L’inizio

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24 gennaio 2021 – Terza domenica del Tempo Ordinario

Non ci stanchiamo mai di ascoltare la parola del Vangelo che ci consegna l’inizio del ministero di Gesù e la chiamata dei primi discepoli. L’abbiamo sentita domenica scorsa, nel racconto che l’evangelista Giovanni ci fa di quanto è successo nell’incontro dei discepoli del Battista con Gesù. Questa settimana lo ascoltiamo nella versione di Marco.

Mentre seguiamo lo svolgersi della scena, lasciandoci coinvolgere visivamente da quanto Marco racconta, sottolineiamo alcuni particolari del brano, che possono nutrire la nostra fede e la nostra preghiera.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea v. 14

Un’annotazione che può sembrare semplicemente temporale, redazionale, ma non è solo questo.

Giovanni, che dall’inizio del tempo di Avvento ci accompagna incontro a Cristo, è stato presentato da Marco come colui che fa risuonare la sua voce nel deserto, e le parole che egli annuncia sono già il Vangelo, la buona notizia del Signore Gesù:

«Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». (1,8)

Ora la Voce viene messa a tacere. Giovanni rappresenta l’attesa di tutta la storia di Israele, rappresenta le Scritture ebraiche che attendono e indicano il messia. Il suo arresto e, in seguito, l’uccisione sono il tentativo di impedire ancora alla Voce di indicare Cristo.

Il monaco camaldolese Innocenzo Gargano così interpreta questo versetto:

Se in Giovanni noi ci permettiamo di vedere adombrato il contenuto della tradizione e della storia di Israele precedente a Gesù, allora ci accorgiamo che l’arresto o il tradimento nei confronti di Giovanni può essere avvertito anche come tradimento nei confronti della Legge e dei profeti. La Legge e i profeti sono messi nella condizione di non poter più parlare. L’uomo è talmente immerso nella propria incredulità da non riuscire più a cogliere il messaggio di Dio che si nascondeva dentro il mistero di Giovanni, e quindi che si nascondeva dentro il mistero della Legge e dei profeti. (…)

Quando gli uomini hanno consumato fino in fondo la propria cattiveria, al punto da chiudere la bocca al profeta inviato da Dio, Dio attinge ancora una volta alle viscere infinite della sua misericordia e manda un altro, manda colui che è più forte”. (Lectio Divina su il Vangelo di Marco, EDB, 38)

Quante volte siamo incapaci di riconoscere i segni che Dio pone per condurci al Figlio e, quindi, chiusi nella nostra incredulità, nei ragionamenti della nostra mente non illuminata dalla luce della fede. Poco dopo, al v. 8 del cap. 2, Gesù chiederà: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore?”. Se poniamo attenzione ai pensieri che lungo la giornata attraversano la nostra mente, quante volte dovremmo porci da noi stessi questa domanda? Perché il nostro cuore è così refrattario, così impermeabile alla Parola del Signore che è la Scrittura, la vita, l’altro che incontro? Ma il Signore non si arrende di fronte alla nostra resistenza. Il suo amore è talmente grande che, a differenza del nostro modo di agire, riversa misericordia, riversa grazia, continua a donare suo Figlio che, nella pazienza dell’amore, non si stanca di bussare alla porta del nostro cuore attendendo un piccolo gesto di apertura da parte nostra. Per quanto il nostro peccato possa essere grande, la sua misericordia lo è di più.

Il verbo qui reso con “fu arrestato” in realtà significa “fu consegnato”, nella forma passiva, che Marco utilizza per dire che non è un’azione che viene solo dall’uomo. Nel tentativo di Erode di mettere a tacere il Battista, Marco intravvede la luce della Provvidenza di Dio, che non lascia al male e all’odio l’ultima parola, ma rende questo tradimento, questa consegna preludio di ciò che avverrà al Figlio, della consegna salvifica che Gesù farà di sé.

Quanta ricchezza in un versetto, anzi nelle parole introduttive di un versetto! Ricchezza per la nostra vita, per la verità di ciò che siamo e di Chi è Dio.

Un altro aspetto che sottolineiamo questa domenica, tra i tanti che il Vangelo ci offre, è quello centrale nel brano: la chiamata.

Sulle rive del lago di Tiberiade, mentre svolgono le attività quotidiane, Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, sono raggiunti da una parola che cambia la loro vita per sempre. Ma, prima della parola, c’è lo sguardo. Gesù li vede, dice Marco, e utilizza il verbo all’aoristo, forma verbale che dice un’azione puntuale, che si compie in un instante. Uno sguardo che riconosce, in questi uomini stanchi, una potenzialità di vita a loro stessi sconosciuta. Allo sguardo segue, poi, la parola: Dice loro… li chiama… fa loro una promessa: vi farò pescatori di uomini.

I quattro chiamati non dicono alcunché, agiscono. Abbandonano tutto e vanno dietro a lui, con un’azione decisa, immediata, istantanea e definitiva.

 

Il mare, luogo in cui si procurano il necessario per vivere, nella Bibbia è spesso immagine del male e, quindi, della morte. Il popolo ebraico non è fatto di pescatori, di naviganti, ma di pastori. Un popolo dai piedi “ben saldi” a terra, che non si sente a suo agio sulla superficie di un lago, difficilmente controllabile, come vedremo nel corso del Vangelo, quando si trovano ad attraversare lo stesso lago in tempesta.  Ma questi pescatori traggono vita dalle acque infide del lago, lottando ogni giorno con il pericolo.

Ora Gesù li chiama, e affida loro la missione di portare vita, di trarre fuori gli uomini dalla loro morte: chiamandoli a sé, Gesù apre una nuova prospettiva, a partire da ciò che essi sono e già vivono. Prende le loro potenzialità, le loro capacità e le porta oltre, le coinvolge nella sua missione di Figlio mandato per la salvezza. Essi diventano un “prolungamento” della presenza e della missione di Cristo nel mondo.

Questa è la vocazione di ogni cristiano, non solo di chi ha compiuto una scelta di vita consacrata o sacerdotale. Ogni cristiano è coinvolto nella missione del Figlio di portare la vita, ha davanti a sé l’orizzonte infinito di diventare pescatore di uomini. Sentirsi chiamati, sentirsi parte di questa missione, riconoscersi membra vive del suo corpo, la Chiesa: è la vita di chi, nel Battesimo, è stato innestato in Cristo. Ciascuno di noi ha un compito particolare, con la propria vita, che nessun altro può compiere al suo posto, perché ciascuno è unico, è amato in un modo unico, è una Parola unica di Dio.

Credi tu questo per te stesso?

Foto: Lago di Tiberiade

Clarisse Monteluce S. Erminio

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