Il Signore ha portato con sé le sue ferite nell’eternità

Image
Incredulità di san Tommaso - Guido da Como, Pergamo di san Bartolomeo in Pantano (Pistoia), 1250,

Chi l’avrebbe mai detto? Toccare le ferite sul suo corpo di Risorto. Eppure il Signore ha voluto che questi segni della sua passione rimanessero come un memoriale del suo amore per noi.

«Egli è un Dio ferito; si è lasciato ferire dall’amore verso di noi. Le ferite sono per noi il segno che Egli ci comprende e che si lascia ferire dall’amore verso di noi. Queste sue ferite – come possiamo noi toccarle nella storia di questo nostro tempo! Egli, infatti, si lascia sempre di nuovo ferire per noi. Quale certezza della sua misericordia e quale consolazione esse significano per noi!» (Benedetto XVI).

In questa II domenica di Pasqua, voluta da san Giovanni Paolo II come domenica della divina Misericordia, il Vangelo ci propone un’apparizione del Risorto “in due tempi”: la prima il giorno di Pasqua e la seconda «otto giorni dopo». Cosa determina questa seconda apparizione? L’assenza di un apostolo. Il giorno di Pasqua, non tutti sono radunati insieme. C’è ancora tanta paura, tanto sgomento e anche quella dispersione, provocata dalla morte del Pastore, ancora perdura.

Jorge Alfonso, Retablo della Madre di Dio, 1515, Apparizione di Cristo risorto alla Vergine - part.

Il Vangelo dice: «Gesù venne e stette in mezzo a loro». Le porte chiuse, i cuori pieni di timore, non sono di impedimento al Risorto, egli viene e sta in mezzo e mostra loro il suo corpo che porta i segni della crocifissione. Nulla può ostacolare la sua presenza, l’importante è che i suoi siano radunati insieme e Lui è lì, in mezzo a loro, e dona loro la Sua pace.

Pace, nel vocabolario biblico è un termine denso di significato: è esperienza di pienezza, di completezza; è felicità, beatitudine; è salvezza, liberazione, vittoria sui nemici; è giustizia, benessere, fecondità.

Ma a questo primo incontro con il Risorto manca uno, manca Tommaso, che all’annuncio che gli fanno gli altri non riesce a credere: come può il corpo risorto di Gesù portare ancora le ferite dell’obbrobrio e della violenza subita? Egli vuole verificare che quelle ferite siano vere, reali, che quell’uomo sia proprio Lui, Gesù.

Scuola della corte di Carlo Magno, coperta di libro con placche in avorio, 800-20 ca. - Cristo risorto tra gli apostoli

Così otto giorni dopo, il Signore viene di nuovo e di nuovo sta in mezzo a loro, allo stesso modo del giorno di Pasqua. Dona di nuovo la Sua pace e, questa volta si rivolge a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

A cosa è chiamato a credere Tommaso? Certamente alla realtà della Risurrezione di Cristo, ma soprattutto al segno delle ferite nel Suo corpo. Al fatto che il Risorto «è un Dio ferito», che non censura nulla della passione, della sofferenza, della morte, perché ogni ferita, ogni sofferenza, ogni morte, che pure rimane nella nostra esperienza anche dopo la sua Risurrezione, è da lui accolta, presa su di sé e portata fino alla pienezza del tempo, quando il Padre farà risorgere nella carne ogni uomo e ogni donna che è passata lungo i secoli della nostra storia e tergerà da ogni volto ogni lacrima.

Grazie al suo corpo risorto con i segni della Passione, quelle Sue ferite noi possiamo toccarle ancora oggi, nella storia del nostro tempo e di ogni tempo e sono la certezza della sua misericordia per ciascuno di noi, esse sono parola di consolazione, esse ci danno sicurezza, perché solo contemplando quelle ferite ciascuno di noi possa vedere, in quelle, le proprie ferite e confessare con immensa gioia e gratitudine: «Tu sei mio Signore e mio Dio!»

Peter Paul Rubens - L'incredulità di san Tommaso -part.

«Le misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno. Basta che abbiamo il cuore vigilante per poterle percepire. Siamo troppo inclini ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente anche quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi» (Benedetto XVI).