Le cose

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Trinità, il mistero più grande

Tratto da “Vedere Dentro. 13 racconti per incontrare Gesù” di Marco Banfi, ed. Porziuncola

Veramente non è che gliene importasse un granché, anzi, proprio un bel niente.

Tutte le volte che l’uomo dall’altare cominciava a parlare di ‘sta storia che uno era tre e ciascuno era uno, ma erano in tre e che alla fine facevano uno: insomma, non ci capiva niente e poi s’irritava pure.

Certo, lui ci andava ad ascoltare ogni volta che era stabilito, per uno come lui abituato fin da piccolo a farlo.

Entrava, ascoltava, apriva la bocca per ricevere quello che doveva ricevere e poi usciva e si andava avanti.

Scambi di pace durante ì riti e silenzi frettolosi durante il fuggi-fuggi generale all’uscita: ognuno aveva il suo da fare, dopotutto.

Lui non era uno di quelli impegnati che si fermavano fuori nei soliti crocicchi d’élite: faceva il suo dovere e via, gli serviva per continuare, perché era dura.

A pensarci bene ci credeva anche alle cose che sen­tiva, lo aiutavano a scoprire una ragione per la quale andare avanti, per non diventare una bestia: mol­ti dei suoi amici e colleghi avevano fatto quella fine.

Lui si aggrappava a quell’annuncio di speranza che, solo, riusciva a dargli la possibilità di scegliere ancora la propria vita senza subirla semplicemente. Ma la storia dei tre e uno o dei tre uno che erano uno, insomma, lo mandava francamente in bestia. Cosa c’entrava tutta quella storia con ciò che lui viveva?

Con la solita sigaretta accesa la mattina, prima di mettersi in macchina per affrontare l’assurdo traffico della città; con quei maledetti volumi che gli facevano stringere i denti mentre consultandoli, cercava una so­luzione all’ennesimo problema che andava risolto: c’era chi aspettava una risposta. Per non parlare poi della sua faccia: quella della mattina, sfatta dal sonno, non era meglio di quella della sera, distrutta dalla fatica.

Il capitolo donna andava un poco meglio, si volevano bene ed era la sua consolazione. Lottavano per arrivare alla fine del mese per pagare il mutuo della casa abbastanza grande, acquistata per crescerci dei bambini; loro li desideravano, ma ancora non ne era arrivato uno.

Non erano insieme da molto, ma ormai si conoscevano bene in ogni senso e quello che andava fatto lo vivevano con gioia. Eppure, niente. Era un piccolo cruccio, per ora, non una preoccupazione: “Speriamo”, si diceva tra sé e sé.

Insomma, non ci pensava molto, ma di tanto in tanto la cosa gli scocciava, perché non capiva come fosse possibile che dovesse spendere il suo tempo ad ascoltare cose impossibili e così lontane da lui e dalla sua povera storia normale.

Una storia che era quella di uno dei tanti, ma che lui amava pur sentendosi il solo a farlo, a volte.

Alla fine, non si era messo il cuore in pace, ma si era detto che lui, se quella cosa non l’avesse vista con i suoi occhi non l’avrebbe mai potuta credere: com’era possibile che tre persone fossero contemporaneamente una sola?

Che ciascuna di esse fosse se stessa, ma talmente unita all’altra da essere uno? Mah!

Si era ripetuto ancora che ci avrebbe creduto se l’avesse visto.

Certo, sapeva di non essere un granché, lui certe cose non le aveva mai studiate e non ci capiva molto, ma si diceva che se non le poteva capire uno come tutti, allora forse non erano poi così importanti.

Nonostante questo e tutto il resto che c’era da fare però, la questione continuava a ripresentarsi, anche se non volutamente, riaffiorava così, come se volesse esserci.

Andò avanti in questo modo per diverso tempo, mentre le situazioni quotidiane tra alti e bassi non cambiavano: solita sigaretta, soliti libri, solita faccia.

Con il passare del tempo, solo il cruccio per quel bimbo che, atteso, non voleva venire cominciava a farsi un poco più pesante. Decisero di sottoporsi a delle indagini presso un centro specializzato e tutto era a posto. Furono congedati con la sincera raccomandazione a non caricarsi troppo d’ansia e con l’invito a fare una vita equilibrata.

Facile a dirsi ma meno a farsi: non era una vita speciale la loro, ma era quella e non si poteva cambiare; occorreva una novità che, se esisteva, doveva venire.

Tutto accadde in quel giorno, il primo dopo la festa e dopo l’ennesima filippica sui tre che erano uno, che gli era toccata ascoltare insieme agli altri che erano con lui.

Quella mattina si alzò con un umore tra il rassegnato e l’amaro, con in testa ancora quella sfida lanciata il giorno prima, esasperato da quello che ascoltava: lui, se non la vedeva, quella cosa dei tre che erano uno non se la sarebbe mai bevuta.

Poi scese in garage, salì in macchina, mise in moto, salendo la rampa uscì sulla strada e presso il cancello di casa, scese per concedersi il suo primo rito quotidiano. Accanto alla macchina estrasse la sigaretta portandosela alla bocca, cercò macchinalmente l’accendino nella tasca del pantalone e avvicinandolo al viso, lo accese.

Immediatamente una fiamma di un colore giallo vivo si alzò innanzi ai suoi occhi e lui la vide, come non gli era mai successo prima. Accese la sigaretta, ma non tolse l’erogazione del gas per spegnere la fiamma, anzi, se la mise davanti allo sguardo puntandole addosso gli occhi, come un ragazzino stupito.

Quella fiamma, con la sua forma lanceolata, con la sua luce e con il suo terribile calore, non era proprio ciò che riteneva non fosse possibile vedere?

Osservò meglio e cominciò a comprendere, intuendo prima ed analizzando poi.

Dunque, la fiamma aveva una forma, ma era anche luce e pure calore.

Tre realtà differenti, forma, luce, calore, ma nell’unità della fiamma. Tre in uno.

Pensandoci meglio, comprese che ciascuna era ben diversa dall’altra: la luce non era calore e viceversa, mentre entrambe, non erano la forma che però c’era, come loro.

A tal punto erano però unite che la fiamma non sarebbe potuta esistere se non fosse stata fatta esattamente di luce e calore e forma.

Fu come scoprire che visibile e invisibile erano la stessa cosa, o meglio, come se il visibile fosse una finestra aperta sull’invisibile: era la prima volta in vita sua che gli capitava di vedere le cose mentre gli mostravano qualcosa d’altro.

Sussultò quando il mozzicone raggiunse le dita scottando, e lui sorpreso un poco di sé, si rimise in fretta in macchina; aveva perso il tempo per la sigaretta senza fumarsela, rimanendo come abbagliato davanti all’accendino.

Durante il viaggio, cercò di ripensarci per fissare nella memoria l’esperienza, ma un poco il traffico che non scherzava, un poco il suo innato scetticismo, a tratti cinico, lo convinsero che, dopotutto, erano solo idee, la sua interpretazione di un fatto, nulla più.

Arrivò dove doveva arrivare, salì le scale che doveva salire, aprì e chiuse le porte che doveva attraversare e si mise a fare quello che doveva fare. Davanti a sé cose e problemi, oggetti e persone, tutti da mettere a loro agio, come si diceva tra colleghi.

Niente pausa caffè oggi, troppa roba da finire. Chinò il capo su alcuni volumi davanti a sé e rimase sbalordito.

Erano i soliti volumi, accumulati l’uno sopra l’altro.

Allungò la mano e ne prese uno, lo osservava passandoselo sotto gli occhi per costatare l’evidente, l’ordinario, lo scontato; avrebbe detto.

Il libro aveva: altezza, lunghezza, profondità, come tutto il resto intorno a lui e nulla sfuggiva a tale triplice dimensione, almeno nell’immediato.

I suoi sensi, il tatto, la vista, percepivano ciò come naturale, da sempre conosciuto e vissuto, ma solo ora comprendeva che l’unica dimensione del reale era formata da tre direzioni.

Altezza, lunghezza e profondità: tre in una.

Non fu uno shock, solamente poggiò piano il libro, incredulo, cominciando a chiedersi se i suoi occhi fossero cambiati e dicendosi di no, ma forse un cambiamento stava verificandosi in lui: perché quelle cose non le aveva mai vista prima?

Pausa pranzo.

Era arrivata in un baleno, dopo quella nuova scoperta.

Aveva continuato a lavorare in una atmosfera sospesa, come in attesa di qualche altra inaspettata e sorprendente scoperta.

Intanto, aveva incontrato altre persone ed affrontato altri problemi da risolvere, ma ogni volta che prendeva in mano un libro, che alzava lo sguardo su qualcosa accanto, riviveva quella consapevolezza di essere semplicemente immerso in ciò che non aveva mai capito.

La mensa aziendale non era un granché.

Si mangiava; dopo alcune ore di lavoro c’era un certo appetito, ma lui cercava di non appesantirsi, sapeva per esperienza quanto nel pomeriggio sarebbe stata più dura.

La mente doveva essere libera il più possibile, pur avendo di che nutrirsi.

Andò in bagno, si sistemò e poi si accostò ai lavandini per lavarsi i denti.

Estrasse dal taschino inferiore il dentifricio con un piccolo spazzolino, lo preparò per usarlo e, alzandosi dal lavandino su cui si era chinato, si vide riflesso nello specchio.

Un attimo di silenzio, forse di indecisione e si vide: ma quello era lui?

Si, certo, era lui, ma era tutto lì? C’era il solito volto, la mano stringeva lo spazzolino, il torace visibile fino a metà: insomma un corpo, ma lui era tutto lì?

Si disse che no, certo che no. Lui era anche quello che pensava, in cui credeva: le sue idee, le sue competenze, i concetti che aveva elaborato nel tempo, i suoi ricordi, le analisi fatte e le sintesi compiute, accumulate nella memoria.

Certo, senza il suo corpo non ci sarebbe stato un bel niente di tutto ciò, ma lui non era solo quello.

Il suo corpo da solo era semplicemente un cadavere, magari il suo cadavere, ma non lui.

Poi, poggiando lentissimamente lo spazzolino sul bordo del lavabo, cominciò a rendersi conto che lui non era solo corpo e ragione, ma vi era anche altro: i suoi sentimenti.

Certo, tutti dicono che stanno nel cuore, ma il cuore per quanto importante, è solo un muscolo.

I sentimenti invece, stavano anche loro dentro di lui, forse nel cervello, ma a un punto tale che lui, senza i suoi sentimenti, non sarebbe più stato se stesso.

La tenerezza verso chi amava, la rabbia che diventava grinta per affrontare gli ostacoli, la paura che diventava attenzione per superare il rischio, la tristezza per vivere la perdita o la sconfitta, così come la gioia per la vittoria.

Senza sentimenti e solo con la sua ragione, sarebbe stato una macchina e nient’altro, un computer, magari.

Rimase un attimo assorto nei suoi pensieri e poi ebbe un sobbalzo: tre in uno! Un’altra volta!

Lui era il suo corpo, la sua ragione e i suoi sentimenti, ma questi tre si univano a formare un’identità che era egli stesso.

Tutti e tre identificabili ed inseparabili a formare un uno, che era lui.

Lui a sua volta, non era semplicemente la somma delle tre realtà che aveva constatato, ma la loro unione. Di più non riusciva a dirsi.

Tornando in macchina la sera dopo il lavoro, trovò una certa coda in tangenziale, ma non si arrabbiò.

Era come assorto in una silenziosa riflessione che scaturiva dalle sue ultime esperienze; cercava di riconoscerle perché comprendeva che in qualche modo, erano vicine le une alle altre: tre in uno.

Portava dentro anche una certa dolcezza, come se quello che viveva si stesse affacciando su un bellissimo paesaggio. Vagamente, gli girava nella testa qualcosa che aveva ascoltato da qualche parte e cercava di ritrovarlo, senza riuscirvi.

La coda si rimise in moto, e lui riacquistò velocità uscendo dalla grande arteria stradale per immettersi sulla solita provinciale.

Era buio: luci di case e di lampioni, tratti di campagna, con casolari riconoscibili come lucciole immobili nell’oscurità, si alternavano a pompe di benzina super illuminate.

Lui, in silenzio, nel rumore della macchina e quella Parola ad apparirgli nel cuore: “A sua immagine e somiglianza”.

Rimase per un istante senza fiato prima di riconoscerne il significato, tutto in una volta. Quindi se la realtà, compreso lui, era ad immagine e somiglianza di Colui che l’aveva fatta, ciò che aveva costatato nel corso della giornata non era che la firma dell’autore, il Suo stesso codice genetico inserito in essa. Tutto davvero era stato creato da Chi vi aveva impresso il suo stesso modo di essere, le sue medesime fattezze.

Sorrise sconcertato: possibile che lui potesse pensare certe cose? Che potessero essere accadute proprio nella sua semplice giornata? Non riusciva ancora a starci dentro, ma una quieta dolcezza lo avvolse; forse per la prima volta in vita sua non si sentiva solo: era come essere di un Altro che ti teneva.

Arrivò a casa, come il solito, ma la sua donna si accorse rapidamente che lui non era come sempre. Gli si accostò senza fargli domande, prima stupita e poi contenta della sua nuova strana dolcezza.

Tutto era come ogni sera, ma con un’inspiegata delicatezza: lui la guardava con occhi che le svelavano di essere preziosa, aveva gesti di un’attenzione semplice, ma unica. Quella notte si trovarono e si strinsero nell’amore come non era mai successo. Nessuna ansia, nessuna, solo liberi di donarsi. Trascorsero i giorni e poi alcune settimane quando lei, quella sera, si sedette sul piccolo divano in sala, per attenderlo.

Doveva dirgli qualcosa e, quando arrivò, dopo che si era seduto, lo fece: adesso erano in tre.

Certo si aspettava una risposta di calorosa partecipazione da parte del suo uomo ma non quello che fece: prima rimase accanto a lei, seduto, con lo sguardo sbalordito senza dire nulla, poi in ginocchio, la testa poggiata al suo grembo, si mise a piangere e a pregare. Cominciò a dirle che, allora, era proprio tutto vero, non si era illuso, non erano solo storie, ma si trattava della realtà e quel bambino nel suo grembo ne era la prova: lei era una assoluta meraviglia.

Non gli chiese nulla, restò un poco spaventata e commossa nel vedere gli occhi del suo uomo colmi di devozione. Solo molto tempo dopo, quando il bambino era già più grandicello e non era più solo — erano nate infatti altre due bellissime sorelline —, in un tardo pomeriggio d’estate tornarono sull’argomento.

Erano in montagna, sotto la veranda di una casetta nella quale alloggiavano per un paio di settimane, e i bambini giocavano con i nonni che erano saliti dal paese per stare con loro alcuni giorni. Guardavano il paesaggio con i suoi picchi rocciosi ed i pendìi erbosi, mentre un’aria leggera scendeva a ristorarli, e lei gli chiese cosa fosse mai successo quel giorno in cui era tornato a casa così diverso e nel quale, poi, avevano concepito il loro primo figlio.

La guardò di nuovo con quegli occhi cambiati e le raccontò per filo e per segno tutta la storia.

Quando lei gli aveva dato l’annuncio della gravidanza tanto attesa, come in un lampo, tutto aveva trovato unità ed era esplosa in lui una grande luce scaturita da quella bellezza totale: erano due, ma erano diventati uno. Questa unione però non era qualcosa, ma qualcuno: il figlio.

Nel loro essere uno, si erano ritrovati in tre. Ciascuno rimaneva se stesso, ma contemporaneamente un altro veniva generato, frutto della loro totale unione.

Lei rimase un poco in sospeso e lui le disse che sì, in effetti non riusciva a spiegarsi bene, ad esaurire l’argomento, ma era proprio così: quando ci si ama, si diventa uno pur restando in due e alla fine si diventa in tre, per iniziare. Poi scoppiò in una sonora risata allargando le braccia per accogliere i figli che gli venivano incontro.

Lei sorrise e pensò che solo chi riconosce i segni del Padre nella sua vita, potrà essere davvero padre.

Alzò gli occhi e benedisse il cielo rosso dietro le cime, e Chi le aveva fatte.

(Mt 28,19 / Gv 14,26)

Photo by Maik Garbade on Unsplash

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