del Vangelo della domenica precedente. Introdotto con “dopo queste cose/fatti”, sembra aprire a una nuova sezione, ma leggendolo attentamente si può cogliere invece la continuità con quanto lo precede.
Gesù ha deciso di dirigersi verso Gerusalemme. Comincia il cammino che lo condurrà al Calvario, e proprio all’inizio sperimenta il rifiuto dei samaritani. Questo rifiuto sembra imprimere un’urgenza particolare al suo viaggio, che si esprime nel vangelo odierno con l’invio di 72 discepoli a precedere il suo arrivo, messaggeri di pace che devono preparare la venuta di Colui che è la pace.
72 (secondo altri codici 70) è un numero simbolico, che dice la totalità delle nazioni. Il rifiuto non ferma la missione di Gesù, anzi la allarga fino a comprendere ogni popolo e nazione. È l’inizio della missione della Chiesa, inviata innanzitutto a preparare l’avvento del Signore, la sua venuta nella vita delle persone, venuta di pace, che entra nelle case, nella quotidiana ferialità per fermarsi, rimanere, prendere dimora.
Gesù invia, due a due, e l’unica strategia sulla quale gli inviati possono contare è la loro debolezza: come agnelli in mezzo ai lupi, in povertà, senza sicurezze umane, senza privilegi su cui contare, forti solo del mandato ricevuto, della Parola ricevuta, di Colui che devono annunciare.
La forza della debolezza, la potenza dell’affidamento alla Provvidenza del Padre, la fiducia che il cuore dell’uomo ancora è capace di aprirsi, ancora è capace di accogliere, ancora è capace di amare.
Colui che è inviato diventa egli stesso annuncio. Prima che la sua parola, è la sua persona a rendere testimonianza. Non si è inviati a tempo, non si è inviati a svolgere una professione: solo colui che coinvolge totalmente se stesso con il Signore, affidandosi alla sua Parola, mettendo in gioco la sua vita è testimone credibile.
L’urgenza che abita il cuore di Gesù si manifesta nel richiamo esigente fatto ai discepoli di non perdere tempo, di non fermarsi neanche a salutare perché c’è una missione che urge, una meta chiara che non permette dilazioni, non possono esserci compromessi o ritardi: l’uomo è l’urgenza di Cristo, e l’uomo deve essere l’urgenza della Chiesa.
Questa urgenza è così forte e chiara, e l’uomo vale così tanto, che la sua dignità altissima si esprime anche nella libertà che gli è lasciata: la possibilità del rifiuto. Mistero sconvolgente, eppure reale, concreto, che possiamo vedere quotidianamente: la possibilità del no, la possibilità di chiudere il cuore alla bellezza che si svela e che bussa. Ma anche qui la misericordia di Dio apre la porta lì dove l’uomo la chiude: scuotere la polvere dai propri piedi, un gesto duro ma contemporaneamente un gesto che pone di fronte alla propria responsabilità, alla gravità della decisione, quasi un ulteriore 
Consegna del discepolo a coloro che lo accolgono, che lo espone anche al rifiuto, che mette a nudo ciò che l’uomo cui si rivolge porta nel cuore: l’inviato è così associato alla profezia che Simeone aveva pronunciato su Gesù nel tempio: segno di contraddizione di fronte al quale si svelano i pensieri più nascosti e profondi (Lc 2,34). Gesù stesso conferisce agli inviati il potere di vincere il Maligno e le sue opere, così come li rende portatori e donatori della sua stessa pace.
Non comprenderemo mai la grandezza di essere chiamati a condividere la missione del Figlio, così come allora i discepoli, pieni della gioia dello Spirito che opera nella vita delle persone, dovevano imparare a rallegrarsi non per i successi più apparenti, ma per l’amore infinito del Padre, amore così grande che scrive il nome di ciascuno nel cielo, lì “dove ladro non arriva e tarlo non consuma” (Lc 12, 33).
Chiediamo al Signore di riempire il nostro cuore dello stupore di chi si scopre ogni giorno amato di un amore infinito, e di donarci la grazia di farci a nostra volta canale perché questo amore possa fluire e raggiungere i fratelli e le sorelle che ogni giorno incrociamo sulle strade della nostra vita.
Manda, Signore, operai nella tua messe, che siano memoria vivente di Te, e rendi noi, tuoi discepoli, testimoni credibili del tuo amore.



