Solennità della Santissima Trinità

Trinità

“Quando ti metti in preghiera davanti a Dio, presentati a Lui con sentimenti di bambino”. (S. Isacco il Siro)

“Sì, Dio si è dato un linguaggio da bambino; e questo linguaggio sono le icone. Linguaggio dal vocabolario povero, come il loro; senza raggiri, come il loro. Con un simile linguaggio può essere detto tutto di Lui” (D. Ange).

Icona della Trinità – Rublëv

Sin dal IV sec. Abbiamo delle rappresentazioni iconografiche che riprendono il tema dell’Opitalità di Abramo (Gn 18,1-14), trattandolo in modi diversi, tuttavia in tutte le raffigurazioni questo brano dell’AT viene sempre letto in chiave neo-testamentaria, sottolineando un elemento fondamentale della fede cristiana: il mistero della Trinità. 

“Il soggetto dei tre angeli a tavola esisteva da tempo e aveva ricevuto un riconoscimento canonico. In questo senso il beato Andrej Rublëv non concepì niente di nuovo e la sua icona della Trinità, valutata dall’esterno, archeologicamente, sta nella lunga trafila dei suoi precedenti (…) Compimento di quest’opera, corona del Medioevo, fu l’adoratore della Santissima Trinità: il beato Sergio di Radonez. Egli colse l’azzurro dei cieli, la pace impassibile, sovramondana, emanata dal seno dell’amore eterno perfetto, come oggetto di contemplazione e precetto da attuare in ogni vita, base della edificazione sia della Chiesa sia della persona, dello Stato e della società. Egli vide l’immagine di questo amore incarnata nella forma canonica dell’apparizione a Mamre. Questa sua esperienza – nuova esperienza, nuova visione del mondo spirituale – mutuò da lui il beato Andrej Rublëv, guidato dal beato Tichon: e così dipinse in onore di padre Sergio l’icona della Trinità” (P. Florenskij, Le porte regali: saggio sull’icona).

“Si può dire che [san Sergio] ha riunito tutta la Russia della sua epoca intorno alla sua chiesa, intorno al Nome di Dio, affinché gli uomini mediante la contemplazione della santa Trinità vincano l’odiosa divisione del mondo” (P. Evdokimov).

Probabilmente Rublëv (1360-1430) dipinse l’icona della Trinità intorno al 1411, in occasione della costruzione di una chiesa in legno sul sepolcro di san Sergio di Radonez.

Per comprendere l’icona è importante partire dal suo senso “letterale”.

Prima di tutto vediamo la struttura grafica che sottostà all’immagine. Possiamo schematizzarla come un cerchio inscritto in un rettangolo. Il cerchio, al suo interno ha un movimento dinamico che dal basso, in senso antiorario va verso la nostra sinistra quasi a fermarsi sul lato di sinistra del rettangolo.

Nella simbologia classica il cerchio è sempre stato identificato con la divinità, lo spazio sacro per eccellenza, il luogo della perfezione e della completezza. Il rettangolo – o il quadrato – invece, con lo spazio terrestre, nelle sue dimensioni spaziali nord-est-sud-ovest.

Rileviamo poi alcuni simboli presenti in questa icona:

  • Bastoni – I tre personaggi hanno bastoni lunghi e rossi.

Nell’antichità il bastone, poi lo scettro, era simbolo del potere dell’individuo, della sua dignità, della sua autorità. Il bastone rosso era poi riservato ai grandi maestri o a coloro che erano preposti all’insegnamento.

  • Sgabelli su piedistalli – I tre angeli sono seduti su degli sgabelli con piedistalli d’oro.

Il trono sul piedistallo segna la differenziazione tra il mondo terrestre e il mondo celeste e la supremazia di questo sulla terra. Il fatto poi che i tre stanno sugli stessi troni vuole significare che hanno la stessa potestà.

  • Sfondo verde smeraldo – I piedistalli dei troni poggiano su uno sfondo verde smeraldo.

Sta scritto nell’Apocalisse: “Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono (…) Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo” (Ap 4,3.6).

  • Il piano bianco della tavola – I tre siedono alla stessa tavola che ha il piano bianco brillante.

È un piano bianco vivo, brillante, il bianco dell’alba, il bianco della volta celeste al ritorno della luce, il bianco che precede la nascita, la vita.

  • Il colore della parte anteriore della tavola

Questo colore , pur essendo ugualmente bianco è diverso dal colore del piano. Esso è un bianco opaco: il bianco opaco della morte che assorbe l’essere e lo introduce nel mondo finito, il bianco del crepuscolo che porta alla scomparsa della coscienza e dei colori diurni.

In questo spazio bianco opaco si trova un doppio rettangolo, simbolo della terra.

  • Colore azzurro – azzurro tipico delle icone di Rublëv

Un unico colore accomuna i tre: è l’azzurro ottenuto con il lapislazzuli; colore che indica la divinità, l’immaterialità, la purezza, l’assoluto.

Già questi pochi accenni ad alcuni elementi simbolici ci portano ad entrare in uno spazio che si apre sul mistero di Dio, aiutandoci così ad approfondire il brano biblico di riferimento.

Un secondo passo per leggere l’icona è, infatti, rifarsi al Mistero raffigurato a partire dalle sue fonti, normalmente bibliche e talvolta patristiche. In questo caso dovremo senz’altro riferirci all’episodio biblico sopra citato dell’ospitalità di Abramo.

Il brano di Gn 18,1-14 narra l’episodio di quando tre uomini giunsero inaspettatamente e misteriosamente presso la tenda di Abramo.

Qui li vediamo sotto un albero, seduti attorno a un tavolo. Sono pellegrini, hanno un bastone in mano, essi sono inviati, sono messaggeri (=angeli), hanno le ali… sono inviati per portare una notizia.

Questi messaggeri portano ad Abramo una notizia… una notizia attesa… anzi ormai insperata. Da venticinque anni Abramo aveva camminato sull’eco di una Parola: terra promessa, mai donata; discendenza promessa, mai avuta. E ora, nell’ora più calda del giorno giungono a lui questi tre uomini a confermare, anzi addirittura ad annunciare il compimento della promessa tanto attesa.

Questo episodio così misterioso e affascinante racconta una vicenda strana, ma desiderata: è la storia di una “visita di Dio”. Allo stesso modo è ciò che questa icona vuole raffigurare: una visita di Dio.

Nell’icona di Rublëv, però, a differenza delle raffigurazioni precedenti dello stesso evento biblico, non ci sono più Abramo e Sara, non ci sono elementi “storicizzanti”: rimangono i tre “pellegrini”. Essi sono inviati a me – a chiunque si ponga in preghiera davanti a questa immagine – essi sono venuti “nell’ora più calda del giorno”, forse nel momento meno opportuno, forse in un momento di fatica, di stanchezza, di sofferenza o quando ormai tutto sembra senza speranza… Dio viene a visitarmi, viene a visitare la mia vita e la sua visita porta sempre con sé un dono che supera la promessa, ogni promessa.

Ogni visita di Dio deriva dal suo essere Trinità, cioè relazione in se stesso, amore che è portato a uscire fuori di sé. La natura intima di Dio si rivela nel suo “visitare” l’uomo… La Trinità qui raffigurata è all’opera nella storia della salvezza.

L’icona della “visita di Dio” è l’icona “delle visite di Dio”… l’icona per l’oggi di ogni credente che attende nella sua realtà che Dio lo visiti per trasformare le promesse in dono. È l’icona che apre alla speranza della “visita di Dio” per ogni uomo che vive in “terra straniera”, che sente vacillare la speranza…

Ma chi è questo Dio che viene a visitare l’uomo “nell’ora più calda del giorno”?

I tre angeli

Consideriamo in primo luogo l’angelo che attira di più la nostra attenzione visiva, l’angelo che sta al centro, sia per la sua posizione centrale, sia per la vivacità dei colori e delle linee. Pur non essendo definita l’identità personale dei tre personaggi, possiamo identificare questo angelo con la Persona del Figlio. È da Lui che si deve sempre partire per incontrare il Mistero di Dio, perché è Lui il rivelatore del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno de Padre, lui lo ha narrato” (Gv 1,18).

Egli ha la tunica porpora e il manto azzurro (di quell’azzurro che accomuna tutti i personaggi) la sua umanità – nella sua dignità regale (rosso-porpora) – è avvolta dalla divinità.

Scrive san Teodoro Studita: “L’inconcepibile è concepito nel seno di una vergine; l’incommensurabile diventa alto tre cubiti; l’inqualificabile acquista una qualità; l’indefinibile sta in piedi, siede e si corica; colui che è in ogni luogo è posto in un presepio, colui che è al di sopra del tempo raggiunge gradualmente l’età di dodici anni; colui che è senza forma appare in forma d’uomo e l’incorporeo entra in un corpo (…) perciò Egli è descrivibile e indescrivibile”.

Dietro l’angelo si erge quella che nell’iconografia tradizionale sarebbe stata la quercia di Mamre, qui invece diviene il simbolo della redenzione, “l’albero della salvezza”, l’albero della vita nel paradiso, la croce del Signore. Esso segue l’inclinazione del volto e della persona dell’angelo verso sinistra.

In questo sguardo reciproco tra l’angelo al centro e l’angelo a sinistra sta tutto il ricchissimo sfondo scritturistico, in particolare giovanneo. Nello sguardo del Padre (che possiamo individuare nell’angelo a sinistra) possiamo leggere una domanda simile a quella che risuona nella vocazione del profeta Isaia: “Chi manderò? Chi andrà per noi?” (Is 6,8), domanda espressa ance dalle dita del padre che indicano il calice sulla mensa… Nello sguardo del Figlio possiamo udire a risposta che diede il profeta: “Eccomi, manda me!”.

Il braccio si allunga sulla tavola verso la coppa che sta al centro, a confermare col gesto la sua disponibilità a compiere fino in fondo la volontà del Padre. Nel calice certamente è presente non l’agnello, come saremo portati a pensare, ma secondo il racconto della Genesi, il vitello che Abramo aveva preparato per i tre ospiti. Qui acquista un significato più pregnante: non è più l’uomo che prepara l’offerta per Dio, ma è Dio stesso, il Padre a far uccidere il “vitello grasso” per far festa per il ritorno del figlio perduto. Cristo è Colui che – attraverso il suo sacrificio, attraversi il suo sangue – permette all’uomo di ritornare a essere figlio, figlio amato senza misura.

L’angelo di sinistra, come già abbiamo visto possiamo identificarlo con il Padre. Egli siede sul trono con solennità, è il punto di arrivo, e nello stesso tempo di partenza, di tutto il movimento dinamico dell’icona. Egli è vestito di una tunica azzurra e quasi completamente avvolto in un manto di un colore quasi indefinito sulle tonalità rosate, quasi come il colore dell’alba: Egli è Colui “che abita una luce inaccessibile”. Già abbiamo visto il rapporto, espresso attraverso gli sguardi e i gesti, che sussiste tra Lui e il Figlio, questo dialogo eterno che ha trovato nell’Incarnazione la visibilità e la manifestazione del cuore stesso di Dio.

Al di sopra di Lui vi è una casa, che nell’iconografia tradizionale dell’ospitalità di Abramo dovrebbe rappresentare la tenda del Patriarca. Possiamo sentire però, in questa icona, l’eco di un altro brano della Scrittura: “La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino e ha imbandito la tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: Chi è inesperto accorra qui!. A chi è privo di senno essa dice: Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate la stoltezza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza” (Pr 9,1-6). E’ Lui il costruttore della casa, “il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è il Signore del cielo e della terra” (At 17,24).

L’angelo di destra è in una posizione diversa rispetto agli altri due: con la sua inclinazione e lo slancio di tutto il suo essere egli è in mezzo al Padre e al Figlio, Egli è lo Spirito di Comunione. Da lui parte tutto il movimento, egli è soltanto una “grande inclinazione” verso gli altri, il suo corpo disegna un’ampia curva: sembra ricevere tutto dagli altri e attendere tutto da loro. È lo Spirito che non dice nulla di suo, ma testimonia tutto ciò che Gesù ha fatto.

“La dolcezza delle sue linee ha qualcosa di materno. Egli è il Consolatore, ma è anche lo Spirito che dà la vita e nel quale tutto ha origine” (P. Evdokimov)

Come il Padre anch’egli è rivestito di una tunica azzurra e avvolto quasi completamente da un manto verde, da sempre considerato simbolo dell’immortalità, della speranza, della vitalità rigeneratrice, della primavera e delle acque rinfrescanti, della maternità. Questo richiama la sua azione: dare la vita, rinnovare continuamente il mondo. È lo Spirito vivificante che aleggiava sulle acque prima della creazione. La sua funzione è quella di rendere gli uomini simili a Gesù per introdurli nella vita di Dio. Per questo il suo sguardo è rivolto verso l’apertura che si crea davanti alla tavola-altare alla quale i tre sono seduti: quel lato vuoto al quale ogni uomo è invitato. Questo sguardo indica la missione dello Spirito che è donato nei cuori per plasmare in noi l’immagine del Figlio. Lo Spirito è il volto di Dio inclinato sul mondo. Lo stesso gesto di tutto il suo corpo esprime questa prontezza a scendere nel cuore dei fedeli, a infiammarli del suo Amore che è lo stesso amore del Padre e del Figlio.

Tuttavia c’è anche un rapporto tra lo Spirito e le altre due Persone divine. Il Figlio, infatti, ha il volto rivolto verso il Padre per contemplare e compiere la sua volontà, ma ha il petto rivolto verso lo Spirito come per inviarlo. Lo Spirito effuso è il compimento del mistero pasquale, il compimento della salvezza, è il dono dei tempi messianici, il Dono per eccellenza che porta in sé ogni altro dono.

Sopra questo angelo vi è una montagna la cui cima è inclinata come lui verso sinistra. La montagna è luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo, nella Bibbia è “il monte santo”, lì dove per la potenza dello Spirito si attua questa “visita di Dio” e dove l’uomo può fare l’esperienza della sua figliolanza con Dio.

Un ultimo elemento sottostà a tutta la composizione dei tre personaggi visti nel loro insieme: essi formano la sagoma di un grande calice che contiene l’angelo centrale, il Figlio, come  ad evidenziare macroscopicamente il contenuto del calice sulla tavola-altare. In questo modo l’icona rende evidente la partecipazione dei tutta la Trinità nell’opera salvifica realizzata da Cristo con la sua passione, morte e risurrezione, che diventa luogo in cui ci viene rivelato l’amore di Dio “che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).

Il nostro posto a mensa

Come già abbiamo visto l’icona apre uno spazio vuoto, un’apertura fissata dallo Spirito. La prospettiva inversa dell’icona, dove il punto di fuga non è all’interno della raffigurazione, ma è all’esterno in chi la contempla (come si nota in particolare dalle pedane dei troni dei due angeli laterali), crea un naturale coinvolgimento, come se l’icona fosse un invito alla comunione. 

 

Già la nostra presenza è fissata in quel doppio rettangolo, quasi una porta d’ingresso al Mistero che ci attende e desidera che anche noi partecipiamo al banchetto messianico della salvezza.

Questa icona pronuncia ancora il nostro nome: è veramente un roveto che arde e non si consuma; davanti ad essa non si smetterebbe mai di sostare e di stupirci di questo grande amore, amore infinito, amore inesauribile.

Clarisse Monteluce – S. Erminio

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