Mercoledì Santo 2020

Image

Vangelo Mt 26, 14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Ed era notte. Con queste parole, che abbiamo letto ieri, l’evangelista Giovanni racconta il momento drammatico in cui Giuda esce, portando con sé il boccone che Gesù gli ha dato e la decisione di consegnarlo. L’abbiamo incontrato anche lunedì, a Betania, quando si oppone a Maria, alla gratuità del gesto della donna contrappone la logica del calcolo, dell’interesse. Ma, l’evangelista annota, c’è qualcosa di ancora più profondo, c’è una menzogna: non dice questo perché gli interessano i poveri, ma perché è avvezzo a rubare, forse pensando che nessuno degli altri se ne sia accorto. Può essere un commento dell’evangelista, poco benevolo nei confronti di Giuda, oppure una nota che rivela l’animo di quest’uomo cui il Signore Gesù offre, fino alla fine, la sua mano affinché possa afferrarla e abbandonare i suoi propositi di male per ricevere la misericordia che salva. Giuda non condivide il pensiero di Gesù, la sua logica è diversa; da Gesù si attende altro rispetto a quello che sta dicendo, facendo, offrendo. Resiste, non è disposto a mettersi in discussione. Potrebbe andarsene, ma ormai non può più cambiare semplicemente strada, uscire dalla cerchia dei Dodici e abbandonare Gesù. È impossibile. O Gesù, o lui, la logica del maestro o la sua, non c’è alternativa. E sceglie di eliminare Colui che, in fondo, lo scandalizza, colui che, semplicemente guardandolo, gli ha manifestato così profondamente il buio del suo cuore che ora non può più vivere come prima di incontrarlo. Un buio profondo, di cui la notte è segno. Buio del cuore, buio crescente durante gli anni di discepolato, fino a quando gli si presenta l’occasione di consegnarlo, di non fargli direttamente del male, ma consegnarlo a chi lo avrebbe tolto di mezzo.

Nel brano di oggi siamo nel contesto dell’ultima cena secondo il Vangelo di Matteo, preceduta dalla narrazione dell’accordo tra Giuda e i capi dei sacerdoti. Il racconto della cena è carico di tristezza; Gesù e Giuda sanno entrambi quello che sta per accadere, e Gesù lo dice apertamente, offrendo ancora una volta a Giuda la possibilità di accogliere la salvezza. Ma egli si ostina nella sua chiusura; lo chiama “Rabbì”, per lui Gesù è solo questo, un rabbì, non il vero salvatore. Entrambi sanno del tradimento, ma Giuda non conosce la gravità di ciò che ha fatto, e forse non crede che il suo maestro abbia capito. Gesù, invece, sa molto più di Giuda in quale abisso il suo discepolo si sta dirigendo, e prova, anche lui ostinato nell’amore, ad avvertirlo. La sua è la tristezza di chi sta tentando in tutti i modi di salvare chi ama, ma proprio perché ama non può violarne la libertà: può solo continuare a tendere la mano, a cercare in tutti i modi di penetrare la dura corazza del cuore, ma poi il gesto piccolo, piccolissimo eppure enorme di afferrare la sua mano tesa deve essere di Giuda, deve essere lui a lasciarsi salvare. Il Signore fa sempre così, anche con noi, nei nostri piccoli e grandi tradimenti, nelle nostre distanze, nei nostri no: non ci abbandona, non ci rimprovera, ma ci attira a sé attendendo che noi apriamo il cuore e ci lasciamo raggiungere da lui. Non forza la porta, sta fuori e bussa (Ap 3,20).

Ritorniamo un istante sul boccone che Gesù ha dato a Giuda. Il brano di Matteo di oggi precede l’istituzione vera e propria dell’Eucaristia, che avviene subito dopo la proclamazione del tradimento e del traditore, non compresa dagli apostoli. Non si dice che Giuda non sia presente. Anzi, si suppone che ci siano tutti i Dodici. Il pane che Gesù offre con un gesto eucaristico a tutti è il suo corpo, è la sua vita. Offre a colui che l’ha tradito per un nulla, per trenta denari, la sua stessa vita, tutto se stesso. A colui che gliela vuole strappare, Gesù la offre, la dona, la mette in mano. La consegna lui stesso. È come se trasformasse il gesto di consegna di Giuda nel gesto della sua offerta, come se Gesù gli dicesse: tu me la vuoi togliere, tieni, io te la metto in mano, sono io a donartela. Prendila. Gesù si offre liberamente, e il suo amore per Giuda arriva al punto di voler trasformare il tradimento, annullarlo consegnandosi lui stesso nelle sue mani pur di non perdere questo suo figlio di cui, fin dall’inizio, conosceva il debole e fragile cuore. Sappiamo da Matteo che il pentimento di Giuda sarà terribile: non ha mai avuto fiducia nella misericordia e nel momento in cui raggiunge il fondo del male, dispera. E si toglie la vita.

Cosa può aver vissuto Gesù? Quali sentimenti, quale intima compassione può aver mosso e abitato il suo cuore? Non la rabbia che forse proveremmo noi se avessimo accanto qualcuno che sappiamo sta tramando il male nei nostri confronti, ma amore, amore infinito, amore concreto che diventa dono del proprio corpo, del proprio sangue, di tutto se stesso senza trattenere nulla, perché nessuno si perda. Perdono, compreso nel gesto del pane offerto, perdono che è possibilità di vita, di ricominciare, di un amore rigenerato. Gesù è Signore anche in questo momento, non perché invulnerabile, ma proprio perché soffre il dolore più grande, più profondo che mai cuore umano abbia sofferto, e tutto questo è dono di amore per noi.

Siamo tanto diversi noi da Giuda? Non c’è forse nel nostro cuore tanto buio, tanta resistenza di fronte all’amore del Signore? Il Signore sa che possiamo tradirlo, che io posso tradirlo in qualunque momento. Non sappiamo se quando Gesù dice che il traditore è colui che ha intinto nel piatto con lui, si riferisce solo a Giuda oppure se anche gli altri apostoli avevano già compiuto questo gesto. Certo è che tutti lo tradiranno. Tutti noi siamo traditori del Suo amore. Tutti noi siamo salvati dalla sua misericordia.

Guardiamo con coraggio nel nostro cuore, e accogliamo la mano che il Signore ci offre in questi giorni di grazia perché il buio, la notte che troviamo in noi possa lasciare spazio alla luce della Sua resurrezione.

Offriamo alla vostra preghiera il testo di un’omelia di Don Primo Mazzolari, del giovedì santo del 1958, che potete ascoltare interamente (qui sotto c’è un estratto) anche dalla viva voce di don Primo a questo link https://www.youtube.com/watch?v=0h_Xe4VmP7o

Nostro fratello Giuda - di Don Primo Mazzolari

C’è un nome che torna nella preghiera della messa, il nome di Giuda, il traditore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, tradisce la propria coscienza, tradisce il proprio dovere, e diventa un infelice. Il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda! E’ uno dei personaggi più misteriosi che troviamo nella passione del Signore. Mi accontento di domandare pietà per il nostro fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza! Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore: nessuno si deve vergognare di lui. E chiamandolo «fratello» siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: «Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo?». «Amico»: questa parola dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, fa capire perché lo abbiamo chiamato «fratello». Nel Cenacolo aveva detto: «Non vi chiamerò servi, ma amici». Gli apostoli sono diventati amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre amici. Noi possiamo tradire l’amicizia di Cristo; Cristo non tradisce mai noi, suoi amici. Anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di lui, anche quando lo rinneghiamo. Davanti ai suoi occhi, davanti al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore, anche nel momento in cui baciandolo, consuma il tradimento del Maestro. Come è finito nel tradimento? Conosciamo il mistero del male? Nessuno di noi ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male; non sappiamo perché ci siamo abbandonati al male perché siamo diventati bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. A un certo momento è venuto fuori il male. Da dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione? Vedete Giuda, fratello nostro, fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa. Qualcuno deve aver aiutato Giuda a diventare traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male in Giuda, ma che ce lo mette davanti in modo impressionante: «Satana lo ha occupato», ha preso possesso di lui. Qualcuno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare Dio dal cuore di tante creature. Questa è l’opera del male: è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda, può agire anche in noi. Per questo Gesù ha detto nell’Orto: State svegli e pregate, per non entrare in tentazione. E la tentazione è cominciata con il denaro. Le mani che contano il denaro: Quanto mi date, se ve lo consegnerò? Gli contano trenta denari. … Ecco il baratto. Trenta denari, il piccolo guadagno… sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista. C’è qualcuno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Il guadagno: trenta denari! Non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. Se ne vanno, perché dove la coscienza non è tranquilla, anche il denaro diventa un tormento. Un gesto denota una grandezza umana: glieli butta là. Quella gente capisce? Li raccoglie e dice: «Poiché hanno del sangue, li metteremo in disparte. Compreremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo». Così la scena cambia. Domani sera (venerdì santo), quando si scoprirà la croce si vedranno due patiboli: la croce di Cristo, un albero dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda, povero fratello nostro! Il più grande dei peccati non è quello di vendere Cristo, è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro, e poi lo ha guardato e si è messo a piangere. E il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il vicario! Tutti gli apostoli hanno abbandonato il Signore, e sono tornati. E il Cristo ha perdonato loro. E li ha ripresi con la stessa fiducia. Ci sarebbe stato un posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del Calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo, a una svolta della strada della «via crucis». La salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda! Una croce e l’albero di un impiccato, dei 84 chiodi e una corda. Direte: «Muore l’uno, muore l’altro». Ma qual è la morte che noi eleggiamo: sulla morte come il Cristo, nella speranza del Cristo; o impiccati, disperati, senza niente davanti? Ma io voglio bene anche a Giuda: è mio fratello, Giuda. Pregherò per lui, perché io non giudico, io non condanno. Dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Non posso non pensare anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, questa parola «amico» che il Signore gli ha detto, mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. Forse l’ultimo momento ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene, e lo riceveva tra i suoi, di là. Forse il primo apostolo è entrato insieme ai due ladroni: un corteo che certamente pare non faccia onore al figlio di Dio, come qualcuno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. (Nella lavanda dei piedi) lasciate che baciando quei piedi, io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. Lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarlo «amico». Perché la Pasqua è questa parola, detta a un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per lui noi saremo sempre gli amici.

Clarisse S. Maria di Monteluce in S. Erminio