Liberante debolezza

Pietro. È lui l’uomo pasquale che incontriamo questa domenica. Prima Tommaso, ora Pietro. Una conoscenza di lunga data, che ci accompagna fin dalle prime pagine del vangelo di Giovanni, quando, incontrato dal fratello Andrea, viene condotto a Gesù. E già in quel momento Pietro fa l’esperienza di essere conosciuto nel profondo da quest’uomo che vede per la prima volta e che lo chiama con un nome nuovo, che diventerà la sua identità: “«Tu  sei  Simone,   il  figlio  di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro”.
Non è l’unico legame tra il momento iniziale e quello conclusivo, che poi in realtà è un nuovo inizio. C’è anche il modo con cui Gesù si rivolge a Pietro: Simone, figlio di Giovanni. Ritornare a quel momento scolpito nel cuore di Pietro porta con sé la memoria di tutta la storia con Gesù, dal primo giorno, istante per istante.
L’ultima chiamata, quella definitiva, deve raccogliere tutta l’esperienza di vita condivisa con il Maestro, la lenta comprensione della sua identità e della propria debolezza, della propria incapacità ad essere coerente con gli slanci del suo cuore generoso e affezionato al Signore.
La scoperta di una liberante debolezza, scoperta dolorosa, sofferta, ma piena della grazia dell’umiltà che pone nella verità dell’essere: amato gratuitamente e infinitamente di un amore senza condizioni, che nel momento più buio del rinnegamento rimane fedele, non si spegne, non rimprovera, non rinfaccia. Debolezza, quella di Pietro e di ciascuno di noi, che diviene liberante nel momento in cui si consegna, si apre al dono della misericordia, che non agisce come un colpo di spugna che riporta semplicemente le cose come erano prima, ma opera ricreando, ritessendo il tessuto lacerato dal peccato, e lo rifà nuovo, forte dello strappo precedente, più capace di sostenere e far fronte alla minaccia di un nuovo strappo. Il terribile triplice rinnegamento di Pietro, cui corrisponde questa domenica la triplice domanda di Gesù “Pietro, mi ami? Mi vuoi bene”, somiglia così tanto ai nostri ripetuti tradimenti! E anche a noi Gesù chiede “mi vuoi bene?”.
Sì, perché Giovanni è molto attento a mettere in evidenza che l’amore di Pietro non è al livello dell’amore di Gesù.

Da quel “mi ami” iniziale, in cui utilizza il verbo agapao, Gesù scende all’amore della philìa, dell’amicizia, sempre amore – certo – ma di altra qualità. Sa bene fin dove può arrivare Pietro, ma vuole che anche Pietro ne abbia coscienza: Gesù non cerca super uomini, ma persone che conoscano, per esperienza, la propria debolezza, la propria fragilità, il proprio peccato, perché solo così è possibile camminare davvero dietro a Gesù, seguirlo, appoggiati a Lui, fondati su di Lui. Sarà poi Lui a fare con ciascuno una storia unica per insegnare ad amare davvero, fino in fondo, fino all’espressione più alta dell’amore: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13).

La terza risposta di Pietro è carica di un disarmato dolore: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. Tu sai tutto: quante parole non dette in questa breve frase! Pietro e Gesù sanno quello che è accaduto; queste parole sono dentro uno spazio di intimità molto forte tra loro due, dove nello sguardo che reciprocamente si rivolgono è contenuto tutto. Non c’è nulla di nascosto e nulla da nascondere: il Signore conosce tutto, e tutto accoglie nel suo cuore aperto per restituirlo a Pietro non come rimprovero, ma come possibilità, come vita, come forza per ripartire. Possiamo solo immaginare quanto avviene nel cuore di Pietro in questo momento, forse perché anche esperienza nostra, laddove nel vuoto lasciato nel nostro cuore dal peccato si è riversata abbondante, refrigerante, la cascata della misericordia del Signore, e ci ha restituiti alla vita.

Sulle sponde del lago di Galilea tutto ricomincia.

Pietro riceve la sua missione: essere pastore, pascere le pecore, prendersi cura delle pecore per le quali il Pastore ha dato la vita. I verbi utilizzati da Giovanni e tradotti con “pascola, pasci”, in greco sono diversi: due volte troviamo il verbo bosko, che significa nutrire, e una poimano, che letteralmente è prendersi cura di… Il Signore associa Pietro alla sua missione, e lo associa anche alla sua consegna “fino alla fine”, fino a quel “tutto è compiuto” che è la parola più bella dell’amore: nulla è trattenuto per sé, ma tutto fa parte di un disegno più grande, di cui Pietro, e noi con lui, siamo tassello insostituibile. “Tutto è compiuto”, è il volto di un amore tutto dato. Questo è il volto di Gesù, questo sarà, da ora in poi, il volto di Pietro.

 

 

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