La Promessa del Padre

Carissimi amici, 
dal 19 al 27 maggio le sorelle Clarisse della nostra Federazione si sono riunite in Assemblea: un tempo intenso di ascolto dello Spirito e di lavoro. Per questo motivo domenica scorsa non abbiamo potuto offrirvi la consueta riflessione sulla Parola della domenica.
Ci ritroviamo nella solennità dell’Ascensione e a tutti voi auguriamo di cuore di viverla nella gioia.

Solennità dell’Ascensione del Signore

Lc  24,46-53

Questo brano è un punto di arrivo di diverse linee centrali e proprie di Luca che percorrono l’intero Vangelo, linee tematiche (es. il mandato degli apostoli, l’annuncio della Passione, la misericordia da cui scaturiscono la conversione e il perdono…) e geografiche: il Vangelo si apre nel tempio a Gerusalemme, la vita di Gesù si snoda come un lungo viaggio verso Gerusalemme, ed è ancora nel tempio e nella città santa che il Vangelo si  chiude. Gerusalemme è la città in cui si è compiuto il mistero pasquale e da cui tutto riparte. Infatti il brano segna anche il punto di partenza, di apertura verso ciò che verrà narrato negli Atti degli Apostoli, e cioè la vita della Chiesa che, guidata dallo Spirito come Gesù, ne è la continuità della vita e dell’opera. Rileggendo il testo alla luce del tempo liturgico in cui ci troviamo, ci limitiamo ad evidenziare 2 grandi temi:

  • il kerygma;
  • il dono dello Spirito con l’Ascensione di Gesù;

IL KERYGMA
Più volte lungo il Vangelo, Gesù annuncia la sua passione (cf. Le 9,22.44; 12,50; 17,25; 18,31 -33) gettando i discepoli nello sconcerto, perché ancora non riescono – e non possono – capire.

Ma dopo la sua risurrezione, questo stesso annuncio diventa il cuore della predicazione apostolica (At 2,23; v. in part. la nota di At 2,22). È la luce della pasqua compiuta che permette di comprendere e riconoscere nella passione, morte e risurrezione di Cristo il compimento di tutta la storia della salvezza, il senso profondo della vita e missione di Cristo e dei suoi, e di rileggere tutta l’esperienza di vita condivisa con Cristo, per ricomprenderla nella sua verità. Per Questo ora Gesù non soltanto “invia” i suoi, ma ne specifica la missione: essere testimoni.

Il termine testimone (gr. martys) deriva da una radice che significa “pensare, ricordarsi”. Il testimone è perciò uno che ha assistito, è stato presente, conosce direttamente qualcosa, si ricorda, dal suo ricordo trae conoscenza e quindi può darne notizia (cf. l’azione del ricordare propria delle Spirito nel Vg di Giovanni – 14,26 cf. anche 12,16; 15,20; 16,4 ecc.). Già in Is 43,9-13 e 44, 7-11 Israele è chiamato a dare testimonianza su chi è il vero Dio. Israele può essere testimone perché è stato scelto, guidato, salvato, ha conosciuto il vero Dio. E una testimonianza che non riguarda un fatto che può essere controllato empiricamente, ma che è certo per fede, e che solo una fede viva, non cieca né sorda (Is 43,8) può testimoniare. Lc usa il concetto di testimone in modo specifico per i testimoni del Risorto, la cui testimonianza può essere accolta soltanto per fede, e questo li espone al rifiuto, alla sofferenza e anche alla morte.

La missione che Gesù affida ai suoi chiede il coinvolgimento totale della loro esistenza, il dono di sé secondo la dinamica e la logica che ha guidato e si è compiuta nella vita del Maestro: il mistero pasquale, perdere la vita per ritrovarla, il servizio che non calcola per sé, ma si spende fino alla fine perché l’annuncio della salvezza raggiunga ogni uomo.
L’origine di questa missione, allora, è nella misericordia ricevuta che diventa misericordia donata: annuncio di conversione e perdono dei peccati.

 

LA PROMESSA DEL PADRE E L’ASCENSIONE DI GESÙ

Tutto questo, però, non è possibile senza il dono dello Spirito. Nel testo greco la frase tradotta con “ io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso”, più propriamente dice “… la promessa del Padre mio”. Lo Spirito è la promessa del Padre, che raccoglie in sé e compie tutte le promesse della storia della salvezza. A cominciare da Abramo – ma si può risalire ad Adamo ed Eva e alla promessa contenuta nel cosiddetto “Protovangelo” (Gen 3,15): ciò che ha messo in cammino i singoli e il popolo intero è sempre la promessa di Dio, promessa della salvezza, della discendenza, della terra, del ritorno dall’esilio, del Messia…, promesse che si intrecciano e confluiscono l’una nell’altra per compiersi in modo definitivo nel dono dello Spirito, così caro all’evangelista Luca. Fin dalle prime parole del suo vangelo (1,15), infatti, lo Spirito è colui che guida gli eventi, e li rende portatori di un significato e un mistero profondo, invisibile agli occhi umani, ma non a chi si apre alla sua azione (1,41; 1,67; 2,25-27 ecc.). Nel momento dell’Ascensione di Gesù, la promessa del Padre si compie nel dono dello Spirito che riveste con potenza i discepoli, così come aveva fatto con Maria nell’Annunciazione, rendendoli portatori del mistero di Cristo nel mondo. Sarà lo Spirito a mettere in cammino i discepoli (“ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”) e a guidare i passi della Chiesa, come Luca mostrerà negli Atti degli Apostoli.

Il tempo della Chiesa – il nostro tempo – è il tempo del compimento, che è posto sotto il gesto benedicente di Cristo, gesto sacerdotale che ricollega la scena finale a Quella iniziale del Vangelo, dove Zaccaria nel tempio, per la sua incredulità, non ha potuto benedire il popolo. Gesù si stacca, si allontana dai suoi, confermandoli così nella loro missione di testimoni del Risorto, e viene portato in cielo, dove siede Signore alla destra del Padre (cf. Le 22,69; At 2,33; 5,3 I ; 7,55 ecc) e con lui anche la nostra umanità è già nella gloria.

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