L’albero

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Racconto tratto dal libro “Vedere dentro- 13 racconti per incontrare Gesù” di Marco Banfi. Ringraziamo l’autore per averci autorizzate alla pubblicazione.

Era una piccola ghianda di leccio, di quelle semplici, roba da niente.

Cadde nella terra in autunno, quando lui ed altri, oramai cresciuti, lasciarono le foglie e gli uccellini, il cielo ed il sole lassù in alto, per cadere giù. Non fu una bella esperienza, ma passò: la vita non è mai facile, fin dall’inizio.

Restò a lungo, un intero inverno, nella pancia della sua nuova mamma. Una casetta fatta del tepore d’estate, rimasto tra le foglie ormai abbandonate e gli aromi del tempo: questo lo proteggeva dal freddo e dal ghiaccio che, fuori, dominavano.

Intanto, il nostro piccolo leccio pensava fra sé: “Che sarà della mia vita? Certo, diventerò un grande albero. Dominerò su tutti gli altri, mi farò il mio bosco, tutto di piante come me e durerò per sempre”. Così, tra un sogno e una speranza, arrivò la primavera e la ghianda buttò fuori il suo germoglio, felice di poter cominciare il proprio cammino sebbene con un po’ di ansia.

I primi tempi, le cose non erano poi così difficili; c’era terra a sufficienza e, nella zona, pochi come lui avevano avuto la fortuna di cadere al posto giusto. Dalle sue parti c’era sole utile ai suoi bisogni e l’acqua non mancava. La prima stagione fu bella, un’estate calma, con qualche temporale che lo faceva, a volte, tremare.

Si sentiva al sicuro, ma ne aveva visti di amici portati via dalla piena delle acque. Meno male che lui stava accanto ad una grande quercia che, con le sue radici, gli dava riparo e sostegno.

Fu il nuovo inverno a dargli la prima lezione.

Il giorno si fece breve ed il buio, che veniva sempre prima a sedersi accanto a lui, portava con sé una sua amica, dal volto pallido e dall’abbraccio come una bugia. Aveva un sorriso strano, mentre gli diceva, fissandolo di sbieco: “Forse un giorno potrai ballare con me… chissà!”. Il leccio non capiva e fingeva di star tranquillo, ma ogni volta restava inquieto ed assorto a pensare che forse non sarebbe stato così semplice come credeva.

Purtroppo per lui, gli anni che seguirono non fecero altro che confermarlo nella sua impressione.

Gli passavano accanto col vento o col canto del fringuello, o nel mormorio delle foglie lassù, oppur nello schiocco secco di un ramo spezzato. Sempre gli dicevano la stessa cosa: “Non ce la farai… non ce la farai… sei troppo debole, troppo, troppo, troppo…”. In effetti lui non era male, ma la lotta era impari. Aveva un bell’accanirsi nell’affondare le sue radici alla ricerca di acqua, nel gettare i rami verso il cielo, verso la luce, nell’approfittare d’ogni occasione per guadagnare un posticino, un piccolo spazio dove crescere.

Accanto a lui, grandi, enormi alberi, che sembravano lì da sempre, gli toglievano ogni opportunità, ogni possibilità. Perfino la quercia, una volta tanto cara, ora lo soffocava con le sue radici, lo stringeva, gli impediva di allargarsi, e così il suo tronco, verso il basso, cominciava a torcersi, a lacerarsi, prendendo forme strane, come di grotte che diventavano poi, case d’animali e muschi.

Ogni anno si ritrovava più vecchio e mai abbastanza forte da resistere. Fu, un inverno, uno di quelli cattivi, più duri degli altri, che accadde l’irreparabile.

Stava lì, con i suoi rami spogli lanciati verso l’alto, sempre teso nel suo sforzo, mentre la notte scendeva, quando dietro di sé sentì una voce. Era l’amica del buio, che, come ogni anno veniva a trovarlo per salutarlo.

Capì subito che quella volta era diverso, perché lei era vestita in maniera nuova, sfarzosa, come se dovesse recarsi ad una grande festa, con gli occhi che non lo guardavano più di sbieco, ma erano diritti dentro ai suoi. Erano occhi pieni di passione e la voce era rotta, mentre gli si avvicinava invitandolo ad un grande ballo, l’ultimo per lui, che si sentiva mancare, mentre lei lo stringeva, lo stringeva, lo stringeva… Così si seccò.

A primavera i suoi rami non si coprirono di gemme, né del tenero verde della nuova vita. Dalle sue radici più nulla saliva a nutrirlo, ma come antiche rocce esse restavano immobili e mute, casa unicamente di edere e insetti.

Restò a lungo in silenzio, per anni interi, mentre i suoi rami si spezzavano e si riduceva ad un misero tronco, attaccato a una radice più grande di lui, compieta- mente inutile.

Poi, finalmente, una sera d’autunno, guardando il sole che andava a dormire dietro i colli, un sole stanco e triste come lui, sbottò: “Ma insomma, a cosa è servito tutto quanto, se poi è finita così? Tutti quei sogni, tutte quelle speranze e tutte le fatiche per realizzarle, stagioni e stagioni passate a costruirmi, a costruire il mio futuro, a realizzarlo con tutto il mio impegno e poi… tutto qui?”.

Passò altro tempo, altre stagioni, tutte uguali. Erano tutte uguali per lui, povero e ormai secco: alla fine si ridusse ad un ceppo contorto e indurito da una vita così diversa, da quella che avrebbe voluto. Si ricordò, allora, che quando era piccolo, ancora una semplice ghianda sull’albero, in piena luce, con gli occhi verso il cielo, spesso udiva un sussurro che ascoltava volentieri.

Era come un canto, un canto lieve che stava in ogni cosa, in tutte le cose, che vi abitava ma era più grande di loro, era diverso da loro. Come un grande ringraziamento, come una voce dolce e malinconica, ma anche piena di pace serena, serena, serena…

Proprio la stessa voce, quella sera, tornò in lui o, meglio, potè farsi udire di nuovo; fino ad allora infatti era stato troppo occupato ad ascoltare se stesso, per poterla sentire. Ed il povero, pianse, pianse piano piano, per la prima volta nella sua vita.

Aprì il cuore e riconobbe che si era illuso, pensando di potercela fare da solo, credendo di non aver bisogno di nessuno e che le sue sole forze sarebbero bastate: ora riconosceva che non era così, ma era troppo tardi. Chi mai avrebbe potuto dare vita ad un ceppo ormai secco, abbandonato da intere stagioni, ridotto a grotta vuota? La sua voce saliva piano e riempiva il mondo intorno, raggiungeva i cuori delle cose e fu ascoltata da Chi non smette mai d’amare e che da sempre attendeva, per poter venire a stare con lui.

Fu così, che una fredda mattina d’inverno, un uomo che teneva stretta a sé una lama, passò proprio accanto a quello che restava del leccio. E dicendosi che quel ceppo andava proprio bene si mise di buona lena a tagliarlo.

Che paura! Un vero terrore! Il leccio diceva in cuor suo: “Ecco la giusta fine per una storia cominciata male. Adesso mi porterà con sé e mi getterà in pasto al fuoco per riscaldarsi!”.

In effetti, con un ultimo strappo doloroso, si ritrovò fra le braccia di quell’uomo che, dopo una buona fatica, lo stava portando lontano da quella che era stata la sua casa di sempre.

Mammamia che dolore! Che rimpianto e che nostalgia nel veder andar via tutto! Chiuse gli occhi per resistere, per non morire. Quando li riaprì, stupito, si ritrovò circondato da alcuni bambini. Erano i figli del boscaiolo e lo stavano accudendo, pulendolo all’interno dalla terra, dagli insetti e da tutta la sporcizia accumulata negli anni.

Lui non capiva. Si trovava sì, vicino al fuoco, ma lo avevano messo in una zona protetta. Il tepore lo confortava e lo asciugava da tutta f umidità, da tutti gli umori cattivi che lo avevano riempito in stagioni di smarrimento.

Fuori casa, il freddo aumentava e lui osservava con curiosità i bambini che, di tanto in tanto, lungo le giornate, venivano a guardarlo, confabulando insieme su di lui.

Arrivò infine una notte, come tutte le altre, ma diversa da tutte le altre. Era luminosa e calda, piena della vita della famiglia che ora si riuniva intorno al ceppo e lo prendeva per portarlo altrove. Lo posarono al centro di un paesaggio pieno di gente che camminava, cantava e pregava: tutti andavano verso di lui. Fu decorato con piccole luci colorate che danzavano insieme e lo coprirono con un bianco e soffice cotone che gli ricordava tanto la neve dei lunghi inverni quando si posava su di lui.

Poi, al suo interno, fu posto qualcuno: una donna, dolcissima nel suo volto, con un uomo buono, tanto buono, con le sue mani di lavoratore, e un bimbo che lo guardava.

E in quel momento accadde il miracolo.

Lui udì, prima pian piano, poi sempre più chiara quella voce, la stessa che conosceva non sapeva come, che ricordava, che amava tanto.

Una voce di bambino, piena di tutto il bene che aveva sempre cercato, per il quale aveva pianto perché mancava e che mai aveva smesso di sognare, di attendere.

La stessa voce che ascoltava da piccola ghianda e che ora cantava: “Sono venuto, sono tornato per te, fammi da casa, fatti abitare da me e sarai mio, sarai mio, sarai mio per sempre… staremo insieme per sempre”.

Allora una grande luce riempì il ceppo, la grotta che era la sua storia così scavata da tanta sofferenza, da tanto male, da tanta tribolazione: tutta la fatica, tutto il cammino, tutta la lotta, ora sì, avevano davvero il loro sapore, la loro vita, che non era più la sua, ma quella del suo Ospite!

Tutto, tutto, tutto, era servito a preparare quell’incontro, l’incontro di quella sera, l’unico al quale teneva veramente, senza neanche saperlo.

Il leccio pianse nuovamente, ma di gioia, questa volta, mentre una pace profonda lo avvolgeva. Disse solo una parola: “Grazie!” e non smise mai più.

Passò lunghi, lunghissimi anni nella sua famiglia, di mano in mano, da una generazione all’altra, riposando nei mesi estivi ed ospitando sempre in sé il suo Bambino, offrendo gioia a chi lo guardava con stupore, mentre intorno a lui si cantavano gli inni della festa.

Ascoltava il canto che gli sgorgava sempre nel cuore e che portava le parole dell’Atteso.

Solo a volte alzava lo sguardo, ed i suoi occhi si sarebbero detti di qualcuno molto, molto felice.

Lc 2, 1-20

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