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La più grande dolcezza per Dio è fare misericordia

Gesù è ancora in cammino verso Gerusalemme, dove si compirà il mistero della nostra salvezza e Luca ci racconta, ancora una volta, di un incontro.

L’interlocutore, nel Vangelo di oggi (Lc 10,25-37), è un dottore della Legge, un esperto nelle Scritture, nell’interpretazione della Torah, potremmo chiamarlo un teologo. Egli vuole “mettere alla prova” Gesù. Per fare questo gli pone una domanda, a prima vista, riguardante la sua propria ricerca personale, la stessa che gli farà un altro personaggio (Lc 18,18), un “notabile” (una persona altolocata), se pur con diverse intenzioni: «Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».

Nel dialogo egli, apparentemente, pone Gesù sul suo stesso piano, chiamandolo Maestro.

Cosa devo fare, per ereditare la vita eterna? C’è una contraddizione nei termini. Fare per ereditare. L’eredità si può ricevere solo come lascito, come un dono, l’unica cosa da fare è solo quella di avere un rapporto profondo con chi lascia l’eredità, e in genere l’unica cosa da fare è quella di essere figli…

Gesù da parte sua lo provoca a darsi da sé la risposta a partire dal suo ambito di pertinenza: la Legge – la Scrittura. E di fatto il dottore della Legge dà una risposta soddisfacente, tanto che Gesù gli dice: “Ti sei risposto da solo: è questo ciò che devi fare: entrare nella stessa logica del Padre, che è l’amore, l’agape”.

All’uomo però la risposta non basta: “Sì, amare Dio… ma amare il mio prossimo: chi?”

Gesù allora gli racconta una storia, che certamente faceva parte della cronaca del tempo. Una strada, da Gerusalemme a Gerico, una strada in forte discesa (Gerico si trova sotto il livello del mare), una strada in mezzo a un deserto aspro, arido, un luogo di predoni. 

Un uomo, di cui non viene detto nulla, e nel quale ognuno si può identificare, scende verso Gerico. È solo e i briganti lo spogliano di tutto, percuotendolo e lasciandolo mezzo morto. La strada non è molto frequentata e chissà quanto tempo quel malcapitato sarà rimasto lì sul ciglio della strada, senza la forza di rimettersi in cammino e senza neppure la voce per gridare aiuto. Un sacerdote, prima, poi un levita, passano di tutta fretta per andare a celebrare il culto al tempio, vedono questo poveretto, ma non si fermano, hanno l’obbligo della purità cultuale, che prevale su ogni sentimento di misericordia… il tempo passa e per quell’uomo ormai pare non ci sia speranza… ma di lontano si staglia una figura, è un samaritano, considerato un eretico dai giudei, uno di cui non ci si può fidare. L’uomo ormai non attende più nulla: se non lo hanno soccorso gli altri, che sono i suoi fratelli, certamente questo samaritano non lo degnerà neppure di uno sguardo. Ma tra lo stupore di quell’uomo, proprio il samaritano si muove a compassione, si avvicina, si prende cura di lui, gli ripulisce le ferite, lo carica sulla cavalcatura e lo porta a una locanda, si raccomanda che sia curato e addirittura paga per lui il dovuto…

«Chi ti sembra, tra questi tre, sia stato prossimo di colui che è incappato nei briganti? … Chi ha fatto misericordia con lui»

Ecco la svolta che Gesù propone al dottore della Legge. L’identità del prossimo non si determina a partire dal benefattore, ma a partire dal beneficiario. È l’altro che, in qualunque situazione sia, e chiunque sia, attende che ci sia un “prossimo” per lui, che ci sia chi si faccia “prossimo”, chi si approssimi a lui.

Eredi della vita eterna sono coloro che si riconoscono figli del Padre misericordioso e compassionevole, che dal suo amore attingono quell’amore che si lascia commuovere davanti ad ogni fratello e sorella che il Signore ci fa incontrare nel cammino della vita.

È quello che ha scoperto san Francesco all’inizio della sua conversione, quando – come racconta egli stesso nel suo Testamento – riconosce che il Signore lo condusse tra i lebbrosi e nonostante il suo forte ribrezzo per loro egli «fece con loro misericordia». In quel momento – ci dice ancora – «quello che mi sembrava amaro si trasformò in dolcezza di animo e di corpo». Francesco scopre quella prospettiva “inversa” che pone lo sguardo umano all’interno dello sguardo di Dio.

Fare misericordia è per Dio la più grande dolcezza e la gioia più intensa. E la scoperta più bella è accorgersi che Lui si è fatto prossimo per ciascuno di noi, ci ha raggiunti nella nostra indigenza, si è fatto carico delle nostre ferite, anche quelle più ributtanti… e ci ha portato nella locanda, la Chiesa, per essere curati e restituiti alla bellezza in cui eravamo stati creati.

«Se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che Cristo è il buon Samaritano, che avrà sempre compassione di te, e all’ora della tua morte ti porterà alla locanda eterna»

(incisione medievale presso l’Ostello del buon samaritano – presso Gerico).

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