Quaresima con i Padri – II domenica

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28 febbraio 2021 – II domenica di Quaresima anno B

La seconda domenica di Quaresima porta il nostro sguardo sul volto trasfigurato di Cristo, e apre il nostro cuore all’ascolto del Figlio amato. Prepariamo la preghiera con le parole di Anastasio il Sinaita, e di S. Giovanni Paolo II.

Anastasio il Sinaita, in Letture per ogni giorno, 109-110, Elledici, Torino

Oggi, sul monte Tabor, Cristo ha ricreato l’immagine della bellezza terrestre e l’ha trasformata in icona della bellezza divina. Per questo è cosa giusta e buona dire: «Come è terribile questo luogo! È la Casa dl Dio, la Porla del cielo» (cf. Con 28,17). Oggi il Tabor e l’Ermon hanno esultato insieme, hanno invitato tutto l’universo alla gioia. Il paese di Zàbulon e di Nettali si sono uniti in festa e hanno danzato sotto il sole. Oggi la Galilea e Nazareth sono entrate nella danza e hanno animato con i loro cori la celebrazione. Il monte Tabor si rallegra della festa e trascina la creazione verso Dio, ricreandola.

Oggi infatti, il Signore è veramente apparso sulla montagna. La natura umana, già un tempo creata simile a Dio, ma offuscata dalle figure informi degli idoli, è stata trasfigurata nella bellezza antica dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26-27). Oggi sulla montagna, la natura, che si era smarrita nel­l’idolatria sulle cime dei monti, è stata trasfigurata pur restando sé stessa ed è rifulsa della luce splendente della divinità. Colui che era vestito delle scure e tristi tuniche di pelle di cui parla la Genesi (cf 3,21) ha indossato le vesti divine, avvolgendosi di luce come di un mantello (cf. Sl 103(104),2].

Sul monte Tabor è oggi misteriosamente apparsa la condizione della vita futura e del Regno della gioia. In modo sorprendente, gli antichi messaggeri dell’Antica e della Nuova Alleanza si sono riuniti attorno a Dio sulla montagna, portatori di un mistero pie­no di paradosso. Sul monte Tabor è disegnato il mistero della cro­ce che attraverso la morte dona la vita: come Cristo fu crocifisso tra due uomini sul monte Calvario, così si erge nella maestà divina tra Mosè ed Elia. La festa di oggi fa contemplare il secondo Sinai, questa montagna tanto più preziosa del Sinai per le meraviglie e gli eventi che in essa hanno luogo: la sua teofania va al di là delle visioni divine avvenute attraverso un’immagine e sul Sinai vennero mostrati dei segni come in prefigurazione: sul Tabor rifulse la verità. Lì c’è l’oscurità, qui il sole; lì le tenebre, qui la nube luminosa. Da un lato la Legge del decalogo, dall’altro il Verbo preesistente dall’eternità a ogni parola.

La montagna del Sinai non ha aperto a Mosè la terra promessa, ma il Tabor lo introduce nella terra della Promessa.

Giovanni Paolo II “Vita Consecrata” nn.15-16.

L’episodio della Trasfigurazione segna un momento decisivo nel ministero di Gesù. È evento di rivelazione che consolida la fede nel cuore dei discepoli, li prepara al dramma della Croce ed anticipa la gloria della risurrezione. Questo mistero è continuamente rivissuto dalla Chiesa, popolo in cammino verso l’incontro escatologico col suo Signore. Come i tre apostoli prescelti, la Chiesa contempla il volto trasfigurato di Cristo, per confermarsi nella fede e non rischiare lo smarrimento davanti al suo volto sfigurato sulla Croce. Nell’uno e nell’altro caso, essa è la Sposa davanti allo Sposo, partecipe del suo mistero, avvolta dalla sua luce. Da questa luce sono raggiunti tutti i suoi figli, tutti ugualmente chiamati a seguire Cristo riponendo in Lui il senso ultimo della propria vita, fino a poter dire con l’Apostolo: «Per me il vivere è Cristo!» (Fil 1, 21). Ma un’esperienza singolare della luce che promana dal Verbo incarnato fanno certamente i chiamati alla vita consacrata. La professione dei consigli evangelici, infatti, li pone quale segno e profezia per la comunità dei fratelli e per il mondo. Non possono perciò non trovare in essi particolare risonanza le parole estatiche di Pietro: «Signore, è bello per noi stare qui!» (Mt 17, 4). Queste parole dicono la tensione cristocentrica di tutta la vita cristiana. Esse, tuttavia, esprimono con particolare eloquenza il carattere totalizzante che costituisce il dinamismo profondo della vocazione alla vita consacrata: “Come è bello restare con Te, dedicarci a Te, concentrare in modo esclusivo la nostra esistenza su di Te!”. In effetti, chi ha ricevuto la grazia di questa speciale comunione di amore con Cristo, si sente come rapito dal suo fulgore: Egli è il «più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45 [44], 3), l’Incomparabile.

«Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!»

Ai tre discepoli estasiati giunge l’appello del Padre a mettersi in ascolto di Cristo, a porre in Lui ogni fiducia, a farne il centro della vita. Nella parola che viene dall’alto acquista nuova profondità l’invito col quale Gesù stesso, all’inizio della vita pubblica, li aveva chiamati alla sua sequela, strappandoli alla loro vita ordinaria e accogliendoli nella sua intimità. È proprio da questa speciale grazia di intimità che scaturisce, nella vita consacrata, la possibilità e l’esigenza del dono totale di sé nella professione dei consigli evangelici. Questi, prima e più che una rinuncia, sono una specifica accoglienza del mistero di Cristo, vissuta all’interno della Chiesa.

Nell’unità della vita cristiana, infatti, le varie vocazioni sono come raggi dell’unica luce di Cristo «riflessa sul volto della Chiesa».

laici, in forza dell’indole secolare della loro vocazione, rispecchiano il mistero del Verbo Incarnato soprattutto in quanto esso è l’Alfa e l’Omega del mondo, fondamento e misura del valore di tutte le cose create. I ministri sacri, da parte loro, sono immagini vive di Cristo capo e pastore, che guida il suo popolo nel tempo del «già e non ancora», in attesa della sua venuta nella gloria. Alla vita consacrata è affidato il compito di additare il Figlio di Dio fatto uomo come il traguardo escatologico a cui tutto tende, lo splendore di fronte al quale ogni altra luce impallidisce, l’infinita bellezza che, sola, può appagare totalmente il cuore dell’uomo. Nella vita consacrata, dunque, non si tratta solo di seguire Cristo con tutto il cuore, amandolo «più del padre e della madre, più del figlio o della figlia» (cfr Mt 10, 37), come è chiesto ad ogni discepolo, ma di vivere ed esprimere ciò con l’adesione «conformativa» a Cristo dell’intera esistenza, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo e secondo i vari carismi, la perfezione escatologica.

Attraverso la professione dei consigli, infatti, il consacrato non solo fa di Cristo il senso della propria vita, ma si preoccupa di riprodurre in sé, per quanto possibile, «la forma di vita, che il Figlio di Dio prese quando venne nel mondo». Abbracciando la verginità , egli fa suo l’amore verginale di Cristo e lo confessa al mondo quale Figlio unigenito, uno con il Padre (cfr Gv 10, 30; 14, 11); imitando la sua povertà, lo confessa Figlio che tutto riceve dal Padre e nell’amore tutto gli restituisce (cfr Gv 17, 7.10); aderendo, col sacrificio della propria libertà, al mistero della sua obbedienza filiale, lo confessa infinitamente amato ed amante, come Colui che si compiace solo della volontà del Padre (cfr Gv 4, 34), al quale è perfettamente unito e dal quale in tutto dipende.

Con tale immedesimazione «conformativa» al mistero di Cristo, la vita consacrata realizza a titolo speciale quella confessio Trinitatis che caratterizza l’intera vita cristiana, riconoscendo con ammirazione la sublime bellezza di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e testimoniandone con gioia l’amorevole condiscendenza verso ogni essere umano.

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