La saggezza risplenderà

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Ci avviciniamo al culmine dell’anno liturgico celebrato dalla Chiesa, e i discorsi di Gesù vanno verso l’essenziale, verso le “cose ultime”, ossia le cose che rimangono. È la domanda che forse è risuonata di più in questi ultimi due anni in cui la pandemia ci ha messi a stretto contatto con la fragilità della nostra vita (e della vita di quelli che amiamo): cosa è davvero importante? Cosa rimane per sempre?

I toni della Parola che ascoltiamo in questa domenica sembrano creare un senso di ansietà: parole come “angoscia”, “tribolazione”, “vergogna” e “infamia” ci lasciano addosso timore e incertezza. Gesù non ci rassicura: accadranno cose che sconvolgeranno la storia così come la conosciamo. Eppure non sarà la fine: sarà una nuova Pasqua, quella definitiva ed eterna, in cui vedremo tornare Colui che da sempre attendiamo e che la Chiesa invoca ogni giorno da duemila anni.

Cosa può dire questa Parola di quanto viviamo oggi? La dinamica pasquale è quella in cui già camminiamo da battezzati: ogni “fine”, in Cristo, segna l’inizio di qualcosa di nuovo. La Pasqua è già seminata e testimoniata nel mondo creato in Gesù: è proprio il Signore che ci invita a riconoscerla quando ci chiede di “imparare” dalla pianta di fico, che dopo l’inverno “diventa tenero” e lascia che la vita presente in sé venga fuori con la nascita delle nuove foglie. La fatica, l’impotenza, quello che non comprendiamo…possono indurirci o possono essere l’occasione perché quello che in noi si va formando nel silenzio pian piano possa uscire e esprimere la verità di ciò che siamo. Sarà forse questa la saggezza che risplenderà, come proclama la prima lettura.

Conosciamo probabilmente persone che hanno vissuto abbastanza da testimoniare che nessuna esistenza è facile. Eppure le vite più belle sono quelle di chi ha attraversato la “tribolazione” ricevendo la grazia di riuscire a trasformare le esperienze in sapienza, in qualcosa che ci fa gustare e conoscere più profondamente Dio e la bellezza che ha desiderato mettere dentro di noi e nelle relazioni che viviamo.

Dove possiamo chiedere e attingere questa grazia? Possiamo immergere la nostra tribolazione nel sacrificio eucaristico a cui partecipiamo: già questa domenica Gesù Cristo è vicino, è alle porte, con la sua Parola che rimane, con la Vita che può far risplendere in noi, perché anche noi con Lui siamo già e non ancora “assisi per sempre alla destra di Dio”.

Ciascuno può considerare quello che sta vivendo in questo periodo: forse abbiamo fatto girare la nostra vita intorno a un “sole” che si sta oscurando (una persona che ci ha deluso, un progetto che non dà la soddisfazione che speravamo…) , forse vediamo crollare parti importanti di quanto abbiamo costruito: viviamo pure i nostri lutti, le nostre delusioni, sapendo però che possiamo scegliere di cercare germogli, di metterci in ascolto per sentire dove la vita in realtà già vuole esplodere e moltiplicarsi.

Ciò che rimane per sempre è il desiderio di Dio di usare tutto per amarci e farci sempre più suoi, sempre più stretti nel suo abbraccio che genera e ci ri-genera come suoi figli. E allora possiamo anche concederci la libertà di prendere in prestito le parole di una poesia per cercare quanto il cuore di Dio ha da donarci: se ascoltiamo attentamente, nel segreto la realtà ci sussurra da parte del Padre: “voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” (P. Neruda, Venti poesie d’Amore e una canzone disperata,XIV, 1924).



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