Rimanere, voce del verbo Amare

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2 maggio 2021 – Quinta domenica di Pasqua anno B

Gv 15, 1-11

Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Abbiamo sete di vita. Una sete insopprimibile, che si riveste spesso con tanti diversi abiti, che non possono, però, soddisfarla fino in fondo. Una sete di vita piena, compiuta, realizzata. Sete che ci mette in movimento, in ricerca, e spesso succede che ci fermiamo a dissetarla a rigagnoli che possono solo offrire l’illusione di dissetarla, a cisterne piene di crepe che non possono neanche trattenere a lungo l’acqua (cf. Ger 2, 13). E la sete rimane, arde, e rende inquieti. Proviamo a pensare a quante volte andiamo in cerca di qualcosa che possa soddisfarla: successo, moda, amicizie, considerazione, riconoscimento, approvazione… Una sete di vita che è sete di amore. È bisogno di sentire che ci siamo, che siamo importanti per qualcuno, che la nostra vita è preziosa e amata, voluta e considerata. Una sete profonda, che abita il cuore: si vede quando qualcuno ha un cuore vuoto che grida, che ha sete. Quanta bellezza traspare da chi, invece, ha un cuore che canta, come S. Francesco. Sempre inquieto, mai soddisfatto, ma capace di cantare perché pieno di Spirito santo, aperto e spalancato all’Amore con la “A” maiuscola.

A questo siamo chiamati, tutti. La felicità è esigenza, vitale in noi, che restiamo, però, degli eterni insoddisfatti se chiediamo alla realtà che ci circonda di soddisfare la sete infinita che ci abita. Sì, perché le realtà create, per quanto buone, non possono colmare l’attesa del cuore. Eppure quanto ci inganniamo! Quanto pensiamo che possedere, arrivare, possa placarla! Invece può solo farcela sentire più bruciante che mai. Il rischio che corriamo è di riempirci di surrogati mentre noi siamo fatti per la felicità vera, siamo dei cercatori di felicità.

Il brano di questa domenica ci presenta un’immagine molto bella ed evocativa. I discepoli sono intorno a Gesù, in quella sezione del Vangelo di Giovanni che sono i cosiddetti “discorsi di addio”, una lunga consegna di Gesù ai suoi, di parole che sono un tesoro per la vita, che ne svelano il senso.

Nel brano di oggi (Gv 15,1-8, ma qui riportato fino al v. 11) c’è un verbo fondamentale per la vita cristiana, che qui ricorre dieci volte: rimanere. A chi cerca la vita, la felicità, Gesù dice: rimani nel mio amore. La vite, con i tralci, parla di un’intimità straordinaria che lega Gesù e i suoi: è la stessa linfa che, dalla vite, scorre nei tralci, lo stesso dinamismo vitale che viene comunicato ai tralci dai quali nascerà il frutto. I tralci sono necessari, ma non possono esistere senza rimanere innestati alla vite. Ugualmente la vite non può fare a meno dei tralci. Il Signore ha scelto di non poter fare a meno di noi, di nessuno di noi. Se davvero ne fossimo certi, se la nostra identità fosse realmente plasmata da questa consapevolezza, allora davvero il nostro cuore canterebbe.

Il verbo rimanere può apparire come un invito alla passività, in realtà è profondamente attivo. Non si rimane per caso: bisogna volerlo, fortemente. La relazione con il Signore va curata,custodita, scelta. Rimanere nell’amore del Signore comporta dargli tempo affinché l’intimità possa crescere, la conoscenza diventi esperienza personale, il cuore impari a liberarsi da quelli che abbiamo definito “surrrogati”, affini la sua capacità di riconoscere ciò che realmente lo disseta e si fortifichi nella decisione di scegliere ciò che porta alla Vita. Rimanere nell’amore significa lasciar purificare la propria misura di amore perché Lui la possa dilatare, possa insegnarci l’amore vero che si fa dono, non trattiene per sé, non possiede, non pretende, non stringe tra le mani, non si impone né costringe, ma libera e lascia liberi, fa vivere, riceve tutto come dono e si fa dono. Rimanere nell’amore comporta la rinuncia al peccato che è il non-amore e spegne la gioia nel cuore. Rinuncia perché attratti da ciò per cui il nostro cuore è fatto e creato: per la verità, la bellezza, la gioia, la vita.

In fondo, ci dice il Vangelo di oggi, rimanere o non rimanere in Lui è la differenza tra la vita e la morte. Rimanere è l’unica vera possibilità di vita. Non rimanere in Lui ci rende tralci secchi, inutili, che possono solo essere bruciati ma non servono a nulla. Rimanere dentro il suo amore, quell’amore nel quale siamo stati innestati il giorno del nostro battesimo, immette in noi la vita piena e vera, ci rende capaci di portare frutto: il frutto dell’amore, che rinnova la nostra esistenza, le nostre relazioni, la vita di ogni giorno. La linfa vitale della vite, che circola nei tralci che noi siamo, ci rende una cosa sola, capaci di portare frutti, di vivere una vita piena di senso e di bellezza.

Il Signore, nel dono del suo Santo Spirito, ci conceda di rimanere nel suo amore oggi e sempre.

Rileggiamo le parole che Papa Francesco ha pronunciato durante il Regina coeli del 6 maggio 2018, a commento del Vangelo odierno:

In questo tempo pasquale la Parola di Dio continua a indicarci stili di vita coerenti per essere la comunità del Risorto. Tra questi, il Vangelo di oggi presenta la consegna di Gesù: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9): rimanere nell’amore di Gesù. Abitare nella corrente dell’amore di Dio, prendervi stabile dimora, è la condizione per far sì che il nostro amore non perda per strada il suo ardore e la sua audacia. Anche noi, come Gesù e in Lui, dobbiamo accogliere con gratitudine l’amore che viene dal Padre e rimanere in questo amore, cercando di non separarcene con l’egoismo e con il peccato. E’ un programma impegnativo ma non impossibile.

Anzitutto è importante prendere coscienza che l’amore di Cristo non è un sentimento superficiale, no, è un atteggiamento fondamentale del cuore, che si manifesta nel vivere come Lui vuole. Gesù infatti afferma: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (v. 10). L’amore si realizza nella vita di ogni giorno, negli atteggiamenti, nelle azioni; altrimenti è soltanto qualcosa di illusorio. Sono parole, parole, parole: quello non è l’amore. L’amore è concreto, ogni giorno. Gesù ci chiede di osservare i suoi comandamenti, che si riassumono in questo: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (v. 12).

Come fare perché questo amore che il Signore risorto ci dona possa essere condiviso dagli altri? Più volte Gesù ha indicato chi è l’altro da amare, non a parole ma con i fatti. È colui che incontro sulla mia strada e che, con il suo volto e la sua storia, mi interpella; è colui che, con la sua stessa presenza, mi spinge a uscire dai miei interessi e dalle mie sicurezze; è colui che attende la mia disponibilità ad ascoltare e a fare un pezzo di strada insieme. Disponibilità verso ogni fratello e sorella, chiunque sia e in qualunque situazione si trovi, incominciando da chi mi è vicino in famiglia, nella comunità, al lavoro, a scuola… In questo modo, se io rimango unito a Gesù, il suo amore può raggiungere l’altro e attirarlo a sé, alla sua amicizia.

E questo amore per gli altri non può essere riservato a momenti eccezionali, ma deve diventare la costante della nostra esistenza. Ecco perché siamo chiamati, per esempio, a custodire gli anziani come un tesoro prezioso e con amore, anche se creano problemi economici e disagi, ma dobbiamo custodirli. Ecco perché ai malati, anche se nell’ultimo stadio, dobbiamo dare tutta l’assistenza possibile. Ecco perché i nascituri vanno sempre accolti; ecco perché, in definitiva, la vita va sempre tutelata e amata dal concepimento al suo naturale tramonto. E questo è amore.

Noi siamo amati da Dio in Gesù Cristo, che ci chiede di amarci come Lui ci ama. Ma questo non possiamo farlo se non abbiamo in noi il suo stesso Cuore. L’Eucaristia, alla quale siamo chiamati a partecipare ogni domenica, ha lo scopo di formare in noi il Cuore di Cristo, così che tutta la nostra vita sia guidata dai suoi atteggiamenti generosi. La Vergine Maria ci aiuti a rimanere nell’amore di Gesù e a crescere nell’amore verso tutti, specialmente i più deboli, per corrispondere pienamente alla nostra vocazione cristiana.


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