Illuminati dalla Luce vera

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II domenica dopo Natale

Gv 1,1-18

Dio onnipotente ed eterno, luce dei credenti, riempi della tua gloria il mondo intero, e rivelati a tutti i popoli nello splendore della tua verità.” (Colletta)

La II domenica dopo Natale dell’anno A – e la prima del 2020 – offre alla nostra preghiera il prologo del vangelo di Giovanni.
Brano intensissimo, che già abbiamo incontrato durante questo tempo di Natale, ma che ogni volta che viene letto nella liturgia ha una forza tutta particolare, una solennità e una maestosità uniche. Un brano tanto studiato, commentato, che apre infiniti spunti di riflessione e di approfondimento. Lo troviamo solo nel vangelo di Giovanni, e non dimentichiamo che l’evangelista è stato simboleggiato con un’aquila, animale che possiede una vista acutissima, e vola più alto di tutti gli altri, capace di scorgere le cose da molto lontano. Con il prologo, Giovanni ci introduce nel suo vangelo aprendone subito l’orizzonte: la vita di Gesù, la sua vicenda storica, è vista alla luce della sua origine divina. Gesù, l’uomo di Nazareth, è il Verbo di Dio, che era presso il Padre e al Padre fa ritorno, portando con sé tutta la creazione redenta, salvata, rinnovata, resa di nuovo bella e libera dal peccato nel Suo sangue. È l’Agnello di Dio, che prende su di sé il peccato che deturpa l’umanità.

Il Vangelo comincia con due parole che sono ricche di significato all’interno della Scrittura: in principio, Ἐν ἀρχῇ  en arché in greco, בְּרֵאשִׁ֖ית bereshit in ebraico. Il vangelo è in lingua greca, ma quell’”in principio” non può non rimandare immediatamente al “bereshit” con il quale si apre l’intera Scrittura. Un “in principio” che dice anche un inizio, un nuovo inizio, sia al momento della creazione, sia nell’incarnazione del Verbo, che segna l’inizio della nuova creazione. Giovanni scrive il suo Vangelo diversi anni dopo la Pasqua di Cristo, e le sue parole riflettono l’esperienza che lui stesso ha vissuto. Ecco allora che, iniziando il suo vangelo con le parole “In principio era il Verbo”, ci dice proprio l’esperienza della potenza della parola di Gesù, parola creatrice, che non soltanto Egli annunciava, ma Lui stesso era questa parola, era questa vita che dal nulla, dagli spazi vuoti e oscuri del cuore e dell’esistenza di quanti lo incontravano, faceva sbocciare una vita nuova, dal sapore dell’eternità.
Non è forse questa l’esperienza che ciascuno di noi dovrebbe aver fatto per essere veramente cristiano? Oggi, ma in realtà è vero per tutte le epoche della storia, è più che mai necessario che l’annuncio e la testimonianza cristiana passino attraverso una vita rinnovata. Non si rimane nella Chiesa per tradizione, è necessaria la scelta consapevole di Cristo, e la testimonianza di un incontro con Lui che ha cambiato la vita, ha dato senso e sapore lì dove non ce n’era. Questo ci sta dicendo Giovanni: incontrare Gesù è incontrare la Vita, ascoltarlo è ascoltare parole che arrivano al cuore e lo rimettono in cammino, lo risvegliano, lo riaprono. E’ fare esperienza di un “in principio”, un nuovo inizio.

Le nostre parole non hanno questo potere: possono forse, per un po’, suscitare emozioni, ma il potere di cambiare la vita delle persone appartiene solo alla Parola di Dio, a quella parola che è uscita dalle labbra e dalla vita di Gesù. E questa parola è la parola eterna dell’amore trinitario, della comunione, perché Dio è comunione, e non può dire altro, non può dire che parole che portano il suo amore. Da sempre, dalla creazione – che non è altro che questa parola immensa di amore di Dio per l’uomo, espressione della sua bellezza, segno della sua fiducia nella capacità della sua creatura di partecipare alla sua opera creatrice, di prendersene cura coltivandola e custodendola.

“ Tutto è stato fatto per mezzo di Lui…” Ogni realtà creata porta impresso il sigillo del Verbo. S. Angela da Foligno, di cui abbiamo celebrato la memoria il 4 gennaio, nel suo Libro dice “Ma è pieno di Dio questo universo”. Chiediamo al Signore il dono di uno sguardo che sappia riconoscere la sua presenza nella realtà intera, a cominciare di quella terra e di quel giardino che è la nostra vita, la nostra persona, perché non dobbiamo dimenticare che l’uomo è stato plasmato con la polvere di quel suolo che gli è poi stato affidato. Prendersi cura del giardino, allora, è innanzitutto prendersi cura della terra di cui è fatta la propria esistenza, terra preziosa, nella quale è stato insufflato il respiro di Dio. Terra e cielo, nulla e tutto: che meraviglioso mistero è l’uomo! E Dio ha scelto di farlo suo al punto di assumerlo lui stesso, di diventare Lui stesso, il Verbo della vita, visibile: perché “la vita si è fatta visibile” (1Gv 1,2), e “la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).
La Vita si è resa incontrabile, visibile, toccabile, si è – potremmo dire – messa a nostra disposizione, perché noi ne possiamo fare quello che vogliamo. La vita è luce, una luce che non si impone né abbaglia, ma rischiara, risplende nelle tenebre, e ci lascia la possibilità di chiudere gli occhi, di volgerci dall’altra parte. Un potere immenso, quello di rifiutarla, ma non di spegnerla. Essa continua a rimanere lì, disponibile, sempre luminosa, sempre pronta a donarsi e a illuminare chi ad essa si apre. La luce continua a splendere dentro le tenebre che a più riprese tentano di sopraffarla, di estinguerla, di inghiottirla e soffocarla, ma senza riuscirci.

Il Vangelo di Giovanni è il grande racconto della vittoria della luce sulle tenebre, del tentativo subdolo o manifesto di spegnerla, della minaccia sempre in agguato nel cuore dell’uomo di rinnegarla, di rifiutarla, di tornare indietro dal cammino intrapreso, della menzogna che vuole allontanare da essa, e della vittoria della luce, attraverso la sua consegna libera nelle mani delle tenebre, perché solo lasciandosi apparentemente inghiottire può raggiungere il buio più profondo e vincerlo.

È un Vangelo che fin dall’inizio suona le note drammatiche della passione, è infatti strutturato fin dalle prime battute come un grande processo a Gesù.
Il prologo, che ci accompagna in questo tempo, è davvero il maestoso portale d’ingresso in un vangelo per secoli considerato “spirituale” e non storico, ma che invece – grazie anche al supporto dell’archeologia – è stato riscoperto nella sua storicità puntuale e geografica.

Entriamo allora attraverso questo portale, e leggiamolo tutto, dall’inizio alla fine. Solo così potremo scoprire davvero cosa significa per Giovanni che il Verbo ha posto la sua tenda, la sua dimora in mezzo agli uomini, per rimanere con noi oggi e sempre. Potrebbe essere la lettura di questi ultimi giorni di Natale, una lettura che è anche una semina, nel nostro cuore, della Parola di vita eterna che solo Gesù può pronunciare nella nostra esistenza. Potrebbe essere una luce vera accolta e lasciata risplendere nelle tenebre che vorrebbero entrare nel nostro cuore e nella nostra vita. Potremo così essere certi che, in noi, le tenebre non hanno alcun potere, ma solo la luce vera di Cristo risplende e rischiara la nostra esistenza.

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