Dopo una prima lettura del Vangelo di questa XXIII domenica del Tempo Ordinario dell’anno C (Lc 14,25-33) ci troviamo come i discepoli, che – nel Vangelo di Giovanni (6,60) – rivolgendosi a Gesù gli dicono: «Questa parola è dura. Chi può ascoltarla?». E davvero siamo sempre spiazzati davanti alla sua parola, perché essa è «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Ci legge dentro e svela se il nostro andare con Gesù sia un semplice andare per ricevere qualcosa, qualche grazia, qualche guarigione… oppure sia veramente una “sequela”.
Egli vede che molti vanno con lui… ma quanti veramente lo “seguono”? Quanti, veramente fanno di lui il centro e il cuore della loro vita, delle loro scelte, il criterio ultimo di ogni pensiero?
E così, Gesù dà dei criteri di discernimento su cui misurare la nostra sequela, il nostro essere cristiani. Essi riguardano i due ambiti più significativi del nostro essere: il mondo affettivo e il mondo “economico”. Qui si gioca il nostro essere realmente suoi discepoli e la possibilità, per ciascuno di sperimentare il centuplo già in questa vita per entrare poi in quella definitiva.
Amare e odiare… la traduzione addolcisce: “amare più di quanto ami…”. Gesù non va contro il quarto comandamento e gli altri precetti sull’amore dal prossimo e perfino di se stessi, egli qui dice che c’è un unico Amore che comprende tutti gli altri amori e li rende veri e profondi. Amare Gesù, seguendo le sue orme, fa entrare il discepolo in quell’amore divino che è capace di amare fino alla fine, di amare dando la vita, proprio perché amare Gesù, seguire Lui e rimanere nel suo amore è ricevere la vita in abbondanza, quella vita che nessuno e niente può toglierci.
Solo così potremo affrontare le difficoltà, i pesi, i problemi della vita, senza che questi ci schiaccino. Gesù non ci mette sulle spalle la croce, egli, piuttosto, ci dà il modo di portare le inevitabili croci quotidiane, nella certezza che affrontandole insieme a Lui esse diventano luogo di vita risorta.
Ora sta a noi fermarci a “fare due conti” e valutare la convenienza della Sua offerta e valutare la nostra disponibilità a affidare tutta la nostra vita a Lui, a non mettere più le nostre certezze in persone o cose al di fuori di noi e neppure in noi stessi, ma solo in Lui che, unico, può portare a compimento, in pienezza, la nostra umanità.
«Non si può parlare di croce senza considerare l’amore di Dio per noi, il fatto che Dio ci vuole ricolmare dei suoi beni. Con l’invito “seguimi” Gesù ripete ai suoi discepoli non solo: prendimi come modello, ma anche: condividi la mia vita e le mie scelte, spendi insieme con me la tua vita per amore di Dio e dei fratelli. Così Cristo apre davanti a noi la “via della vita”, che è purtroppo costantemente minacciata dalla “via della morte”. Il peccato è questa via che separa l’uomo da Dio e dal prossimo, provocando divisione e minando dall’interno la società. La “via della vita”, che riprende e rinnova gli atteggiamenti di Gesù, diviene la via della fede e della conversione. La via della croce, appunto. È la via che conduce ad affidarsi a Lui e al suo disegno salvifico, a credere che Lui è morto per manifestare l’amore di Dio per ogni uomo; è la via di salvezza in mezzo ad una società spesso frammentaria, confusa e contraddittoria; è la via della felicità di seguire Cristo fino in fondo, nelle circostanze spesso drammatiche del vivere quotidiano; è la via che non teme insuccessi, difficoltà, emarginazioni, solitudini, perché riempie il cuore dell’uomo della presenza di Gesù; è la via della pace, del dominio di sé, della gioia profonda del cuore».
(san Giovanni Paolo II)

