Inviati

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11 luglio 2021 – XV Domenica del tempo ordinario – anno B

Incredulità. Stupore. Abbiamo lasciato così la folla la scorsa settimana, stupita e incredula di fronte a Gesù, mentre lui, il Maestro, annuncia la Parola percorrendo le strade della Palestina.

Incredulità e stupore che non rallentano l’annuncio. Gesù è abitato da un’urgenza: annunciare, seminare la Parola, formare i discepoli che poi saranno portatori di lui nel mondo. È l’urgenza che lo Spirito nutre e guida, in lui e nei suoi, associati alla sua missione, infiammati dallo stesso fuoco, dallo stesso desiderio di incontro tra Dio e l’uomo. Appassionati di Dio, appassionati dell’uomo: questi sono i discepoli, ieri come oggi. Segnati dal limite, feriti dal peccato, rallentati nella loro efficacia apostolica dal peso di un’umanità che oppone resistenza al Vangelo, ma trasformati dal fuoco dello Spirito, fecondati dalla Parola di Dio, innamorati di Colui che li ama fino al dono di se stesso senza limite né misura.

Gesù innanzitutto chiama  a sè i suoi discepoli, i Dodici che ha scelto come primi testimoni e fondamento della fede della Chiesa. È un gesto che compie più volte nel vangelo di Marco: chiamare a sé, verbo caro al nostro evangelista, che mette innanzitutto al primo posto la relazione con lui, il Signore. La Chiesa, lo sappiamo, non è un’organizzazione benefica, non è una “dispensatrice di carità”. La Chiesa è il popolo di coloro che sono stati chiamati, che hanno incontrato il Risorto, hanno sperimentato la sua salvezza, il suo amore, e non possono più vivere come se niente fosse accaduto. La Chiesa siamo noi, ciascuno di noi, segno sacramentale della presenza di Dio nella storia del mondo e di ogni uomo. Anche noi inviati nel mondo a rendere testimonianza ma innanzitutto chiamati a una relazione profonda, personale con il Signore Gesù. Solo da qui può nascere la missione. Gesù invia due a due, e la prima forma di testimonianza è la comunione. Quanto è difficile la comunione! Quanto lavoro su di sé è necessario per accogliere l’altro, per fare spazio, per concepirsi sempre in relazione, sempre “relativi” a qualcun altro. La comunione non è frutto dello sforzo umano, ma dono di Dio cui aderire. Il dono è forte proprio del comando di Gesù: è lui che invia in comunione, invia due a due. Approfondendo il rapporto con lui, si approfondisce anche quello con i nostri compagni di viaggio, e la comunione cresce, silenziosa ma forte, tenace, rendendoci a nostra volta più forti. Non possiamo fare nulla da soli, e il Signore ce lo ricorda: abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ce lo ricorda e, contemporaneamente, ci affida il compito di ricordarlo a questa umanità che ha più che mai bisogno di ritrovare profondamente la dimensione dell’altro come appartenente alla propria stessa umanità. Due a due, ponendo la fiducia nel Signore che si prende cura, provvede, invia e accompagna. Fiducia nella provvidenza che si manifesta nell’accoglienza. È una possibilità che gli inviati offrono a chi incontrano: aprire il proprio cuore, scoprirsi ancora capaci di accogliere e di donare, di ospitare, di incontrare e di essere visitati. Scoprirsi ancora capaci di accogliere e vivere una novità anche se si manifesta in due viandanti impolverati, anche se viene a “disturbare”, a chiedere cura, se ha bisogno. Coloro che sono inviati, per il fatto stesso che sono in cammino sulla Parola di Gesù, sono portatori di una tale ricchezza che non possono indugiare nel rifiuto. Se non sono accolti, con un gesto forte che pone colui che li rifiuta di fronte alla responsabilità del proprio agire, offrendogli così ancora un’opportunità di cambiare atteggiamento, devono andarsene scuotendo la polvere dai piedi. Gli inviati portano con sé un bastone, che richiama il bastone di Mosè. Forse dovranno affrontare la stessa lotta del Patriarca contro il potere del male che vuole ostacolare l’opera di Dio. E il bastone è il segno del potere di Dio che Mosè aveva manifestato vincendo sui maghi della corte del faraone; è lo stesso bastone con il quale aprirà il Mar Rosso, farà sgorgare acqua dalla roccia, renderà dolci le acque amare. Il bastone è diventato anche il pastorale dei vescovi, segno del potere del servizio, del vero potere che è dare la vita. Per gli inviati, il bastone è la forza di Dio che agirà attraverso di loro, è il segno che il loro andare avviene nel Nome del Signore, è la fiducia nel suo potere di liberazione dal male, nella sua capacità di aprire strade insperate…

Questo potere si manifesta nelle guarigioni: i Dodici sono associati alla stessa opera di Gesù, compiono i suoi stessi miracoli, guariscono, liberano dalla schiavitù del male…

È anche il nostro compito, ciò che siamo chiamati a vivere: non dobbiamo compiere opere straordinarie secondo i nostri criteri, ma l’opera di Dio. È questa la vera e sola opera che rimane per sempre, che restituisce la vita: ancorati nel rapporto con lui, diventare ed essere suoi testimoni con una vita scolpita dal Vangelo. Questa, nel nostro mondo così tanto confuso, è la testimonianza più incisiva, che può guarire, liberare, riaprire alla vita tanti cuori spenti e feriti dal male.

Una missione affascinante, che può cominciare oggi.

Photo by Joan MM on Unsplash

Clarisse Monteluce S. Erminio

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