V Domenica di Pasqua
Gv 13, 31-35
Siamo al centro del tempo pasquale e la Chiesa ci fa vivere, come i discepoli contemporanei a Gesù, nell’ascolto dei suoi ammaestramenti, delle parole preziosissime che Lui ha consegnato prima della sua Ascensione.
La sezione del Vangelo di Giovanni è quella dei “discorsi di addio”: un lungo discorso nel contesto dell’ultima cena, dove Gesù consegna il suo cuore, quel cuore che verrà visibilmente aperto in un estremo dono sulla croce. Dire che Gesù ci consegna il cuore significa che ci apre il segreto della sua vita, della sua esistenza terrena e, soprattutto, di ciò che muove sempre e da sempre l’agire di Dio: la sua volontà di salvezza, di vita per ogni uomo, per ciascuno nella sua singolarità. Non è una confidenza estrema che, semplicemente, commuove e stringe in un affetto speciale, è molto, molto di più. Qui Gesù ci svela la dinamica di vita trinitaria, quella che portiamo incisa in modo indelebile nel profondo del nostro essere e che nella nostra vita, con tanti tentativi maldestri, continuamente cerchiamo. Ecco, Lui qui ci dice come e dove si vive la vita di Dio e, quindi, come e dove noi troviamo davvero quella vita che desideriamo come l’aria.
Proviamo per un attimo a mettere da parte le nostre preoccupazioni, e ad aprirci all’orizzonte che Gesù ci offre. Lo facciamo innanzitutto mettendoci ai suoi piedi come Maria di Betania – e ascoltando ciò che vuole dirci (Gv 13,31-35):
Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
É il contesto drammatico del tradimento che Giuda sta compiendo. É uscito, è notte, quella notte che pesa sul cuore e che sembra inghiottire ogni cosa, ogni speranza, ogni possibilità. Sembra annullare tutto ciò che di bello e grande si è vissuto fino a quel momento, insieme a Gesù. 
“Avvenne allora che la morte si avvicinasse a lui per divorarlo con la sua abituale e ineluttabile sicurezza. Non si accorse, però, che nel frutto mortale, che mangiava, era nascosta la Vita. Fu questa che causò la fine della inconsapevole e incauta divoratrice. La morte lo inghiottì senza alcun timore ed egli liberò la vita e con essa la moltitudine degli uomini”.
Possiamo solo immaginare quello che passava nel cuore di Gesù e dei discepoli al sentire parole così forti ma anche misteriose, piene di una dolce promessa di vita, ma anche annuncio di un distacco in quel momento incomprensibile: ancora per poco sono con voi… dove vado io voi non potete venire… Eppure, nello stesso tempo, parole che consolidano una presenza: tutti sapranno (verbo al futuro) che siete (verbo al presente) miei discepoli. Uno stato permanentemente presente: siete miei discepoli. Non “siete stati”, ma “siete”. Continuerete ad essere in modo permanente miei discepoli, perché io continuerò ad essere presente in mezzo a voi, in voi, e il segno di questa presenza è l’amore che vi unisce.
Bellissimo: non un amore nel ricordo di qualcuno che è stato, ma un amore reso possibile 
Discepoli, dunque, di Gesù che – pur annunziando la sua partenza – conferma anche una permanente presenza. Non lascia soli i suoi, continuerà ad essere il Maestro, a educarli a vivere il comandamento nuovo. Ma in cosa consiste questa novità? È quel “come” a mostrarcela. Non un “come” che ci pone di fronte al modello di Gesù, un modello irraggiungibile, che non potremo mai eguagliare, ma un “come” che si può tradurre anche con “poiché”: Gesù si offre come fonte dell’amore. Amatevi, poiché io vi ho amati. Possiamo attingere sempre a questa fonte, attraverso la sua Parola, il suo Corpo e il suo Sangue dati per noi. Il discepolo è colui che è stato gratuitamente amato, senza alcun merito, e da questa 
Bella, allora, questa V domenica del tempo di Pasqua, che ci prepara alla festa dell’Ascensione. 


