Povertà e pace: due facce dello stesso Mistero

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Una riflessione con santa Chiara
in occasione della Giornata mondiale della pace

 

La forza dell’amore – come scrive Tommaso da Celano nella Vita Seconda – aveva reso Francesco fratello di tutte le creature; non è quindi meraviglia se la carità di Cristo lo rendeva ancora più fratello di quanti sono insigniti dell’immagine del Creatore”. È a questa scuola che Chiara attinge quel “fuoco di carità” che la rende per il suo tempo “mediatrice di pace e comunione di amicizia” (cf. Bolla di canonizzazione di santa Chiara).

Anche il nostro mondo oggi anela alla pace, quella pace vera, non costruita su fragili equilibri che la follia umana così facilmente infrange. Francesco e Chiara indicano la via: “Cristo è la nostra pace, colui che ha distrutto il muro di separazione” (cf. Ef 2,14) fra i popoli, fra uomo e uomo, e in Lui ci ha resi un’unica famiglia, concepita da Dio come comunità di pace.

Questa via, però, spesso ci appare impossibile da percorrere, condizionata dai nostri egoismi e dalle nostre barriere difensive che si alzano e ci impediscono di vedere il volto dell’altro che ci sta di fronte, rendendolo maschera irriconoscibile, antagonista, nemico.

I nostri santi ci testimoniano che solo nello spazio della povertà può aprirsi una strada per la comunione e perciò per la pace, perché solo in questo spazio si possono instaurare rapporti nuovi con Dio, con gli altri, con il creato. È dalla contemplazione trasfigurante del Figlio di Dio “che per noi si è fatto povero in questo mondo” (Regola S. Chiara, VIII; cf. 2Cor 8,9) che Chiara attinge la “forza dell’amore”, il “fuoco di carità”.

La povertà di Betlemme si rende tangibile nella povertà di San Damiano, dove il Bambino viene contemplato nella sua indigenza e nudità, ma anche nella sua vulnerabilità che sarà espressa in modo sommo sulla croce; è quello spazio di povertà in cui fiorisce e sboccia, in tutta la sua forza dirompente, la vera pace – la Sua pace – che si diffonde concretamente nelle vicende piccole o grandi della nostra storia. In forza di questa povertà, scaturita dalla contemplazione “del santissimo e dilettissimo Bambino, avvolto in poveri pannicelli e adagiato nel presepio” (Regola S. Chiara, II), tra le Sorelle, pur dentro la fragilità umana, regna la “comunione d’amicizia”, ed è sempre in forza di questa stessa povertà che Chiara si fa “mediatrice di pace”; essa diviene terreno aperto e libero in cui può germinare quella forza confidente e audace della preghiera che ottiene la liberazione della città di Assisi dal flagello della guerra e della violenza, come nel caso delle truppe di Vitale di Aversa, narrato da più testimoni al Processo di Canonizzazione.

La pace come frutto della povertà evangelica non si ferma infatti soltanto all’interno delle mura del monastero, ma si diffonde sia nella vita politica e sociale della città, sia nella vita di singole persone che cercano da Chiara e dalle Sorelle un aiuto e un sostegno nelle difficoltà quotidiane. Ce ne rimane un ricordo – probabilmente tra tanti – di un testimone al processo di canonizzazione, un cavaliere di Assisi, un certo Ugolino di Pietro Girardone, che ricorda come grazie all’intervento di Chiara si sia risolta positivamente la crisi famigliare segnata dalla sua separazione dalla moglie Guiduzia (cf. Processo di Canonizzazione di santa Chiara, 16).

San Giovanni Paolo II, nel 1993, in occasione della giornata di preghiera per la pace ad Assisi insieme ai Rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane, diceva alle Clarisse: “Povertà e pace sono come due facce dello stesso mistero di Cristo. Esse costituiscono due esigenze del suo messaggio, valido quanto mai per il mondo di oggi, al quale voi, care sorelle, siete chiamate ad offrire una fedele testimonianza evangelica con la vostra disarmante povertà, vissuta nella piena unità di cuori miti e riconciliati”. Quando una creatura, attraverso la povertà e l’umiltà, come ci ricorda Chiara stessa (Terza Lettera di santa Chiara a sant’Agnese da Praga), si apre e lascia entrare nella propria vita il Signore povero, colui che è il Principe della Pace, diventa uno spazio dove ogni uomo, ogni popolo, ogni nazione può ritrovare l’unica direzione verso cui camminare che è quella di costituirsi già ora, come famiglia umana, comunità di pace.

Come ad Agnese di Praga, anche a noi Chiara rivolge l’invito a essere collaboratori e collaboratrici di Dio stesso in quest’opera di salvezza (cf. Terza Lettera di santa Chiara a sant’Agnese da Praga), a essere quel popolo umile e povero che, nella gioia di appartenere al Signore, diventa seme di quella comunione di amicizia e di pace di cui lei stessa è stata portatrice nel suo momento storico, sostenendo il fragile e faticoso cammino di ogni uomo e di ogni nazione verso il compimento dell’umano destino, quello di essere ritrovati tutti in Cristo come membra del suo ineffabile Corpo.

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