In questa I domenica d’Avvento proponiamo una riflessione che ci aiuti a entrare nel nuovo Anno liturgico che si apre oggi. E’ un testo tratto da una Conferenza tenuta da P. Mauro Giuseppe Lepori OCist in occasione dell’Avvento 2015. Si può leggere nella sua interezza qui.
L’attesa è una dimensione molto importante dell’esperienza umana. L’uomo sa attendere, l’uomo è sempre in una dimensione di attesa, perché è la creatura che vive nel tempo in modo cosciente. Gli angeli non vivono nel tempo, non devono attendere. Tutto per loro è presenza ed eternità, un tempo infinito che accade ora. Gli animali vivono nel tempo, aspettano istintivamente ciò che soddisfa il loro appetito, o che sorga il giorno, o che ritorni a casa il loro padrone. Ma non hanno coscienza dell’attesa.
L’attesa umana è la vera misura del tempo, una misura che non è numerica, non è cronologica. Noi siamo ormai abituati a quantificare l’attesa, a dire che abbiamo aspettato un’ora, che il treno si è fatto attendere con 5 minuti di ritardo, che Internet ci ha fatto attendere 17 infiniti secondi prima di rispondere al nostro clic. Ma quando la misuriamo così, denaturiamo l’attesa, ne facciamo una cosa, un fenomeno staccato da noi stessi e da ciò che attendiamo. È come se l’attesa fosse qualcosa a sé, in sé, senza relazione. Invece l’attesa, ed è qui il punto cruciale, è relazione, è una dimensione del mistero della relazione. (…)

Solo l’uomo è capace di essere così cosciente dalla natura del tempo da vivere l’attesa come un’attività, come una libera scelta, come un’opera che coincide con se stessa, che lavora a se stessa. La cultura informatica, introducendo in tutte le nostre attività il calcolo numerico dell’attesa che queste attività possono comportare, e soprattutto dandoci l’illusione che tutto possa avvenire subito, senza attesa, ci priva di una dimensione essenziale dell’esperienza umana: ci priva della libertà di attendere, di voler attendere. Saper attendere, saper “attendere l’attesa” che la vita umana implica, non è solo una questione di comportamento superficiale, come quando si dice che bisogna saper prendere la vita con filosofia, essere cool, essere zen. Saper attendere, e questo ce lo dice Cristo, è necessario alla nostra salvezza, cioè è necessario al recupero e al compimento della nostra umanità che Dio ci offre con la Redenzione operata da Gesù Cristo.
“Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate ” (Mc 13,33-37).
Vegliare, nel senso evangelico, vuol dire attendere l’attesa, ma con la consapevolezza di fede che la nostra attesa più vera e decisiva è l’attesa di Dio. (…) La vera attesa umana è l’attesa di Dio. Solo l’attesa di Dio, la ricerca di Dio, dà senso al tempo, è il senso del tempo. Il tempo finirà, si compirà, quando l’incontro definitivo con il Signore ci introdurrà nell’eternità, e anche tutto il tempo passato a cercare Dio sarà reso eterno. (…)
Cristo è venuto, viene ora e verrà alla fine dei tempi proprio per dare a tutta l’esperienza umana il senso e il significato dell’attesa di Lui, e quindi dell’incontro con Lui. Cristo è lo Sposo che viene, che ci viene incontro. Il senso dell’attesa è l’incontro che la compie.
Ma è la venuta di Cristo che crea, che suscita in noi il senso dell’attesa, di un’attesa che dà sapore, fervore e pienezza alla vita. Come lo suggerisce il profeta Isaia: “Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati” (Is 65,24). È perché Dio si dà per primo che il cuore dell’uomo Lo cerca. È Dio eterno, infatti, che crea nel cuore umano, anzi: con il cuore umano, l’attesa di Lui. L’Eterno crea il tempo per creare lo spazio dell’attesa di Lui. (…)

Il padre dei monaci, sant’Antonio abate, prima di morire diceva ai suoi discepoli: “Respirate sempre Cristo“. Che grande amore aveva per i suoi figli spirituali da lasciar loro come eredità, non dei beni, non delle ricchezze, non del potere, ma la coscienza di un bisogno, di una povertà vitale, di una impotenza radicale: quella di aver bisogno di Cristo come dell’aria per vivere “Respirate sempre Cristo” vuol dire che nel bisogno immediato che abbiamo tutti, come il bisogno di ossigeno, ci è dato di esprimere e incarnare l’attesa dell’incontro con l’Eterno che vuole unirsi a noi. È come se sant’Antonio avesse detto ai suoi discepoli che anche quando abbiamo bisogno di aria, è di Cristo che abbiamo bisogno, cioè ogni bisogno umano è un simbolo reale, concreto, del nostro bisogno del Signore, della nostra attesa di Gesù Cristo, Sposo della vita. È come se dicesse loro: quando vi manca l’aria, o quando avete fame e sete, o quando vi manca la salute, o la compagnia e l’amore del prossimo, sappiate che è di Cristo che avete e avrete sempre bisogno, è Lui che manca veramente e profondamente al cuore umano. Questo non significa che non dobbiamo respirare, che non dobbiamo mangiare e bere, che non dobbiamo apprezzare la salute e l’amicizia. Gesù, facendosi uomo, ha amato tutto questo, ha goduto di tutto questo. Ma ha sempre vissuto tutto ciò che è umano come via di rapporto col Padre, come occasione concreta di pensare al Padre, di amare il Padre, di chiedere tutto al Padre, di lodare per tutto il Padre.
L’attesa di Dio non mortifica il gusto della vita. Anzi: lo rende possibile. Quando dalla vita attendiamo solo l’immediato, quello che possiamo afferrare noi senza impegnare il cuore nel desiderio dell’infinito, subito facciamo l’esperienza della delusione, subito il frutto che abbiamo strappato dall’albero e che teniamo in mano, ci delude, ci rende più vuoti, tristi. Invece ci è donato di sperimentare, con stupore, che più desideriamo e attendiamo Dio dentro ogni frangente della vita, e più ci è dato di gustare la vita in ogni istante, in ogni dettaglio. 
Lo stesso nella nostra vita: più siamo tesi a desiderare Dio, a attendere Dio, e più ogni piccolo movimento, ogni passo di cui è composta l’umana esistenza si ritrova animato da una energia, da una vitalità altrimenti impossibile, e che stupisce, perché di fatto è un miracolo, un’opera di Dio che passa misteriosamente nella nostra vita.
Il grande miracolo di Dio nel creare l’uomo è il mistero del nostro cuore fatto per desiderare e amare il Creatore. Il grande miracolo di Dio è la nostra libertà fatta per attendere Dio, per desiderare Dio. (…)
Questa consapevolezza di fede, che Cristo ci annuncia e dona, è ciò che trasforma la nostra vita, e quindi il nostro modo di vivere il tempo.
Nel salmo 1 2 9 leggiamo: “L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia” (Sal 129,6-7).
Le sentinelle durante la notte attendono l’aurora, attendono il mattino. Cioè vivono il tempo attendendo un altro tempo, vivono in un momento aspettando un altro momento. Vivono attendendo un tempo migliore di quello che stanno vivendo. Israele, invece, è educato ad attendere Qualcuno, ad attendere il Signore, e questo cambia tutto. Il tempo non è più solo attesa di altro tempo, il tempo non attende più solo se stesso, ma è attesa dell’eterno. Attesa dell’eterno nel tempo. Attesa nel tempo, ma di Qualcuno, ma di un incontro. Il tempo potrebbe restare com’è, restare faticoso, doloroso, mortale com’è, ma diventa spazio di relazione, di incontro, di presenza. E questo cambia tutto, come ce lo testimoniano i santi, i martiri, e tanti testimoni attorno a noi e fra di noi.
Questa posizione del cuore, che dal tempo non attende altro tempo ma la venuta del Signore, rende liberi. La libertà cristiana, la libertà della fede, è proprio il riverbero dell’attesa dell’Eterno nel tempo. Perché questo libera dalla dittatura che imponiamo a noi stessi, e agli altri, quando la nostra felicità dipende solo da ciò che ci sfugge, da ciò che passa, o da ciò che passerà fra un istante, anche se lo afferriamo. Solo il rapporto con l’Eterno permette di vivere nel tempo con libertà, la libertà di un distacco che ci dona di rispettare tutto, di lasciar essere tutto, e quindi di amare tutto senza condizionare nulla coi nostri progetti, la nostra pretesa, la nostra sete di possesso. (…)
Gesù viene e ci attira; si dà a noi e suscita in noi il desiderio di darci a Lui. Avvento e Natale. Croce e Risurrezione. Viene, scende, fino alla stalla di Betlemme, fino al sepolcro, fino agli inferi, per attirarci a Lui incarnato, a Lui nato, a Lui presente, a Lui crocifisso, a Lui risorto. E il Risorto continua questo “gioco“, viene e scompare, viene e attira. “Sono scherzi di amore“, scriveva san Pio di Pietrelcina ad una delle sue figlie spirituali.
La misericordia di Dio è tutta nel suo venire a noi per attirarci a Lui. Accorgerci di questo e starci a questo “gioco” trasforma tutta la vita, accende in essa la luce della bellezza di Dio che trasfigura tutte le cose, anche le più misere e brutte della nostra umanità. Tutta la nostra vita diventa spazio prezioso e condiviso con tutti dove Cristo viene per prenderci con sé e tornare al Padre.

