La Parola, una relazione che è fonte di vita

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3 gennaio 2021 – Seconda domenica dopo Natale anno B

Ritroviamo nella liturgia della II Domenica di Natale il brano evangelico del giorno stesso di Natale. Come un’eco che risuona e rimanda all’origine, siamo riportati a contemplare l’insondabile mistero dell’Incarnazione che fonda la nostra fede di cristiani.

A parlare è Giovanni, l’evangelista, con il suo stile tanto affascinante quanto complesso e ricco di rimandi e sfumature e perciò difficile da comprendere nel suo significato più profondo. Occorre –ed è sempre lo stesso autore del IV Vangelo a suggerirlo- l’atteggiamento contemplativo cioè accogliente della Vergine Maria che è l’atteggiamento del credente: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” Gv 1, 12.

L’evangelista Giovanni inizia il suo vangelo proprio con questi versetti:

“In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio” Gv 1, 1-2

In principio non tanto come un inizio temporale quanto piuttosto come origine. All’origine di tutto e ancor prima della creazione, a fondamento di tutto “era il Verbo”, dove il tempo verbale indica un’azione continuativa: “è il Verbo”.

Ma chi è questo Verbo? Tratto dal latino Verbum in greco suona Logos e in italiano si può tradurre con Parola.

Dunque all’origine di tutto, a fondamento di tutto vi è la Parola. È una legge fondamentale: all’inizio c’era, c’è e ci sarà sempre la Parola. Parola che vuol dire relazione, amore. Il nostro Dio è un Dio che parla e le nostre radici affondano in una relazione d’amore: creati nell’amore e fatti per amare. È scritto nel nostro DNA: siamo costituiti per la relazione e solo quando finalmente ci vediamo riconosciuti ed accolti gustiamo la pace, gustiamo la gioia di un incontro in cui sappiamo di poter essere noi stessi. E sperimentiamo una vera e propria uscita da noi stessi, un’estasi, appunto. Esistenza infatti deriva da estasi e come continua l’evangelista: “in Lui (nella Parola) era la Vita e la vita era la luce degli uomini” Gv 1, 4. Contemplare il mistero di Dio ci porta a concludere che esistiamo per l’altro, che non possiamo vivere senza l’altro.

Ma questo buio non è né la prima né l’ultima parola: il prologo di Giovanni così prosegue: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. All’origine abbiamo visto che c’è la Parola e non le tenebre. La luce è all’origine, non è il peccato ad essere all’origine. Il peccato è ‘secondo’ rispetto alla luce. Inoltre le tenebre non sono riuscite ad offuscare la luce, anzi al v. 5 vien detto che “la luce splende nelle tenebre”. È questa una prima conversione che viene chiesta alla mente di chi legge il testo: non dobbiamo convertirci dalle nostre opere malvage, ma dobbiamo convertirci alla realtà buona del creato e del Creatore mediante la Sua Parola. L’origine è buona, anzi divina.

Ora, questo Verbo/Parola dice l’evangelista “era presso Dio” (Gv 1,2).  Prόs →verso. “La Parola era ri-volta/era verso Dio”. Questo Verbo che è il Figlio di Dio, Gesù Cristo, era rivolto verso il Padre. Non è una Parola che contempla se stessa, ma un percepirsi in relazione. E, quasi a dire “come se questo non bastasse”, l’evangelista Giovanni aggiunge che questa Parola è venuta al mondo, “E il Verbo (la Parola) si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Questo è il Natale: la Parola, Gesù che si rivolgeva al Padre ora si rivolge anche a noi e con tutta la portata che può contenere l’espressione “rivolgere la parola”. Lo sappiamo tutti che la parola è la prima espressione dell’amore e che quando si smette di amare la prima cosa che si fa è togliere la parola. La parola è vicinanza, è coinvolgimento, è dono scambiato. E Dio ha deciso di amarci così: questo sguardo, questa parola rivolta, prima verso il Padre, ora è rivolta anche verso di noi, e con la stessa carica, con la stessa intensità.

Possiamo dire così. Ci sono 2 modi per esprimere l’amore; il primo è quello di fare dei doni. Il primo bisogno è sempre quello di farsi regali che manifestino all’altro il proprio amore. Dio ci ha amati con questo amore nella creazione. La parola di Dio è una parola creatrice: “E Dio disse … e la luce fu…” ad ogni parola corrisponde una realtà, quello che Dio dice sono fatti, è concretezza. È realtà donata. Dio ci ha amati parlandoci nella sua creazione. Quanto è triste una vita priva di questa dimensione relazionale, dove le cose non ti parlano più, il salmista narra così: “se tu non mi parli io sono come chi scende nella fossa”. Se le cose non riescono più a trafiggerti, a interpellarti, a smuoverti, la vita diventa piatta, non ti dice più niente. Dio dunque ci ha amati parlandoci nella sua creazione. Ma c’è un secondo modo più impegnativo di manifestare il proprio amore all’altro ed è quello di accettare di soffrire per la persona amata. Dio “si fece carne”, si fece impotenza, sofferenza, debolezza: ecco l’amore con cui ci ha amati nell’Incarnazione. Non si è accontentato di amarci di un amore di beneficenza, ma ha voluto per noi un amore di sofferenza. Dio, mediante l’Incarnazione, fa in modo di diventare capace di soffrire ed è questo che convince l’uomo del Suo amore e lo attira a Sé.  

E a noi è stato “dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1, 12) -aggiunge l’evangelista Giovanni-. E a noi è stata data la possibilità di una risposta. Perché credere nel suo nome è conoscere l’affidabilità di Dio (nell’AT ci vien detto che avere fede è appoggiarsi a una roccia -evidentemente non è un salto nel vuoto-), fidarsi di Lui fino a investire la tutta l’esistenza nella relazione con Lui e perciò rispondergli. Dio si è tanto abbassato da interpellare una risposta. La fede è questa nostra risposta. E se non c’è risposta non nasce una relazione.

Questa relazione personale con Dio è fonte di una vita nuova, di una vita divina “Da Dio sono stati generati” (Gv 1,13). Nel dono del battesimo siamo stati generati, introdotti nella vita di Dio. Possa questa Parola che riceviamo all’inizio di un nuovo anno, rinnovare in noi la relazione con Dio e accrescere nel nostro cuore la sua vita divina.

Clarisse Monteluce S. Erminio

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