Un granellino di senape che dà sapore alla vita

Mano con granelli di senape

Chi mai può trarre gioia dall’attribuire a un altro il merito di un proprio lavoro fatto bene? In questa accezione il Vangelo di questa XXVII domenica del Tempo Ordinario accosta l’aggettivo “inutile” al sostantivo – già di per sé a noi non molto ben accetto – di “servo”.

L’uomo è stato messo da Dio nel giardino del mondo perché lo custodisse e lo coltivasse. Creato da Dio a sua immagine e somiglianza, ha ricevuto il compito di custodire il dono della creazione e della sua stessa vita, e di coltivarlo, di farlo sviluppare, prendendosene cura. Cosa ne ha fatto? E che cosa quotidianamente ne facciamo noi? L’uomo e la donna, fin dal principio, hanno voluto gestire “in proprio” questo dono, quasi da padroni. L’orgoglio diabolico instillato nel loro cuore li ha posti di fronte al Creatore dicendo: “Non ti servirò!”. Quello squarcio di verità che ci apre la Bibbia, nelle sue prime pagine della Genesi illumina il cuore di ciascuno.

Eppure la gioia vera, la libertà del cuore, come ci testimoniano i santi e in particolare san Francesco, di cui abbiamo celebrato la festa pochi giorni fa, è proprio stare davanti al Creatore con la gratuità di chi sa che tutto è dono e anche tutto ciò che di buono egli può compie, che è opera delle sue mani, della sua intelligenza, del suo impegno e del suo lavoro è da attribuire solo a Lui che opera attraverso di noi.

C’è un famosissimo detto di san Francesco che ci aiuta a illuminare questa Parola. È il racconto della vera e perfetta letizia.

Un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi». Questi rispose: «Ecco, sono pronto».
«Scrivi – disse – quale è la vera letizia». «Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’oltralpe, arcivescovi e vescovi, e anche il re di Francia e il re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. Ancora, si annuncia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, e inoltre che io ho ricevuto da Dio tanta grazia che risano gli infermi e faccio molti miracoli; io ti dico: in tutte queste cose non è vera letizia».
«Ma quale è la vera letizia?».
«Ecco, io torno da Perugia e a notte fonda arrivo qui, ed è tempo d’inverno fangoso e così freddo che all’estremità del la tonaca si formano dei dondoli d’acqua fredda congelata, che mi percuotono continuamente le gambe, e da quelle ferite esce il sangue. E io tutto nel fango e nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo che ho picchiato e chiamato a lungo, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa di andare in giro; non entrerai”. Poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un illetterato, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io resto ancora davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Io ti dico che, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima».

La fede di Francesco – grande come un granellino di senape, ma così potente – il suo amore per il Signore Gesù, l’abbandono confidente alla Provvidenza, lo hanno reso, giorno dopo giorno quel “servo inutile” della parabola che è contento solo di essere nel cuore di Dio, di essere amato così, semplicemente per quello che è non per quello che ha potuto fare di grande, quasi fosse un “merito” da vantare.

Per Francesco, tuttavia, questo non è stato frutto di una sua “predisposizione”, anzi sappiamo bene quanto l’ambizione fosse una delle sue più grandi caratteristiche umane. Questo racconto nasce dopo un lungo periodo (quasi due anni) in cui vedeva la fraternità nata da lui, prendere strade lontane dalla sua primitiva intuizione e aveva creato in lui una grande tentazione manifestandosi nella tristezza frutto dell’orgoglio, come se l’Ordine fosse una sua “creazione”. Raccontano i suoi compagni:

E dopo che ormai da due anni era tormentato giorno e notte da quella tentazione, accadde che un giorno, mentre stava pregando nella chiesa di Santa Maria, gli fu detta in spirito quella parola del Vangelo: Se tu avessi una fede grande come un granello di senape, e dicessi a quel monte di trasportarsi da quello a un altro posto, avverrebbe così. Rispose il santo Francesco: «E quale è quel monte?». Gli fu risposto: «Il monte è la tua tentazione». Disse il beato Francesco: «Allora, Signore, sia fatto a me secondo che hai detto».

Ecco, allora, a noi che, guardando nel nostro cuore scopriamo i motivi della nostra tristezza, delle nostre preoccupazioni…, oggi il Signore dice: “Abbi fede – ne basta davvero pochissima, tanto quanto un granello di senape – e getta tutto nelle mie mani di Padre che ha cura di ogni più piccolo filo d’erba. E tutto ciò che per la tua responsabilità personale ti è affidato sarà portato a compimento per alla mia grazia”.

Oggi, perciò, “Affida al Signore la tua via ed egli compirà la Sua opera”, che è sempre un opera di bellezza e di gioia.

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