Non alla pietra tocca fissare il suo posto…

“Non alla pietra tocca fissare il suo posto,
ma al Maestro dell’Opera che l’ha scelta”

(Paul Claudel)

Sabato, giorno di risposo sacro per Israele, in cui ci si ferma come fece Dio al termine della creazione per contemplare la sua opera. Giorno di preghiera, di contemplazione, di ringraziamento. Giorno in cui al centro c’è lo sguardo di Dio sulle sue creature, sguardo di compiacimento per la loro bellezza. Ed è in questo giorno e dentro questo scambio di sguardi che si colloca il brano che la liturgia ci offre nella XXII domenica del tempo ordinario. Sguardo dei farisei, dei commensali, che si posa su Gesù con l’intento di coglierlo in qualche fallo, uno sguardo che spia Gesù, nascondendo le sue vere intenzioni, radicato in un cuore che non è retto, non è limpido. Poi c’è lo sguardo di Gesù che osserva la scena, non ha secondi fini ma sa penetrare le motivazioni nascoste dell’agire dell’uomo e le porta alla luce. Doppio sguardo: uno che si vuole nascondere, un altro che vuole manifestare. E cosa manifesta? Innanzitutto la ricerca spasmodica del primo posto, del posto ritenuto importante e quindi la ricerca di un’apparenza con la quale si vuole dare consistenza alla propria vita, alla propria persona. Ma tutte le realtà umane dalle quali facciamo dipendere il nostro valore sono fragili, inaffidabili, e Gesù mette in risalto il grande pericolo di far dipendere il proprio valore dal giudizio altrui: attento, se arriva una persona più degna di te, dovrai lasciare il posto che hai scelto, abbassarti, riconoscendo con vergogna, sotto lo sguardo di tutti, che non sei così importante, e dovrai scendere (significato letterale del verbo utilizzato) all’ultimo posto.

Il racconto di Gesù, dopo aver descritto quanto sta avvenendo, ribalta le carte in tavole, inserendo una logica opposta a quella che stava orientando le scelte degli invitati: la logica della scelta voluta dell’ultimo posto. Non è una questione di umiltà come generalmente la intendiamo, ma l’ultimo posto è quello scelto da Gesù, che “Pur essendo di natura divina…umiliò se stesso fino alla morte, e alla morte di croce…” (Fil 2,5-11). L’ultimo posto è occupato da Lui, e sceglierlo è scegliere di rimanere con Lui, nelle sue braccia, è scegliere la logica della vera grandezza, che è riconosciuta e vissuta davanti a Dio e non agli uomini. Allora, dall’ultimo posto si può solo risalire… E si risale perché chiamati più avanti da Colui che ci invita alla sua festa di nozze. Gesù non sta, infatti, parlando di un invito qualunque, ma di un invito a una festa nuziale cui siamo invitati gratuitamente. E’ la festa nuziale della vita, dono gratuito di Dio, che ci invita senza attendere che noi possiamo ricambiare: siamo poveri, poverissimi, che tutto sempre e solo riceviamo in dono. Ed è con lo stesso sguardo di gratuità che è posato su noi che siamo chiamati a vivere, a rapportarci tra noi, a invitare alla festa della nostra vita i poveri che non hanno nulla da darci in cambio: siamo chiamati a comportarci come Dio si comporta con noi. Gesù non sta impartendo lezioni di buon galateo religioso, ma ci sta dicendo come si comporta Dio stesso, quale logica muove il suo agire, e ci sta invitando a vivere come suoi veri figli. Lui che, come già abbiamo visto, è sceso all’ultimo posto, è entrato nella morte e in una morte ignominiosa, ci chiama con sé alla resurrezione dei giusti. E’ questo il vero posto che ci attende, a cui Lui ci chiama, e ci donerà per sua sola grazia e misericordia.

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