25 anni sulle orme di Santa Chiara

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Intervista a una sorella del nostro monastero 

apparsa sul n. 7 di “Vita diocesana pinerolese” di domenica 14 aprile 2019

  • Quando e come è nata la tua vocazione?

La vocazione ha a che fare con l’essere profondo di una persona, con il suo cuore, con ciò che di più intimo fa parte di noi. Possiamo dire che la nostra vocazione – perché è vero per ciascuno – nasce con noi, è la nostra identità più vera. Nella mia esperienza, riconoscere la mia vocazione è stato riconoscere che quella ricerca che mi portavo nel cuore quell’inquietudine profonda era ricerca di un Incontro, di un Volto, di un Amore che mi attendeva e mi chiamava ad appartenergli. Una vocazione che ha preso forma nel tempo, piano piano, attraverso persone che mi hanno testimoniato la bellezza di una vita con il Signore, a cominciare da quando ero bambina: la mia nonna materna, una donna semplice ma davvero innamorata del Signore, la catechista della prima comunione che ho fatto a Cumiana, dove allora vivevo, una suora di Pinerolo – sr. Brigida –incontrata fin da quando avevo 5 anni in ospedale a Pinerolo… tante persone che mi colpivano per la loro dedizione, perché vivevano un rapporto personale con il Signore di grande familiarità, me lo rendevano vicino, presente.  Questo non mi ha impedito, da ragazza, di allontanarmi un cammino di fede, ma quello che mi hanno trasmesso è stato più forte, come un seme che a tempo opportuno germoglia, o come una scintilla che rimane viva sotto la cenere, pronta a riprendere vigore. Quando poi – per le vie provvidenziali del Signore – sono entrata in contatto con alcune suore del Cottolengo di Torino, quel seme ha cominciato a riprendere vita. Mi guardavo intorno ma non riuscivo a vedermi sposata, con una famiglia, pur desiderandolo. Mi sentivo “rimpicciolire” il cuore. Avevo il desiderio di studiare, realizzarmi nel lavoro, ma anche questo lo sentivo come una scelta rassegnata: desideravo altro – senza sapere cosa fosse – ma questo “altro” non c’era intorno a me. Lo vedevo sul volto delle suore del Cottolengo, nel loro cuore grande, aperto a tutti, accogliente. La loro vita mi diceva che quello che desideravo, esisteva, eppure non mi sentivo di fare la loro stessa scelta. Ero ancora troppo lontana dal Signore. Continuavo a cercarlo, senza riuscire a trovarlo. Fino a quando sono capitata qui, a Perugia, e ho incontrato un modo di vivere che mi ha inizialmente sconvolta. Donne, ragazze contente, pur nelle difficoltà, pur con le rinunce che questa vita presentava ai miei occhi, ma piene di vita. In loro ho visto quella pienezza che stavo cercando. Non è stato immediato dire il mio sì al Signore. Ho lottato, ho opposto resistenza. Amavo viaggiare, la mia famiglia, gli amici, studiare, la montagna… tante cose belle che mi trattenevano, fino a quando – dopo mesi di lotta intensa – ho dato al Signore la mia disponibilità a seguirlo. E da quel momento la lotta è diventata una grande gioia.

  • Come hai conosciuto il monastero di Sant’Erminio?

Ho conosciuto questo monastero attraverso una mia compagna di scuola che, a sua volta, era venuta qui in estate con un gruppo della parrocchia di Madonna di Fatima. Quando sono venuta qui la prima volta, ero una giovane fresca fresca di maturità, con davanti la prospettiva dell’università, inquieta, in ricerca ma non di una vita come questa! La vocazione non faceva parte del mio orizzonte. Il primo frutto dell’incontro con questo monastero è stato proprio il riavvicinamento al Signore, a quel Signore che già le suore del Cottolengo mi avevano fatto sentire vivo, ma avevo bisogno di un incontro forte per riscoprirlo davvero. E, incontrandolo, ho anche scoperto la preghiera, che è diventata il punto centrale delle mie giornate.

  • La vita claustrale: una scelta facile?

La vita claustrale spaventa sempre per la radicalità che esprime. Per questo si può scegliere solo come risposta a una chiamata. Se è così, allora è una scelta bella, che attrae: un po’ come il matrimonio. Anche per gli sposi c’è un misto di bellezza e timore, di trepidazione. É bene che sia così, perché si è consapevoli che ci saranno delle difficoltà, che c’è una novità da accogliere e che è sconosciuta, ma quello che permette il passo è ciò che attrae e non ciò che può esigere. Questo è il “prezzo” necessario per poter vivere quella vita che si riconosce propria. Per questo la vita claustrale non è più difficile di altre forme di vita, è esigente – certo – ma è anche di una bellezza incredibile.

  • Da “fuori” ci si chiede: che cosa fanno le monache tutto il giorno? 

Ecco, questo è uno degli aspetti più affascinanti della vita monastica: il tempo. Un tempo che è tutto dato, tutto consegnato al Signore attraverso una quotidianità scandita dalla preghiera. La giornata inizia dalla preghiera, con la sveglia alle 5,25. C’è la celebrazione dell’Ufficio delle Letture, la preghiera personale, le Lodi, la S. Messa, l’Ora Terza fino alle 9 circa. Dopo la colazione c’è il lavoro, di diverso tipo, dalla cucina alle icone dipinte, dal bucato alla portineria, l’accoglienza delle persone, la foresteria, la sacrestia… tanti diversi uffici (è il nome degli incarichi) che servono per vivere la nostra vita in tutte le sue dimensioni. Alle 12.00 c’è l’Ora Sesta, il pranzo e la ricreazione, che è un tempo di fraternità. Dopo il tempo di silenzio – dalle 13, 30 alle 15,00 c’è l’Ora Nona e durante il pomeriggio si continua il lavoro del mattino, oppure ci sono incontri comunitari, lezioni di formazione, studio personale, l’Adorazione Eucaristica, fino alle 18.00 quando la giornata si raccoglie in un altro lungo tempo di preghiera con i Vespri, la preghiera personale, il Rosario fino alle 20.00. Dopo la cena, il tempo di sistemare la cucina e i vari servizi, e c’è l’ultima preghiera della giornata, Compieta, intorno alle 21.00. Un orario che facilmente subisce variazioni, proprio perché gli imprevisti sono tanti, ma che mantiene una sua struttura nella quale il tempo è continuamente ricondotto al centro, al suo significato, alla sua dignità più alta: tempo che è di Dio, tempo che è della Chiesa, che è tempo dato a Lui perché sia fecondo di grazia per ogni persona, per ciascuno di voi.

Per te sono 25 anni di professione. Quale è il bilancio di questo cammino?

Sì, il 3 ottobre 2018 ho festeggiato il mio 25° di professione e sono nell’anno del ringraziamento. Già questa parola dice il bilancio di un cammino: gratitudine. Gratitudine reale, concreta, non perché sia stato tutto facile, assolutamente, ma perché questi anni sono stati una vera grazia, ho potuto sperimentare, al di sopra delle mie aspettative, la cura puntuale, quotidiana, delicata del Signore, anche nelle situazioni più dolorose, un amore fedele che è pian piano diventato la base solida e sicura della mia vita. Il bilancio non lo posso fare su di me, sarebbe in perdita e molto, ma sulla fedeltà di Dio a una sete di vita che mi ha messo nel cuore da sempre. E questo è decisamente in attivo.

  • Quest’anno il monastero di S. Maria di Monteluce in S. Erminio celebra 800 anni di vita. Quale è la storia di questo monastero? Quale il significato del logo che ricorda l’anniversario?

Sì, la grazia del venticinquesimo si inserisce nella grazia ben più grande della fedeltà di Dio alla storia della mia comunità, nata ufficialmente il 31 luglio 1218, ma già prima c’erano delle donne che vivevano insieme nella zona di Monteluce, alle porte della città. La comunità crebbe rapidamente, e il suo legame con la Madre S. Chiara è testimoniato fin dai primi anni. Come a san Damiano, infatti, nel 1228 il Papa concesse anche a noi il Privilegio della Povertà, documento unico nella storia della Chiesa, in cui si concede il Privilegio di non possedere nulla, di vivere affidate unicamente alla Provvidenza del Padre e del proprio lavoro.

La comunità crebbe rapidamente, e pian piano l’ideale iniziale della povertà lasciò spazio a possedimenti necessari per il sostentamento, un po’ imposti dalla Chiesa preoccupata che il gran numero di monasteri che erano sorti in tutta Italia potessero vivere dignitosamente con il necessario.

Dopo un periodo di decadenza nel 1448 il Monastero ritrova nuovo vigore nella fedeltà al carisma clariano, grazie all’aiuto di un gruppo di monache provenienti da un altro monastero, abbracciando la “riforma osservante”, e rifiorisce nel desiderio di conformarsi a Cristo povero, in una vita semplice di preghiera e lavoro, nell’unità fraterna. Frutto di questo rinnovato fervore, fu la benedizione del Signore con il dono di numerose vocazioni

Le sorelle, secondo la Regola, vivevano di provvidenza e del loro lavoro: filavano, tessevano lino, canapa e lana; alcune erano impegnate nello Scriptorium, dove copiavano e scrivevano libri e breviari.

In seguito alle soppressioni della fine del XIX secolo, nel 1910, le nostre sorelle furono cacciate dal loro monastero, al quale erano  molto legate, che fu trasformato nel Policlinico della città (ora trasferito) e la sua chiesa divenne la parrocchia del quartiere nascente. Dopo essere state accolte per 15 anni in un altro monastero della città, finalmente, nel 1925, si trasferirono nella villa di S. Erminio, non lontana da Monteluce, proprietà dei Conti Oddi-Baglioni, che anticamente era un monastero di monaci silvestrini. Qui poterono vivere la loro vita claustrale, adattando pian piano la struttura della villa alla vita monastica claustrale, lavoro lungo che stiamo ancora continuando oggi. Nella chiesa privata della villa era custodito il corpo del santo martire romano Erminio, dove si trova tuttora.

Anche oggi il monastero è posto alle porte della città: amiamo molto questa posizione di sentinelle e di custodi. La nostra collocazione urbana ci permette di affacciarci contemporaneamente su Assisi e su Perugia, i luoghi della nostra origine e della nostra missione.

Il logo, disegnato da una nostra sorella, raffigura una clarissa che tiene in mano una lampada accesa, la fiamma si estende a formare il tondo del logo, simbolo della fedeltà di questi 800 anni di storia, che è la nostra storia, quella che, iniziata nel 1218, ha raggiunto la nostra vita inserendola nell’alveo di questo fiume di donne che hanno amato e servito il Signore e i fratelli nel dono semplice e quotidiano della loro vita.

  • Uno sguardo al futuro. La vita claustrale nella regola di santa Chiara è ancora capace oggi di affascinare i giovani? Ci sono nuove vocazioni?

La forma di vita che santa Chiara ci ha consegnato è molto attuale, capace di incontrare e raggiungere i desideri profondi che albergano nel nostro cuore: radicalità, la totalità, un amore che coinvolge tutto e non lascia fuori niente dell’umanità, il dono della vita, la gioia, l’essenzialità che permette di raggiungere la verità delle cose e della vita, la comunione nella fraternità e nell’amicizia, l’amore alla vita, al creato e tanto altro. Chiara è una donna molto attuale, attenta alla persona e capace di orientarla e guidarla verso ciò che davvero vale. È una donna capace di amare in modo unico ciascuna sorella, di una tenerezza materna impressionante, ma anche di spronare, di far camminare verso la meta. Chiara è una donna silenziosa, nel senso che la si incontra soprattutto incontrando la nostra realtà, attraverso la vita vissuta delle clarisse di oggi.

Le vocazioni, come in tutte le realtà che comportano scelte definitive, sono in crisi, anche se la vita monastica è quella che ne ha di più. Il tempo della Chiesa e del mondo è questo, e si vede non solo nell’ambito delle vocazioni alla vita consacrata, ma anche nel matrimonio, dove la fragilità è immensa e quando anche si sceglie di sposarsi, la durata è messa a dura prova. Conosciamo tutti la crisi profondissima della famiglia, e le vocazioni non possono prescindere da questo contesto. Lasciamo fare al Signore, che anche attraverso ciò che può mettere timore, compie la sua opera bella per ciascuno dei suoi figli.

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