Il Signore è il mio pastore

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IV Domenica del Tempo di Pasqua

La IV domenica del tempo pasquale è anche detta la “domenica del buon pastore”; tutti e tre i cicli di letture, infatti offrono una pericope tratta dal cap. 10 del Vangelo di Giovanni, dove Gesù parla di sé come del Pastore buono/bello che dà la vita per le pecore. Il tema è molto ampio, e questo capitolo di Giovanni è ricchissimo. La figura del pastore è cara al popolo di Israele, e lo è stata anche alla Chiesa fin dalle sue origini.

Anche nell’arte figurativa, il buon pastore è una delle immagini più antiche, già presente nelle catacombe di Priscilla, dove il pastore porta sulle spalle la pecorella, allusione anche al brano della pecorella smarrita.

Il tema attraversa tutta la Scrittura: dalla Genesi all’Apocalisse, da Abele all’Agnello ritto in piedi che “sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita” (Ap 7,17), e raggiunge il punto più alto proprio nel cap. 10 del Vangelo di Giovanni, dove Gesù stesso dichiara di essere lui il Buon Pastore, il Pastore bello che dà la vita per le sue pecore.

Per entrare nel tema della domenica, rileggiamo insieme il Salmo Responsoriale, il Sl 23, tra i più conosciuti e amati:

Salmo. Di Davide.

1 Il Signore è il mio pastore:
 non manco di nulla.
2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,
 ad acque tranquille mi conduce.
3 Rinfranca l’anima mia, 
 mi guida per il giusto cammino
 a motivo del suo nome.
4 Anche se vado per una valle oscura,
 non temo alcun male, perché tu sei con me.
 Il tuo bastone e il tuo vincastro
 mi danno sicurezza.
5 Davanti a me tu prepari una mensa
 sotto gli occhi dei miei nemici.
 Ungi di olio il mio capo;
 il mio calice trabocca.
6 Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
 tutti i giorni della mia vita,
 abiterò ancora nella casa del Signore
 per lunghi giorni.

Leggendo questa preghiera non possiamo non cogliere subito il respiro di fiducia che infonde: predominano infatti la confidenza, l’abbandono in Dio, la certezza di essere custoditi, amati. È un Salmo particolarmente adatto al momento che stiamo attraversando, ma ai tanti momenti in cui il cuore ha bisogno di ricordare gli interventi del Signore, la sua presenza magari non più avvertita, oppure anche quando la gratitudine, la gioia cercano le parole per esprimersi e diventare preghiera.

Rileggiamolo, entrando nel testo, e lasciando che le sue parole possano entrare nel nostro cuore.

v.1: il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Fin dalle prime parole, il Sl esprime un’esperienza di Dio che dà sicurezza, certamente non si tratta solo di un’esperienza personale, ma è quanto il popolo di Israele ha potuto sperimentare durante la sua storia, nella quale riconosce che Dio è stato ed è sua guida e pastore. Il Sl comincia con un’affermazione “il Signore è il mio pastore” e una negazione “non manco di nulla” e nel resto del Salmo l’orante darà contenuto a questo “nulla” descrivendo tutto ciò che il Signore fa per lui: Invocherò Dio, l’Altissimo, Dio che fa tutto per me – dice l’orante nel Sl 57, e ripreso nel Sl 138,8 come certezza per il futuro Il Signore farà tutto per me.

vv.2-5: È un momento di riposo. Il pastore cerca il pascolo che offra un buon nutrimento per la sua pecora, dove scorra acqua per dissetarla, “acque tranquille” dice la nostra traduzione, mentre letteralmente sarebbero “le acque dei riposi”. Immagine rassicurante, di grande pace, che richiama quei momenti nella vita – forse non frequenti –  dove tutto sembra perfetto, al proprio posto, in armonia con sé e con il mondo che ci circonda. Ma quello che risalta è che questa situazione di grande pace è data dalla presenza rassicurante del pastore. È lui che infonde certezza, una certezza che si diffonde e fa sentire sicuro tutto ciò che circonda la sua pecora.

v.3 Ma il momento della sosta è breve, il cammino deve riprendere, e in questo momento l’orante fa l’esperienza di una cura particolarissima da parte del Signore, che interviene, si affianca, con familiarità, conduce la sua pecora con amore, delicatezza, sicurezza.

Il verbo rinfranca nella forma utilizzata qui significa più propriamente raccogliere, radunare, e ha come oggetto il nefesh, parola ricchissima che indica il respiro, la vita, l’anima, la persona. Raccoglie, raduna, si approssima al “fiato corto” della pecora. Sembra quasi di vederlo il pastore che, attento alla vita e quindi al respiro della pecora affannata, si affianca lungo il cammino.  Possiamo anche leggere questa espressione come un’azione più profonda del Signore/Pastore che raccoglie, raduna, riunifica la nostra vita interiore tanto spesso dispersa, tante volte asfittica, che soffre per una mancanza di aria, di orizzonte, di respiro, la raccoglie perché sia possibile il cammino, quello giusto, per il quale lui conduce con sicurezza.

È una cura che presuppone certamente una grande conoscenza tra il Pastore e la pecora, E quando

ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. (Gv 10, 4).

Il Pastore agisce a motivo del suo nome, espressione che raccoglie tutta la storia della salvezza, dell’alleanza, della liberazione di Israele. A motivo di quel nome rivelato a Mosè, nome che dice fedeltà, presenza, amore che non solo non abbandona ma arriva a dare tutto per salvare il popolo scelto e amato, nome che – ci dirà Isaia – è “Dio con noi”. La pecora che siamo noi, ciascuno di noi, è condotta dal Signore dentro il grande pascolo di questa storia di salvezza, di un disegno di alleanza nuziale, di vita in abbondanza: io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

v.4: la valle oscura, letteralmente è l’ombra di morte. Il rapporto tra la pecora e il suo Pastore è così tanto cresciuto che anche il passaggio in quella terra che più fa paura, quella della morte, ora non spaventa più. L’intimità è così cresciuta, che ora la presenza del Pastore è la sola certezza e con lui si può attraversare ogni asperità del cammino: perché tu sei con me. Quasi come se la pecora si accorgesse ora di non essere mai stata così vicina al Pastore, si accorge con un’evidenza mai avuta prima che lui è lì, con lei, per lei. Fedele, fino in fondo, al suo nome. Notiamo anche un passaggio grammaticale importante: finora la pecora ha raccontato quello che il Pastore fa per lei, in terza persona. A questo punto si rivolge direttamente a lui: Tu sei con me. Una confidenza che è cresciuta, e ha raggiunto un’intimità profonda, e può dire “tu”: il tuo bastone, il tuo vincastro… Sei tu, tutto ciò che è tuo è la mia certezza, è la mia sicurezza.

Il bastone, robusto e duro, era quello utilizzato per difendersi dagli animali. Il vincastro è il bastone lungo che utilizzano i pastori per appoggiarsi nel cammino, nel momento della fatica, che permette di rimanere in piedi e di riposare. Non possiamo non notare che il Pastore condivide tutto con la sua pecora, condivide la fatica, condivide il bisogno di fronteggiare il pericolo, condivide la stanchezza, per questo ha con sé bastone e vincastro, segno di debolezza, ma anche di cura per il suo gregge. Ed è con questo significato che è diventato il bastone pastorale consegnato al Vescovo, simbolo non di potere, ma di servizio, della cura che deve avere per il gregge che gli è affidato.

v.5: Ora l’orante esce dalla metafora della pecora. Ora a parlare è una persona che ha attraversato la valle tenebrosa della morte, e si scopre ospite atteso, desiderato. Ospite per il quale il suo Signore prepara una mensa, apparecchia una tavola, compie su lui i riti dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, dell’ospite di onore. Il suo capo è unto di olio, forse di quello stesso olio profumato che la donna versò sul capo di Gesù (Cf. Mt 26,6-7).

Gli è offerto un calice sovrabbondante, mentre i nemici, coloro per i quali il suo pastore era munito di bastone, non possono più fare nulla, se non stare a guardare. Come non pensare alla mensa eucaristica, dove il Signore si offre a noi in cibo, si offre alla nostra fame sete di viandanti stanchi e spesso smarriti? Una mensa totalmente preparata da Lui, che ci permette di entrare già nella terra della vita.

v.6: Bontà e fedeltà, che si possono tradurre anche con felicità e grazia, mi saranno compagne; il verbo utilizzato indica più propriamente seguire da vicino, in modo quasi incalzante. La felicità, quella coscienza di essere riconosciuto profondamente dal Signore, di essere amato, di essere prezioso e insostituibile per lui, e la grazia, l’esperienza di essere oggetto di una gratuità che circonda e avvolge tutta la sua vita, sono compagne fedeli del cammino della vita, perché impresse nel suo cuore, nella certezza che tutta la realtà, tutta la sua esistenza è casa, è dimora del Signore. L’immagine iniziale del Salmo, di un pascolo sicuro, ora – dopo aver attraversato l’ombra della morte, si estende a tutta la realtà: ogni luogo è casa del Signore, ogni luogo è sicuro perché Lui è presente.

Un salmo che infonde fiducia, una fiducia che non dimentica la fatica, la difficoltà, il dolore, la morte, la stanchezza, neanche la dispersione del cuore, l’affanno interiore, l’ansia che appesantisce la vita. È una fiducia che nasce dalla certezza della presenza del Signore, che il cammino che stiamo percorrendo, fosse anche una valle tenebrosa, è un percorso che conduce a una terra di vita, ed è lo spazio, il luogo, l’occasione di grazia per scoprirci amati, portati, per scoprire che Lui cammina con noi, ci sostiene. Lasciamo scendere nel cuore le parole del Salmo 23, lasciamo che risveglino i momenti di serena certezza e diventino forza e fiducia rinnovata per i tempi di affanno.

Il Signore è con noi. Il Signore è con te.