Con te, non temo più.

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XII Domenica del Tempo Ordinario

La liturgia della XII domenica dell’anno a pone l’attenzione sulla violenza, il rifiuto che sperimenta chi annuncia la verità dell’uomo alla luce della Parola di Dio, a chi porta la Parola di Dio. Un rifiuto che nasce dalla resistenza del cuore umano di fronte alla luce, la nostra resistenza di fronte al cambiamento, alla conversione, al potere seducente del male, non tanto quello evidente, quanto piuttosto quello connivente con la nostra vita, nascosto nelle pieghe del nostro cuore. La Parola di Dio entra, scava, raggiunge luoghi di noi altrimenti irraggiungibili anche a noi stessi, ma noi innalziamo barriere, schermi, fatichiamo a lasciarci illuminare fino in fondo. Da questo nasce il rifiuto, quello che noi mettiamo in atto, ma anche quello che sperimentiamo sulla nostra pelle. Un rifiuto che caratterizza da sempre chi segue il Signore. Lo vediamo nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Geremia, un grande profeta che ha pagato – come tutti i profeti del resto – con la propria vita la fedeltà a una Parola che lo ha esposto alla persecuzione, perché non conforme con quello che i potenti volevano sentirsi dire, una Parola che contraddiceva strategie umane, metteva in luce la falsità, la menzogna. Fatti avvenuti intorno al 586 a.C., ma assolutamente attuali. Pensiamo a quanti cattolici, a quanti cristiani sono apertamente perseguitati per la loro fede, e a quanto il nostro occidente mette in atto una persecuzione molto più subdola, ma capillare, che vuole sradicare la sete di Dio dal cuore dell’uomo.

Entriamo nella liturgia attraverso la porta del Salmo responsoriale. Affidiamo invece il commento del Vangelo a P. Georges Massinelli, frate della nostra provincia umbra, biblista, che gentilmente condivide con noi quanto ha pubblicato sul suo blog “Lettere di Onesimo”. 

Il Sl 68 (69) che la liturgia offre alla nostra preghiera è in realtà un breve estratto di testo molto più lungo, di 37 versetti.

Un testo che ben si contestualizza nelle vicende del profeta Geremia, in quanto il salmista è un uomo perseguitato che soffre per amore della Torah. È uno dei salmi più citati nel Nuovo Testamento, e ha un carattere messianico. Leggiamo tutto il testo (in corsivo e grassetto le parti inserite nella Messa):

1 Al maestro del coro. Su «I gigli». Di Davide.
2 Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola.
3 Affondo in un abisso di fango,
non ho nessun sostegno;
sono caduto in acque profonde
e la corrente mi travolge.
4 Sono sfinito dal gridare,
la mia gola è riarsa;
i miei occhi si consumano
nell’attesa del mio Dio.
5 Sono più numerosi dei capelli del mio capo
quelli che mi odiano senza ragione.
Sono potenti quelli che mi vogliono distruggere,
i miei nemici bugiardi:
quanto non ho rubato, dovrei forse restituirlo?
6 Dio, tu conosci la mia stoltezza
e i miei errori non ti sono nascosti.
7 Chi spera in te, per colpa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per causa mia non si vergogni
chi ti cerca, Dio d’Israele.
8 Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
9 sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.
10 Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
11 Piangevo su di me nel digiuno,
ma sono stato insultato.
12 Ho indossato come vestito un sacco
e sono diventato per loro oggetto di scherno.
13 Sparlavano di me quanti sedevano alla porta,
gli ubriachi mi deridevano.
14 Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.
15 Liberami dal fango, perché io non affondi,
che io sia liberato dai miei nemici e dalle acque profonde.
16 Non mi travolga la corrente,
l’abisso non mi sommerga,
la fossa non chiuda su di me la sua bocca.
17 Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.
18 Non nascondere il volto al tuo servo;
sono nell’angoscia: presto, rispondimi!
19 Avvicìnati a me, riscattami,
liberami a causa dei miei nemici.
20Tu sai quanto sono stato insultato:
quanto disonore, quanta vergogna!
Sono tutti davanti a te i miei avversari.
21 L’insulto ha spezzato il mio cuore
e mi sento venir meno.
Mi aspettavo compassione, ma invano,
consolatori, ma non ne ho trovati.
22Mi hanno messo veleno nel cibo
e quando avevo sete mi hanno dato aceto.
23La loro tavola sia per loro una trappola,
un’insidia i loro banchetti.
24Si offuschino i loro occhi e più non vedano:
sfibra i loro fianchi per sempre.
25Riversa su di loro il tuo sdegno,
li raggiunga la tua ira ardente.
26Il loro accampamento sia desolato,
senza abitanti la loro tenda;
27 perché inseguono colui che hai percosso,
aggiungono dolore a chi tu hai ferito.
28Aggiungi per loro colpa su colpa
e non possano appellarsi alla tua giustizia.
Salmi
29Dal libro dei viventi siano cancellati
e non siano iscritti tra i giusti.
30Io sono povero e sofferente:
la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro.
31 Loderò il nome di Dio con un canto,
lo magnificherò con un ringraziamento,
32che per il Signore è meglio di un toro,
di un torello con corna e zoccoli.
33Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
34perché il Signore ascolta i miseri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.
35A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brulica in essi.
36Perché Dio salverà Sion,
ricostruirà le città di Giuda:
vi abiteranno e ne riavranno il possesso.
37 La stirpe dei suoi servi ne sarà erede
e chi ama il suo nome vi porrà dimora.

Possiamo notare subito che il testo è molto più lungo della parte inserita nella liturgia. È importante leggerlo nella sua interezza, e pregare con le parole che ci mette sulle labbra e nel cuore, che hanno un andamento dal lamento, dalla supplica alla lode. È un percorso testuale che il Salmo ci fa fare, perché in realtà vuole che diventi un percorso interiore, un cammino del cuore che passa dalla propria situazione di bisogno, di sofferenza allo sguardo posato su Dio, sulle sue opere e, quindi, alla lode, alla speranza, alla certezza che le promesse di Dio non vengono meno.

Nella sua parte iniziale il salmista descrive la sua situazione drammatica attraverso un’immagine: sprofondare nel fango, senza appigli, senza nessuno che lo possa aiutare, travolto da acque profonde, indomite, che lo travolgono e lo trascinano con sé. Immagine forte, che parla di una condizione in cui non ha più risorse su cui contare, né sue né intorno a sé, ma è in questo contesto così drammatico che riconosce una presenza che non viene meno: Dio. Quando più nessuno può raggiungerlo, Dio c’è, è presente, è vicino. A Lui può rivolgersi, e lo fa gridando la sua condizione, l’ingiustizia che subisce, la volontà di male di chi lo circonda, le accuse infondate, la solitudine in cui si trova, rinnegato anche dai suoi fratelli, ma anche l’amore per Dio. È a causa della sua fedeltà a Dio che ora si trova in questa situazione, una fedeltà che sta pagando con il dolore, l’emarginazione, la derisione. Ma sa che Dio non lo abbandona, e a lui si rivolge con fiducia, con confidenza.

v. 14: Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.

Ma io… C’è un cambio di ritmo, si percepisce un respiro, una ripresa di forze, di fiducia. Tutto sembra rinnegare l’amore di Dio, ma io rivolgo a te la mia preghiera. È un versetto da imparare a memoria, da ripetere nelle giornate, nei momenti in cui il buio sembra voler averla vinta: ma io innalzo a te la mia preghiera… E il respiro si apre, ritorna. Come se il cuore potesse riprendere il suo battito, sicuro, senza temere: il Signore non permette ai nemici di prevalere, non abbandona il suo fedele nel silenzio, nella solitudine.

È molto bello leggere nelle parole del Salmo la confidenza del salmista, che espone senza timore la sua lamentela al Signore, con la fiducia di un amico che apre il proprio cuore a chi sa lo accoglie e lo ascolta.

Ed è questo percorso interiore del salmista, che passa dalla solitudine alla scoperta della presenza del Signore, che vive questa presenza dentro un rapporto personale, confidente, di fiducia a permettere il passaggio dal lamento alla lode. È un salmo che parla di una conoscenza reciproca che cresce: il salmista sa che Dio c’è, ma scopre che c’è per lui, che difende la sua causa, che ha lo sguardo posato su di lui. Che lui sta a cuore a Dio. Allora, anche se la situazione è ancora immutata, può lodarLo perché sa che Dio interverrà. In un certo senso sperimenta già la liberazione, in anticipo, nella certezza che avverrà. E la sua lode si apre a coinvolgere i poveri, i miseri, il cielo e la terra, invita l’universo a unire alla sua la loro voce. Possiamo immaginare il salmista come un uomo ripiegato sulla propria sofferenza, che non riesce a vedere, a sentire altro che il proprio dolore, e in questo cammino piano piano rialza la testa, apre gli occhi, si guarda intorno, e scopre che la vita è molto più grande del confine ristretto in cui era imprigionato, scopre che tutto è parola della fedeltà di Dio, tutto partecipa della sua vita, della sua lode.

Recitiamo questo salmo, lasciamoci attirare dentro il suo movimento, collochiamolo dentro la nostra situazione esistenziale, e apriamo anche noi il nostro cuore all’orizzonte che vuole spalancarci:

Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brulica in essi.

Commento al Vangelo di P. Georges Massinelli 

Vinci la paura

LA PAURA DELLA VIOLENZA

Il capitolo 10 del Vangelo di Matteo contiene il cosiddetto discorso missionario. Matteo raccoglie qui tutta una serie di istruzioni e insegnamenti di Gesù ai suoi discepoli sul modo di testimoniare la loro fede e sulle esperienze che faranno durante l’annuncio del vangelo.

Dopo aver consegnato il suo mandato missionario ai discepoli (Mt 10,1–15), Gesù li mette in guardia che incontreranno forte opposizione dai potenti e anche da quelli della propria famiglia (Mt 10,16–25). Si rende subito conto, però, che la prospettiva della persecuzione fa paura, e “paura” è la parola chiave di Mt 10,26–33. “Non abbiate paura”, ripete Gesù per tre volte. Dunque, questi versetti affrontano una dimensione molto concreta e realistica dell’esperienza cristiana.

La prospettiva della persecuzione fa paura.

Annunciare il vangelo in un mondo ostile fa paura. Nel mondo di oggi, la paura è motivata dalla possibilità del rifiuto, dell’umiliazione, del ridicolo, ma per i primi cristiani c’erano motivi molto più seri:

“Vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia”.

(Mt 10,17–18)

“Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.

(Mt 10,21–22)

L’annuncio del vangelo espone alla violenza fisica, al potere coercitivo dello stato, e persino alla morte. La paura è ben motivata.

Gesù è ben consapevole che la prospettiva che ha messo davanti ai discepoli è dura e passa a incoraggiarli con il ritornello: “Non abbiate paura”. Il testo ci rivela la duplice dimensione della paura. Da un lato è paura di quello che altri possono fare ai discepoli: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo” (Mt 10,28). Ma questa paura della violenza rischia di trasformarsi in paralisi della missione, e i discepoli potrebbero avere paura di annunciare:

“Non abbiate paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”.

(Mt 10,26–27)

La paura della violenza non deve trasformarsi in paura della missione.

Matteo inserisce qui questo versetto sulla proclamazione pubblica di ciò che è segreto come immagine dell’annuncio evangelizzatore. Quello che i discepoli hanno ricevuto non può essere nascosto, ma deve essere gridato a tutti nel modo più pubblico. La paura della violenza, pur comprensibile, non deve trasformarsi in paura della missione.

 

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