30 ottobre 2021 – XXXI domenica del Tempo Ordinario anno b
Nel brano del Vangelo che la Chiesa ci dona in questa domenica, Gesù sembra distinguere il suo insegnamento in due tempi. Inizialmente si rivolge alla folla, invitando a guardare lontano dagli scribi, che “carpiscono” stima, onori, riconoscimenti sociali e religiosi fino ad arrivare all’avidità disonesta a scapito delle persone più fragili, come le vedove.
Nella seconda scena Gesù “chiama a sé” i suoi discepoli: sembra ora di entrare in un insegnamento più intimo, riservato a quelli che Gesù conosce e che lo conoscono. Entriamo in un “segreto”, in una sapienza intrisa di amore perché condivisa tra persone che partecipano della stessa vita ormai da tempo.
Gesù ha osservato la folla che gettava le monete nel tesoro del tempio: non ha prestato attenzione al “quanto” ma al “come”, e vuole insegnare ai suoi discepoli a guardare la realtà in modo più profondo, a non fermarsi a quanto appare (è questo il mondo “piccolo” degli scribi) ma ad andare oltre. La vedova ha offerto nel tempio “poco” per i criteri del meccanismo del culto che si era stabilizzato nel tempio, eppure Gesù sa che ha offerto tutto, con cuore generoso e pieno di fiducia in quello che Dio può operare.
E io, dove pongo tutte le mie risorse, a chi affido la mia vita? Questa donna ha preso “dalla sua mancanza” e ha donato a Dio: sembra un paradosso, ma spingendoci un po’ in là con il senso, potremmo provare a pensare a tutte le nostre povertà come qualcosa che può diventare offerta gradita al Signore. Quali sono le zone della mia esistenza in cui avverto una “mancanza”? Può trattarsi di mancanza di un riconoscimento, di conferme, o anche il vuoto lasciato da una persona che mi è stata tolta dalla vita o dalle incomprensioni, la mancanza di un lavoro che valorizzi quello che sono, mancanza di un compagno per la vita…Ciascuno può riconoscersi “vedovo” e provare a gettare, questa domenica, la sua povertà nel tesoro che è la celebrazione eucaristica: posto sull’altare insieme al pane e al vino, tutto diventa carne e sangue di Gesù, cioè Vita e Amore “per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa”.
Le parole di Gesù, oltre ad essere una lode per la vedova, hanno forse anche un tono di dolore e dispiacere: il tesoro del Tempio doveva servire al culto, e già attraverso i suoi profeti Dio aveva chiesto a Israele un culto che comprendesse il “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo” (Is 58, 7). La vedova del Vangelo avrebbe “diritto” a ricevere qualcosa, anche in sostanze, dalle autorità religiose e politiche del tempo, e invece è lei a offrire “tutto”: così come Gesù avrebbe potuto chiedere gloria, onore, adorazione agli uomini tra cui era venuto, e ha invece donato loro salvezza offrendosi “per annullare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso “(Eb 9, 26).
Si incontrano persone che riescono a fare un dono di quanto gli viene negato e potrebbero ragionevolmente pretendere, persone a cui Dio dona Vita lì dove il mondo vede solo obiezioni alla felicità; è quanto insegnano i santi, che abbiamo celebrato lunedì scorso: in un matrimonio con una persona incapace di amare, in una malattia, in un servizio che non sappiamo accogliere…tutto può diventare quel “soldo” della vedova con cui apriamo la strada a Dio perché faccia della nostra “miseria” una vita in comunione con Lui, vissuta secondo quello che siamo davvero davanti al Suo volto.
Solo per oggi, chiediamo allo Spirito Santo l’occasione di riconoscere e vivere con l’amore che viene da Dio una piccola mancanza che ci presenterà la giornata: forse non faremo grandi gesti o grandi doni, ma avremo offerto anche noi il nostro “tutto”.
Clarisse Monteluce S. Erminio

