I Testimoni di cui c’è bisogno

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II DOMENICA DI QUARESIMA C
Lc 9,28-36 

La liturgia di questa seconda domenica di Quaresima, in tutti e tre i cicli delle letture, ci propone il Vangelo della Trasfigurazione. Ci facciamo aiutare nella meditazione e nella preghiera da una pagina bellissima di un grande teologo Hans Urs von Balthasar, morto nel 1988 dopo essere stato creato Cardinale da Giovanni Paolo II. E’ stato definito l’umo più colto del ‘900 ma, soprattutto, un teologo innamorato del Signore, della teologia fatta in ginocchio, come egli stesso amava definire la vera conoscenza del Signore. Per approfondire il Suo mistero, per conoscerlo, non si può prescindere dall’inginocchiarsi di fronte alla Sua grandezza e implorare il dono dello Spirito.

Il testo è lungo, pur essendo un estratto, ma vale la pena di leggerlo fino in fondo e di farne oggetto di riflessione. 

I TESTIMONI DI CUI C’È BISOGNO

Il racconto della trasfigurazione di Cristo in cima all’alto monte diviene umanamente accettabile grazie alla prima parola: «Assumpsit». Gesù li prese e li fece salire con sé. Non sono stati loro tre, i tre che egli ha scelto, Pietro, Giacomo e Giovanni, ad avergli chiesto di poter salire insieme a lui sul monte della Trasfigurazione. E nemmeno posseggono personalmente una speciale qualità o disposizione di carattere per vederlo trasfigurato. E neppure è la loro inclinazione alla solitudine e alla contemplazione a costituire la ragione per cui Gesù li prende con sé seorsum, in disparte, nella solitudine del monte. È piuttosto unicamente e soltanto la sua volontà, la sua libera scelta, e questa a sua volta non è divino arbitrio senza ragioni, ma corrisponde invece precisamente alle esigenze dell’ordine cristiano della redenzione. Gesù, che adesso va incontro alla Passione, deve prima esser trasfigurato, affinché divenga manifesto chi è costui che per tutti sta per entrare nell’ora delle tenebre, da quali altezze egli provenga, per scendere in simili profondità. Egli deve però venir visto dalla Chiesa, deve avere dei testimoni, e sono gli stessi tre testimoni che egli in seguito prenderà con sé nell’ora delle tenebre sul monte degli ulivi. Alla luce della Trasfigurazione essi potranno allora misurare che cosa significhi l’angoscia mortale del Figlio dell’Uomo, dell’Agnello di Dio, e—se nel Getsemani essi non si fossero addormentati—avrebbero anche potuto comprendere perché sull’alto monte il colloquio tra Gesù, Mosé ed Elia si fosse svolto proprio attorno a questa ora delle tenebre.

Egli deve dunque avere dei testimoni, anche se questi testimoni sul monte della Trasfigurazione divagheranno, come Pietro, che per i trasfigurati vuole costruire delle tende; anche se i testimoni verranno scaraventati a terra dallo splendore della gloria e, come annota Luca, verranno sopraffatti da un sonno che li farà tramortire; anche se i testimoni allo scorgere la nuvola che li avvolge cadono nell’angoscia più nera (è ultimamente il medesimo sonno, la medesima angoscia che qui cade su di loro come avverrà più tardi nel Getsemani).

 Anche e proprio così essi testimoniano che luna e l’altra cosa, l’altezza della Trasfigurazione e la profondità della notte del Getsemani, superano la possibilità umana di testimoniare, così come i raggi ultravioletti e infrarossi non possono rientrare negli organi di percezione umani.

E tuttavia essi sono testimoni, anche se testimoni necessariamente fallaci, e quando più tardi il tempo della Chiesa e della predicazione sarà giunto, Pietro potrà e dovrà richiamarsi ad ambedue le esperienze: egli indicherà se stesso come «testimone della Passione di Cristo e partecipe della gloria» (1 Pt 5,1), anzi ancor più espressamente come «testimone oculare della sua gloria. Gesù ricevette onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: ‘Questi è il Piglio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto’. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo, mentre eravamo con lui sul santo monte» (2 Pt 1,16-18)¡

Qui, nel render testimonianza, non si parla più delle condizioni soggettive di Pietro sul monte, e nemmeno di quanto ignominiosamente egli, che pur era testimone della Passione di Cristo, abbia poi tradito e rinnegato il suo Signore. Le circostanze umane sono divenute del tutto prive di importanza, così come fondamentalmente già allora lo erano; l’unica cosa che adesso davvero importa, ciò che vale e che conta, è la testimonianza oculare: questi tre c’erano, essi hanno udito e visto e toccato il Verbo della vita. È di questo che Dio ha bisogno. Ed è anche quello di cui gli uomini hanno bisogno.

Ed è questo in fin dei conti che Gesù voleva ottenere da questi tre discepoli, poiché egli, malgrado tutta la loro fragilità e la loro incostanza, poteva tuttavia contare su di loro. Essi gli avevano donato irrevocabilmente la loro vita, alla sua chiamata erano partiti insieme a Lui senza obiezioni, abbandonando tutte le proprie cose. Non avevano posto alcuna condizione, e anche quando fu chiesto loro qualcosa di duro, quasi insopportabile, non Lo avevano abbandonato: «Da chi dovremmo andare? Tu hai parole di vita eterna». (…)

Testimone di Cristo non è colui che ha vissuto qualcosa e che fornisce un resoconto di queste sue emozioni vissute, interiori ed esteriori. Molti fanno molte esperienze, e al livello delle esperienze vissute ci sono molti che hanno vissuto cose assai più belle, più fantastiche dei testimoni di Gesù. L’esperienza vissuta non è un’unità di misura per la testimonianza.

Testimone di Cristo non è chi in ciò che egli ha da testimoniare si è comportato correttamente o valorosamente o favolosamente, chi ha superato l’esame con i voti più alti.(…)

Testimone di Gesù non è la personalità più colta, curata, unta, imbellettata con tutti i trucchi della cosmesi culturale, bensì quel povero diavolo che nulla è e nulla ha, poiché ha consegnato e affidato tutto e soprattutto se stesso a Dio una volta per sempre, nella speranza che se egli cerca Dio, tutto il resto gli sarà dato in sovrappiù.

Sì, qui si prendono davvero delle decisioni. Chi si preoccupa della personalità cristiana e della sua autorealizzazione sarà sempre, che lo voglia o no, preoccupato della propria crescita, mentre il testimone di Cristo per eccellenza ha detto le parole: «Egli deve crescere, io devo diminuire». Chi si preoccupa della personalità cristiana, presto o tardi, consciamente o inconsciamente, manifestamente o surrettiziamente finirà per collocare sull’altare la psicologia, al posto che doveva essere della Parola di Dio, della Teologia. L’uomo etico, l’uomo morale, il tipo religiosamente fine e istruito, rimane pur sempre soltanto uomo, il sacro «Io», il sacro egoismo.

Gesù ha bisogno di testimoni per la Chiesa. Ha bisogno di uomini che sono divenuti del tutto indifferenti a se stessi, poiché sul Tabor e nell’Orto degli Ulivi hanno visto e udito quello che nessun occhio d’uomo ha mai visto, nessun orecchio ha mai udito, quello che non è mai penetrato in alcun cuore d’uomo: e cioè quello che avviene nel cuore di Dio e che Egli ha concesso ai suoi eletti di vedere, udire, sentire.

Paolo era uno di questi, e di lui non viene a capo alcuna psicologia, poiché non vive più se stesso, bensì Cristo vive in lui. Forse che Cristo, forse che lo Spirito Santo e la Grazia di Dio, forse che fede, speranza e carità sono un fatto psicologico? Ma quel che convince gli uomini della forza e della verità del fatto cristiano, è proprio ciò che sfugge alle categorie della psicologia del profondo e della psichiatria per quanto queste vengano intensamente applicate. Quest’uomo è diverso dagli altri: da dove trae le sue radici? Di che cosa vive? Egli è subito pronto a dircelo, se vogliamo ascoltarlo: «Cristo è morto per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e risorto per essi!» (2 Cor 5,15). «Io stimo tutto come sterco, per guadagnare Cristo ed esser trovato in Lui (…) e sperimentare in me la forza della sua resurrezione e la partecipazione alla sua Passione» (Fil 3, 8-10). (…)

L’unica cosa necessaria è che gli uomini testimonino la gloria dell’amore di Dio verso il mondo. Testimoniando adorino e adorando testimonino. Tabor: questo era sin dall’antichità il nome e il luogo della contemplazione nella Chiesa. Contemplare Dio nella sua gloria, per se stesso. Tre vennero eletti per questo: la vita contemplativa è elezione. Non si va in monastero per diventare «perfetti». Non si va per se stessi, ma per Dio. Non si va perché si vuole, ma perché si sa che si deve, e per questo poi si vuole anche.

I monasteri di vita contemplativa sono come le cime della torre della Chiesa terrena, come una bandiera che lassù sventola liberamente al vento di Dio e alta al di sopra di tutto il paese testimonia l’amore di Dio.

Quando dei cristiani pongono la domanda: a che cosa possono mai servire dei tranquilli monasteri? Allora domani altre persone porranno la domanda: a che cosa mai servono queste chiese e cattedrali, il cui mantenimento costa allo Stato tanto denaro?

Monastero

Ed altri dopodomani chiederanno magari: a che cosa servono all’umanità poeti, artisti, studiosi in un campo diverso dalla chimica e fisica? Non sono razionali, non ne abbiamo bisogno.

Sul monte Cristo si è trasfigurato, e per questo egli ha bisogno di testimoni. Testimoni che impegnano la loro esistenza per la testimonianza, persone per le quali scopo sufficiente della vita è quello di testimoniare la luce sul monte, la città sul monte, la libertà di Dio sul monte. Simile testimonianza è più un peso che una dignità. Essa esige una vita che conosce e diffonde attorno a sé aria di montagna, aria delle cime più alte. Per essa non vi è alcun surrogato, per la santità non vi è alcuna «lampada abbronzante artificiale a raggi ultravioletti» e alcuno spruzzatore di ozono. O essa è autentica o non esiste affatto. 

Tutto dipende, ultimamente, da una semplice manovra di scambi ferroviari: un binario conduce all’Io, alla personalità cristiana, l’altro a Dio e alla testimonianza di fede. Come ritornello: Ecco qui l’ancella del Signore, fate di me quello che volete. Come ritornello: Non come voglio io, ma come vuoi Tu, o Padre.

Il cristianesimo non è più difficile di questo.

Hans Urs Von Balthasar “Tu coroni l’anno con la tua grazia”, 42-46 Jaca Book, 1192

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