Nella sua mano

Domenica scorsa abbiamo incontrato Pietro nel momento in cui il Signore Risorto gli consegna la sua missione di Pastore. Questa settimana la liturgia ci presenta una piccola pericope del cap. 10 di Giovanni, al cui centro c’è il “Pastore grande delle pecore” (Eb 13,20). Due domeniche strettamente connesse tra loro: la missione e Colui che della missione è la fonte, quasi a dirci che ogni missione nella Chiesa trova in Lui la sua origine, il suo modello, il suo compimento.
É Lui che bisogna guardare: lo sapeva bene S. Chiara, quando in una sua lettera all’amica e sorella Agnese di Praga scriveva:

Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo più volte flagellato, morente tra le angosce stesse della croce: guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo. (seconda lettera di S. Chiara a S. Agnese, 20)

É al Buon Pastore, o più propriamente il “Bel Pastore”, “Il più bello tra i figli degli uomini” che dà la sua vita per le pecore, dà alle pecore la vita eterna passando attraverso la morte, divenendo “il più vile tra gli uomini”, che bisogna volgere lo sguardo, sempre, in ogni istante, in ogni situazione della  nostra esistenza. Così il nostro cuore può venire pian piano plasmato, trasformato, reso simile al Suo cuore. Sì, perché qualunque sia la nostra vocazione, la strada è la stessa: diventare come Gesù. Non come imitazione esteriore, ma dando alla luce la creatura nuova che già siamo per la grazia del battesimo. E Chiara ci mostra il cammino: non uno sforzo umano di perfezione, di pseudo-buonismo, ma la via del diventare simile a Colui che si contempla, lasciarsi trasformare dalla relazione profonda, affettiva e affettuosa con il Signore Gesù. In fondo abbiamo ben visto domenica scorsa che la missione viene affidata a Pietro dopo tre domande: “Mi ami? Mi vuoi bene?”. Tutto, nella vita, si gioca sull’amore che “rapisce” il nostro cuore, come dice il Cantico dei Cantici (Ct 4,9):

Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, mia sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!

L’amato si rivolge all’amata, incantato, catturato dall’amore per questa donna che ha conquistato il suo cuore con un solo sguardo, una sola perla.
Quale amore ha rapito il tuo cuore? Di quale amore è pieno, da quale amore è occupato?

La risposta ci trova sicuramente mancanti di fronte a Colui che ci tiene nella sua mano e non permette a nessuno di strapparci via di lì, da quel luogo sicuro e saldo che dà forza alla nostra vita, la rende capace di resistere alle prove che inevitabilmente si abbattono e tentano di estirpare la certezza di essere amati e dentro un disegno di amore che non viene meno. Sì, non siamo capaci di essere all’altezza di tale amore, ma Lui ci conosce, lo sa bene, sa fin dove possiamo arrivare, per questo ci offre un amore incondizionato, ci chiede solo di accoglierlo, di fargli spazio, di lasciarci avvolgere e attirare dentro lo spazio di amore infinito che lo unisce al Padre. Come può avvenire questo? Dove abbiamo la certezza di essere nel movimento di amore trinitario? Innanzitutto nei sacramenti.

Citando S. Agostino, nell’enciclica sull’Eucaristia Sacramentum caritatis Benedetto XVI scriveva: “«Sono il cibo dei grandi: cresci e mi mangerai. E non io sarò assimilato a te come cibo della tua carne, ma tu sarai assimilato a me». Infatti non è l’alimento eucaristico che si trasforma in noi, ma siamo noi che veniamo da esso misteriosamente cambiati. Cristo ci nutre unendoci a sé; «ci attira dentro di sé»”.(n. 70)

Attira tutto di noi dentro di sé: il nostro corpo, la nostra anima, ciò che costituisce la nostra vita, i nostri cari, ogni momento, tutto ciò che facciamo. E questo è bellissimo, perché non c’è nulla, assolutamente nulla che non sia abitato da Cristo, nulla di ciò di cui è fatta la nostra vita, dalla cosa più piccola e quotidiana a quella più alta. Eccetto, naturalmente, il nostro no, il nostro rifiuto, espresso nel peccato.

 

 

Viviamo questa settimana chiedendo al Signore che ci aiuti a crescere nella consapevolezza che siamo nella sua mano, sempre, e che la nostra vita è, in ogni suo anfratto, ripiena di una bellezza e di una dignità altissima, che sono dono suo.
Il Signore ci doni di vivere così.

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